Dopo l’immagine della sfera Moi, che nell’episodio precedente cominciava a riempirsi d’amore, Claudio passò a una nuova rappresentazione. Disegnò Gesù inchiodato a una croce immensa, piantata nel cuore del Mediterraneo, tra la Spagna e l’Italia (Fig. 9).

Ai piedi della croce, in corrispondenza delle isole di Ibiza e Panarea – luoghi legati a vacanze trascorse in anni lontani – appare una piccola figura inginocchiata, che alza lo sguardo verso i piedi perforati di Cristo (Fig. 9, dettaglio).

È come se quella minuscola presenza umana, fragile e sola, fosse posta a confronto diretto con la grandezza sproporzionata della sofferenza sacrificale. È significativo che Claudio avesse scelto un unico segno – un punto nero – per rappresentare sia le isole delle vacanze che i fori dei chiodi di Gesù: come se, nel suo vissuto, la leggerezza della spensieratezza e la gravità della sofferenza si avvicinassero, avviando un movimento di integrazione.
Pur continuando a rivolgere ad esseri di altri mondi distanti il desiderio di poteri illimitati, e l’amore della donna dei suoi sogni, Claudio cominciava a misurarsi con la sofferenza.
Con l’impotenza. E io, sentivo affiorare un dolore lacerante, nascosto dietro le identificazioni grandiose. La piccola figura inginocchiata – che contemplava il foro dei chiodi nei piedi di Gesù – mi appare oggi, alla luce delle riflessioni di Benedetti e Ogden degli anni Novanta sul soggetto transizionale e sul terzo analitico, come l’immagine viva di un terzo soggetto co-costruito. Una presenza condivisa transizionale il cui sguardo abbassato era piegato da un dolore opprimente, troppo grande per essere sopportato da soli.

Figura 10
Successivamente (Fig. 10), Claudio portò in seduta un autoritratto: la sua testa era ancora fusa con il sole. Aveva già disegnato una figura simile in passato (Fig. 6, episodio 3 “Io sono il sistema solare”), ma qui c’era qualcosa di nuovo. Non era più solo. Accanto a lui, i genitori.
La croce alle sue spalle parlava di dolore, del peso enorme dell’identificazione con il sistema solare.
Un dolore che ora elaborava con me, che nel transfert diventavo suo padre e sua madre.
Le tre figure, piene di colore, erano però trafitte, attraversate: non solo dall’amore, ma anche dall’aggressività e dalla sofferenza.
C’è un aspetto che allora non colsi ma che oggi, alla luce della storia clinica, voglio evidenziare. Le tre figure sono tutte trafitte da un’asta che perfora l’addome. Tutte hanno un sole al posto della testa. Forse questa identificazione cosmica leniva un dolore così grande da far impazzire, da distruggere l’apparato stesso per pensare. Forse questo dolore toccava tutta la famiglia ma lui ne porta il peso maggiore. Tornerò su questo punto più avanti.
Per ora, riprendo la storia della psicoterapia.
Nel periodo in cui realizzò questo disegno, Claudio sviluppò una nuova idea delirante: si vedeva come San Sebastiano, trafitto dalle frecce. Entrando in alcune chiese, dove erano esposte le statue del santo, ne estraeva le frecce dal corpo.
Benedetti ha parlato di psicopatologia progressiva per descrivere quelle alterazioni del pensiero che emergono durante la psicoterapia.
L’idea delirante di Claudio, pur mostrando elementi psicopatologici – la confusione tra Sé e la statua di San Sebastiano, tra il proprio dolore e quello del martirizzato – portava con sé anche un valore psicoterapeutico. In essa prendeva forma tridimensionale, scultorea, l’aggressività, il dolore e il rifiuto del dolore, temi che esploravamo insieme nel transfert e nel controtransfert, muovendoci tra parole e immagini, tra patologia e terapia, in uno spazio transizionale condiviso.



