Volume ricco di contributi attenti, approfonditi, equilibrati. Non è mia intenzione riassumerli, ma invitare alla lettura, e trarne occasione per ulteriori spunti di riflessione.
Inizierei dalla accurata disamina di Pietro Pellegrini sull’andamento nel tempo di questi fattacci, perché ci offre una solida base fattuale, su cui ragionare. Molto sommariamente: risulta una relativa stabilità nel tempo, che quindi non segue la riduzione del totale degli omicidi, nonché la frequente multiproblematicità relazionale. Si esaminano le possibilità di un intervento psichiatrico, con i collegati problemi legati alla posizione di garanzia, nonché quelli relativi all’imputabilità. Questo intervento conferma l’importanza del problema.
Di fronte alla inquietante e dimostrata frequenza dei fatti, si pone dunque la ricorrente domanda: che fare?
Capire i pensieri del femminicida per difendere la vittima
Credo valga la pena cercar di capire quel che passa per la testa al femminicida, fermo restando che capire (o tentare di) non significa giustificare. Infatti la giusta esigenza di condanna per questo delitto non deve far velo al “capire”, anche perché ciò potrebbe forse dare qualche indicazione per la prevenzione, e far risparmiare delle vite.
Due aspetti sono, credo, da considerare: la frequenza di segni di allarme, sotto forma di ostinato stalking: e la sofferenza che li sottende, tanto che non è eccezionale il successivo suicidio dell’assassino. Purtroppo, spesso i provvedimenti di sicurezza risultano inefficaci: il divieto di avvicinamento non può funzionare in una persona ormai decisa a tutto; il braccialetto elettronico, ammesso che funzioni, raramente serve se, come inevitabilmente capita spesso, dà l’allarme solo nell’imminenza della consumazione del delitto. Solo intervento efficace, la detenzione: ma questa non può essere a tempo indefinito, e non è impossibile che lo scarcerato nutra ancora più astio e rancore, divenendo più pericoloso.
Condivido la posizione di Emilia Rossi sulla inutilità – oltre che ambiguità ideologica – dell’aggiungere al Codice il nuovo reato di femminicidio. Esso non aggiunge granché alla doverosa tutela della vittima; e rientra nella prassi ormai diffusa di rispondere alle esigenze securitarie moltiplicando le fattispecie di reato, con utilità tutta da dimostrare.
Tonerei dunque all’esigenza di capire, anche e soprattutto in difesa della potenziale vittima.
Siamo tutti nati da donna
Credo sia superfluo ricordare che siamo tutti “nati da donna”: la madre è il nostro primo rapporto, nei primi mesi o anni vissuto in condizioni di totale impotenza e dipendenza, con quella carica anche di invidia a suo tempo evidenziata da Melania Klein. Per le donne è possibile risolvere il conflitto identificandosi con la figura materna; e invece, quanto ai maschi, rovesciando i rapporti di forza, ciò che è loro consentito dalla superiorità muscolare. Non ho inventato la locuzione “nato da donna”: la devo nientemeno che a Shakespeare che, con quella che potrebbe essere una geniale intuizione, riconosce solo a Macduff, nato da parto cesareo e dunque non “da donna”, la capacità di sconfiggere l’usurpatore Macbeth.
Il ruolo della donna nella letteratura
Il confinamento della donna in ruoli sociali di secondo piano è fortemente presente nella letteratura, quasi tutta fallocentrica. È eterna la figura della ragazza-premio, premio all’eroe o agli eroi che se la disputano: da Briseide e Criseide dell’Iliade all’Angelica del Furioso, la cui destinazione è decisa d’autorità da Carlo: “in premio promettendola a quel d’essi che in quel conflitto, in quella gran giornata, degli infedeli più copia uccidessi e di sua man prestassi opra più grata”; e fino alle donzelle del western e altri film d’azione, come premio al vincitore.
Eppure questa visione ha qualche sfaccettatura, poiché alle donne una qualche autonomia viene accordata: negli stessi poemi cavallereschi, con le donne guerriere come Marfisa, Bradamante, Clorinda. E la stessa Angelica non accetta passivamente il proprio destino, ma fugge e si concede liberamente non a un prestigioso Conte di palazzo (Paladino) ma ad un ragazzo qualunque, Medoro; Orlando, prototipo del grande maschio guerriero e anche saggio, ne impazzisce: “che per amor venne in furore e matto, d’uom che sì savio era stimato prima”. Qui c’è il terrore dell’indipendenza femminile, che non risparmia i saggi né i forti.
La cultura del patriarcato
Naturalmente, la sottomissione femminile non si è limitata alla letteratura: è durata tanti millenni in cui i maschi hanno riservato a sé stessi i ruoli prestigiosi e decisionali, perfino nell’incontro sessuale: una donna si “conquistava”, una fra tanti oggetti da acquisire più o meno a forza. In tale contesto, lo stesso femminicidio aveva una sua riconosciuta liceità, e forse doverosità: il ruolo direttivo del maschio si estendeva alla tutela dell’ordine “morale”, che poteva prevedere l’obbligo di provvedere alla punizione dell’adultera; come si vede ancora in Shakespeare nell’Otello, che si dispera non per avere ucciso Desdemona ma per averlo fatto “ingiustamente”. Vicenda, questa, presa in esame anche da Marco Vaggi.
Le cose hanno cominciato a cambiare nel secolo XIX. Penso che la svolta attuale verso un maggiore, pur se incompleto, equilibrio fra i generi sia stata incentivata, e forse resa possibile, dalla rivoluzione industriale, contemporanea agli esordi del movimento femminista, sviluppatosi anche con le attiviste chiamate, derisoriamente, suffragette. Infatti la strapotente forza motrice della macchina relativizza molto, in pace e in guerra, il valore e prestigio della forza muscolare.
Alcuni soggetti fragili non sanno e non vogliono seguire questa importante e civile evoluzione: varrebbe la pena di indagare in che cosa può consistere la loro fragilità. Da quanto se ne sa, non pare proprio che essa abitualmente configuri una incapacità di intendere o volere penalmente rilevante, come ben rilevano Grazia Zuffa e Franco Corleone. Anche Patrizia Meringolo, riconoscendo che la sofferenza psichica esiste ma spesso non riconosciuta nè presa in carico, mette in guardia dal considerarla follia, intesa arbitrariamente come qualcosa di estranea a noi.
È evidente che ciò non ci esenta dall’esigenza di capire, non certo per escludere o limitare la responsabilità penale, ma a fini terapeutici, di prevenzione del delitto, di una possibile difesa delle potenziali vittime.
La psicopatologia narcisistica
Mi pare che una buona chiave di lettura – certo non per tutti i casi ma in una discreta parte di essi – faccia riferimento alla psicopatologia narcisistica, in particolare al concetto di oggetto – sé nel senso di Kohut: se la persona “amata” non ha valore come persona indipendente, ma come fondamentale contributo a un Sé difettoso, la sua perdita diviene intollerabile, motivo di omicidio o di omicidio – suicidio. Certo, non in tutti i casi: condivido la visione di Paolo Rossi, che giustamente colloca questo delitto nel campo della complessità.
Analoga la posizione di Marco Vaggi, che fra l’altro estende l’esame alla psicologia della vittima, segnala la multifattorialità di questi eventi, invoca azioni mirate di prevenzione e terapia: ci mostra un estremo di ambivalenza nelle parole di Filippo Turetta: “stare ancora un po’ insieme e farle del male”. Cita la vicenda di Otello; uno dei fattori, presente ai tempi di Shakespeare e a quelli di Verdi, è venuto fortunatamente meno: l’uccisore non si ritiene più, come Otello, legittimo tutore di un ordine etico turbato.
Che fare?
Dopo l’irrimediabile acting, la risposta non può che essere l’adeguata sanzione penale, pur con le problematiche segnalate puntualmente da Giulia Melani.
Diverso è il discorso sul piano della prevenzione: diverso e decisamente più interessante.
Forse agli interventi securitari – doverosi ma troppo spesso inefficaci – varrebbe la pena il tentare di aggiungerne di finalizzati a terapia e prevenzione, magari in forma gruppale, con tentativo di coinvolgere stalker potenziali omicidi. Non mi ci soffermo, perché questa vuol essere solo un’idea, uno spunto che non esclude la consapevolezza di quanto questa via possa essere impervia. Ma il tentativo di rispondere alla solitudine e angoscia dello stalker e possibile omicida (e suicida?) potrebbe non essere infruttuoso. Chissà?
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