Quando si diventa adulti? Quindi, responsabili dei propri atti di bullismo? Nel momento in cui la legge decide che sei punibile? Quando hai compiuto i 18, i 16, i 14 anni, dunque?
Di fronte a questioni complesse come la realtĂ del bullismo ci prende lo sgomento perchĂŠ ci pare di assistere ad una violenza che oltretutto non ha giustificazione alcuna. Ă la mancanza (apparente, almeno) di una logica sottostante che ci priva persino dellâillusione di poter apportare un qualche rimedio.
Se non riusciamo a conferire un significato ad una esperienza ci sentiamo inermi. Ed è proprio per reagire a un senso angosciante di impotenza che finiamo spesso per appellarci al discorso giuridico ultima istanza che soddisfa il nostro bisogno intrinseco di sicurezza, presumibilmente, estremo baluardo per esorcizzare la paura dellâignoto.
Il reato di bullismo
Ed ecco che da piĂš parti s’invoca ormai il âreato di Bullismoâ, nuova fattispecie penale chiamata ad arginare questo fenomeno ormai troppo dilagante (e tuttavia ancora sottovalutato) tra giovani e giovanissimi. I buoi sono scappati dal recinto e allora non resta che affidarsi alla legge (e ai suoi rigori) affinchĂŠ ci tolga dagli impicci. Dunque, alla norma giuridica ancora una volta ci si aggrappa disperatamente per âidentificareâ finalmente e in modo inequivocabile ÂŤlâimmaturoÂť, il ÂŤmaturoÂť, il ÂŤcapaÂŹceÂť, lâÂŤincapaceÂť, il ÂŤresponsabileÂť, il ÂŤnon responsabileÂť. Ma non avevamo superato questa tendenza ad appiattire il discorso sociale e psicologico (e âclinicoâ, aggiungerei) sul discorso puramente giuridico?
Voler aumentare la categoria dei reati non rientra in quella attitudine piĂš generale a voler creare âcategorizzazioni socialiâ che servono unicamente al nostro bisogno intrinseco di semplificare una realtĂ che non riusciamo spesso a dominare, tanto è astrusa e sfuggente?
L’intervento multifattoriale
PoichĂŠ il fenomeno del bullismo è troppo complesso e potenzialmente lâintervento è multifattoriale allora sembra piĂš comodo utilizzare la scorciatoia di trasformare i bulli in âpubblici accusatiâ. âLâincriminazioneâ assurge a panacea di tutti i mali. Ci è utile questo approccio per arginare il fenomeno del bullismo? Oppure è sempre il nostro solito bisogno di vendetta che stiamo tentando di soddisfare? Non ne farei una questione morale, ma puramente di pratica quotidianitĂ dove ârisentimento e vendettaâ purtroppo stanno sempre piĂš spesso diventando lâunica risorsa che ci rimane per reagire alle storture di questo mondo. Tristissimo! Non vi pare? Oltre che cognitivamente poco economico: lâodio è faticoso, ti priva delle energie psichiche necessarie per poterti dedicare con profitto al tuo personale progetto di vita.
Allora, incastriamo i colpevoli, inchiodiamoli alle circostanze e vediamo lâeffetto che fa. Ma non può bastare fatalmente. Allora, bisogna sforzarsi di âragionare al di lĂ della norma giuridicaâ. Non può essere il ring di un tribunale con le sue sentenze il territorio dove si consuma come in un duello allâOk Corral lo scontro tra prepotenti e vittime. La questione non può ridursi ad una mera contrapposizione tra accusatori e imputati; ma è il teatro delle idee, quello dove si recita il confronto delle conoscenze e delle esperienze, lâunico spazio dove ragionevolmente si può venire a capo del problema, in linea di principio.
Bullismo e questioni d’identitĂ
Sarebbe facile appellarsi alle questioni di identitĂ , rischiando in tal modo di scadere nello psicologismo piĂš bieco, per spiegare certi comportamenti aberranti di adolescenti e âadultiâ assortiti (con il termine adulti mi riferisco ai soggetti che hanno compiuto i 18 anni secondo legge).
Il rischio è che il bullismo purtroppo finisca per trasformarsi in una di quelle partite che si consumano tra le speculazioni statistiche del sociologo, quelle contorte dello psicologo/psichiatra e quelle incupite e un poâ apatiche dell’insegnante.
Tuttavia, visto che siamo un poâ contorti, ma non troppo fumosi, dopotutto, azzardiamo che se è vero che i minori non hanno unâidentitĂ definita e dunque l’attribuzione della responsabilitĂ penale e/o civile è limitata da oggettive risorse cognitive ed emotive dai confini ancora piuttosto indefiniti e instabili, dunque, ciò non può valere per i cosiddetti adulti che si presume abbiano acquisito da un pezzo quella âcostanza dellâoggettoâ che dovrebbe consentirgli un piĂš realistico e sereno rapporto con il mondo e i suoi dintorni.
La maturitĂ
Ma come sappiamo, il raggiungimento della maggiore etĂ non è  garanzia di maturitĂ e tantomeno, recitava âEduardoâ, lo sono i âcapelli bianchi dei vecchiâ sotto i quali non sempre dimorano lâautorevolezza dellâesperienza o la generositĂ disinteressata, ma lâegoismo e lâipocrisia dellâuomo maligno che sfrutta la sua canizie per dissimulare i suoi vizi.
E allora, quando i pensieri (pensati al di lĂ della legge) non riescono ad incidere concretamente sulla realtĂ che si vorrebbe cambiare, rischiano, proprio a causa della loro irrealizzabilitĂ (o presunta tale) di confluire (per frustrazione dei loro fautori) nei dispositivi âdogmaticiâ delle sentenze giudiziarie dove le legittime istanze di difesa della collettivitĂ da un lato, e i bisogni e le difficoltĂ del minore dall’altro, diventano motivo di conflitto irrimediabile e qualificati semplicemente in termini di ÂŤdirittiÂť (quelli della vittima come rappresentante della collettivitĂ violata) e ÂŤreati o violazioniÂť (quelli dellâAltro, il minore bullo, ma non come rappresentante del âcarattere prototipico della categoria dei furfanti minorenniâ, si spera, non questa volta, almeno). Vista in questi termini la questione finisce per trasformarsi in unâantinomia davvero insanabile.
Persino certi manuali di diritto come anche quelli di psicologia (ma da questâultimo pulpito il proposito appare piĂš scontato; qui si gioca in casa, per cosĂŹ dire) ci esortano a tenere nettamente distinta l’opera âcorrettivaâ dallâazione penale. Il âravvedimentoâ (ma mi verrebbe da dire meglio il ârinsavimentoâ) dellâadolescente bullo dovrebbe poter svilupparsi al di fuori delle mere controversie sullâimputabilitĂ .
Le cause del bullismo
Si possono invocare come causa del bullismo come per altre forme di âdevianzaâ giovanile fattori aspecifici come la disintegrazione della famiÂŹglia, l’attuale sisteÂŹma economico-sociale dove impera una conceÂŹzione sempre piĂš utilitaristica della vita, il narcisismo dilagante e lâallentamento di certi freni morali cui però normalmente si accompagna anche, allâinsegna di un âbacucchismoâ demagogico, il rimpianto per i bei tempi che furono e per la severitĂ che li contraddistingueva (della serie: âsi stava meglio quando si stava peggioâ che altro non è verosimilmente che il rimpianto per la gioventĂš che fu). Non mi sentirei invece di invocare la povertĂ o lâemarginazione sociale tout court come cause prevalenti di certo degrado giovanile considerato che abbiamo appreso che i bulli fioriscono anche tra le fila delle classi superiori e piĂš avvantaggiate della societĂ .
Il contatto perenne col mondo degli adulti
Mi convince di piĂš lâipotesi che lâadolescente rischia di essere precocemente adultizzato/a, perennemente a contatto diretto con un mondo degli adulti dove sei costretto a crescere troppo in fretta, tante volte pressato da âcondizionamenti negativi e fascinosiâ, âappresiâ dalla stampa, dal cinema, dalla televisione e da internet che suggeriscono sempre piĂš spudoratamente lâappiattimento delle coscienze e la massificazione delle identitĂ , lâomologazione planetaria come precondizione assoluta per acquisire successo e potere (o anche soltanto per non subire lâangoscia dellâemarginazione) e dove tutto va ottenuto e consumato in fretta perchĂŠ la vita è breve e va goduta sempre al limite pure a costo di calpestare tutto e tutti.
Adolescenti che non posseggono unâidentitĂ , ma una âvalenza di mercatoâ, che professano cinismo e disprezzo a tutto spiano, senza passioni, nĂŠ ambizioni, precocemente delusi dallâesistenza, come se mille vite avessero giĂ vissuto e piĂš nulla possono aspettarsi e piĂš nulla può scuoterli. Adolescenti abitanti del âpianeta degli svuotatiâ, appartenenti alla âtribĂš della non-partecipazioneâ, adepti della religione del consumismo acritico, che non avvertono piĂš alcuna corrispondenza tra quanto si apprende in classe e quanto si intravede lĂŹ fuori dalle finestre delle loro aule fatiscenti. Giovani che si ritagliano una nicchia adeguata dove poter esercitare impunemente il proprio personale sadismo sui piĂš deboli.
Quando si cresce troppo in fretta
Allora, se il problema è che si cresce troppo in fretta e non si ha il tempo di maturare unâidentitĂ stabile, fare del bullo un soggetto imputabile per la fattispecie di reato di âbullismoâ non sarĂ in un certo senso come conferire una medaglia al reo adolescente? Insomma, sei grande abbastanza per essere accusato in tribunale del reato di bullismo. Ă come se gli conferissimo definitivamente la patente di adulto sancendo un ulteriore accelerazione al suo processo di crescita giĂ troppo precoce di suo. E poichĂŠ di atti di bullismo si macchiano anche i minori con etĂ inferiore ai 14 anni (etĂ minima per essere imputabili) il âreato di bullismoâ non porterebbe comunque ad una condanna vista la presunzione assoluta di non imputabilitĂ del minore âinfraquattordicenneâ.
A meno che non sâintenda abbassare ancora per legge l’etĂ in cui un minore è considerato minore. Tuttavia, atteso anche il sempre piĂš precoce sviluppo della personalitĂ dei minori, la legislazione prevede che si possano comminare delle âmisure di sicurezzaâ ai minori di etĂ inferiore ai 14 anni che si siano resi responsabili di reati âgraviâ. Il bullismo sarebbe sicuramente un âgraveâ reato, immagino, ma che produrrebbe comunque la prescrizione di misure di sicurezza, eventualmente giĂ previste per i minori non imputabili.
Gli esperti giuristi potranno meglio spiegarci allora quale vantaggio apporterebbe sotto il profilo della lotta al crimine e del recupero del minore questa nuova fattispecie di reato.
Il bullismo: sindrome o sintomo?
Il ragionamento è un poâ contorto, lo ammetto, ma spero di aver reso lâidea. Quindi, se volessimo considerare il bullismo non come la sindrome di alcuni minori, ma come il sintomo, espresso giĂ in tenera etĂ , della âpsicopatia o sociopatiaâ dilagante nella societĂ degli adulti, come espressione in nuce, quindi, di uno stile di vita di intere generazioni (e non soltanto di quella attuale,dunque), allora il âreato di bullismoâ starebbe lĂŹ a sancire definitivamente lâinizio della splendida carriera dellâ âimbecille moraleâ coronata, chissĂ , magari, anche, in un futuro prossimo, dal successo in politica in veste di Capo del Consiglio dei Ministri o come Mr. President of the United the States of America. PerchĂŠ no? Le vie della perversione sono infinite, si sa. Ovviamente, trattasi di semplici provocazioni. Quando mai si vedrĂ un sociopatico a capo della Casa Bianca? Scherziamo? Fantapolitica!
Nel caso dei bulli e dei bulli minori sarebbe piĂš saggio, secondo me, rispolverare un conÂŹcetto di responsabilitĂ intesa non come responsabilitĂ di qualcosa (il fatto, il reato), ma come responsabilitĂ verso qualcosa (l’Altro), in modo che la nozione di responsabilitĂ e la sua consapevolezza non si esauriscano nel concetto angusto di imputazione semplicemente, ma si declinino in quello piĂš fecondo ed educativo della relazione con qualcuno.
Le cure al bullismo
Occorre dare spazio ad un percorso che veda i soggetti in conflitto coinvolti in un progetto relazionale che non dovrebbe spettare certo ad un giudice tratteggiare. Qui non ci mancano i reati da punire, ma i progetti da impostare, semmai.
La âcuraâ qui non può essere una sentenza. Se partiamo dal presupposto che ciò che conta è produrre nel minore âcoscienza socialeâ, allora non si può invocare sempre il modello dell’imputazione-responsabilizzazione per generare nel minore tale splendida coscienziositĂ collettiva, e tanto meno tale schema può restituire dignitĂ a chi ha certamente sofferto la pena dellâumiliazione e della privazione del rispetto di sĂŠ con tutte le conseguenze devastanti che le ricerche in questo campo hanno fatto emergere.
La comunitĂ di riabilitazione
Come tutti quelli che hanno esperienza di lavoro anche in ComunitĂ di riabilitazione e cura so benissimo che lâintervento di un tribunale può in taluni casi essere necessario per dare al soggetto minore o adulto che sia che ha commesso atti che configurano fattispecie di reati, la giustificazione necessaria ad intraprendere un percorso di âriabilitazioneâ. Tuttavia, sappiamo benissimo che la sentenza che ti âobbligaâ anche soltanto a âdimorareâ in ComunitĂ , una volta caduta sulla testa della persona come una tegola, deve essere necessariamente seguita dalla maturazione di unâadesione al progetto rieducativo.
La persona minore o adulta che sia deve maturare la convinzione di lavorare per se stesso/a e non perchĂŠ gliela ordinato un tribunale. La persona deve sentirsi parte del proprio progetto di vita, partecipe del piano di ârigenerazioneâ personale, senza sentirlo come unâimposizione del giudice o del curante o dellâinsegnante di turno. Non si tratta di prendere buoni voti per soddisfare le ubbie di genitori in preda allâansia, nĂŠ di evitare le ire del maestro severo. Qui si tratta di operare delle scelte consapevoli che ragionevolmente soddisfino il nostro bisogno intrinseco di âsensoâ. E ammesso ovviamente che il progetto rieducativo sia idoneo a consentire questo ribaltamento di prospettiva, sâintende.
Quello che vorrei sottolineare prima di tutto è che esistono già , secondo me, gli strumenti legislativi e giudiziari per contrastare le aberrazioni in cui possono degenerare certe relazioni tra pari.
In questa sede prendo in considerazione soprattutto agli atti di âbullismoâ che avvengono prevalentemente entro o nei dintorni del contesto scolastico e tralascio di discutere delle situazioni tipiche del cyberbullying.
Il bullismo come fenomeno di gruppo
E concordo che bisogna guardare al âbullismoâ soprattutto come ad un fenomeno di âgruppoâ perchĂŠ se è vero che le prepotenze possono essere poste in essere da singoli alunni, è anche vero che le angherie possono essere fomentate dal coinvolgimento del gruppo dei compagni, che agiscono a sostegno del bullo o partecipando direttamente alla prevaricazione o isolando la vittima e mostrandosi indifferenti nei suoi confronti. Capita che il gruppo possa venire manipolato dal prepotente affinchĂŠ piĂš compagni partecipino alle prepotenze o perseguitino la vittima al posto del bullo (bullismo relazionale).
E anche gli operatori che agiscono allâinterno della scuola a vario titolo possono diventare purtroppo attori piĂš o meno inconsapevoli di un clima di sopraffazione se non di vera e propria impronta criminogena.
Verosimilmente esiste anche una difficoltĂ tecnica per cosĂŹ dire nel fare del âbullismoâ una fattispecie di reato tout court e questo probabilmente è anche uno dei motivi che ha, per cosĂŹ dire, inibito il parlamento nellâadozione di interventi legislativi piĂš specifici. Difatti, si concorda oggi, che il bullismo non sia reato, ma una forma di interazione regredita o distorta (degradata) del minore rispetto al rapporto con gli altri e in particolare allâinterazione con i coetanei (e anche con adulti) nelle formazioni sociali ove si dipana il suo percorso di crescita e di formazione (ad esempio, scuola, oratorio, palestra, gruppi sportivi, dormitori, tutti i luoghi di riunione dove periodicamente si svolgono attivitĂ sistematiche e continuative di gruppo).
Come capire se è bullismo
Il problema principale è che i comportamenti definibili âBullismoâ possono esprimersi nelle forme piĂš varie e non sono delimitabili a priori; le caratteristiche che aiutano a individuarli e a distinguerli dallo scherzo, dai disordini caratteriali, dai dissapori usuali nelle comunitĂ giovanili sono, âla costanza nel tempo e ripetitivitĂ , la asimmetria, il disagio della/delle vittima/vittimeâ, elementi che tuttavia non sarebbero sufficienti di per sĂŠ a configurare reati.
In piĂš è anche vero che il limite tra prepotenza e scherzo, ad esempio, è poco definibile, e lâunico riferimento chiaro per discernere tra prepotenza e gioco rimane pur sempre il disagio della vittima. Sono pertanto i vissuti, le percezioni dei ragazzi/e implicati, a costituire i principali indicatori per distinguere le singole prepotenze dalle situazioni di bullismo. Gli insegnanti non devono preoccuparsi se quel tale atto del tale allievo è reato oppure no, ma devono preoccuparsi semmai di rilevare la sofferenza della vittima e valutare le sue cause e poi decidere il da farsi.
I comportamenti non catalogabili
Oltretutto esiste giĂ tutta una categoria di comportamenti non catalogabili come âbullismoâ (pur avendo con questo in comune le motivazioni iniziali, i destinatari, le condizioni in cui si manifestano) che è quella degli atti particolarmente gravi, che si configurano, però, come veri e propri reati.
Aggressioni fisiche violente, utilizzo di armi o oggetti pericolosi, minacce gravi, molestie o abusi sessuali sono condotte che rientrano nella categoria dei comportamenti antisociali e devianti e sono reati di per sĂŠ e non sono definibili soltanto come âbullismoâ.
Vorrei rimarcare che non concedere al âbullismoâ la âdignitĂ di reatoâ non significa sottovalutarne lâabiezione, nĂŠ minimizzare la gravitĂ e pericolositĂ delle sue conseguenze sulla persona vittima.
Nei reati in cui non vi è obbligo di denuncia (quelli punibili a querela di parte, ad esempio) se non vi è la querela della persona offesa dal reato, supplisce opportunamente la scuola che valuta, insieme al servizio sociale, se non ricorrono gli estremi, negli atti dei presunti autori del reato, di comportamenti indicanti una atipicitĂ dellâatteggiamento e del carattere, che suggerisca la trasmissione di informazioni alla Procura per i minorenni.
Il ruolo della scuola
La scuola in linea di principio dal suo osservatorio privilegiato, dovrebbe rilevare le situazioni di difficoltĂ , disagio, disadattamento, sofferenza dei propri studenti prodotti o no da fatti-reato, o che si rivelano reati ânon procedibiliâ e quindi, la scuola avrebbe lâobbligo di avviare interventi di sostegno e di rieducazione al suo interno e di stimolare lâazione da parte di altre istituzioni competenti.
La scuola può segnalare direttamente alla Procura per i Minorenni la situazione del minorenne che, con i suoi comportamenti gravi, manifesti una âirregolaritĂ della condotta e del carattereâ, cioè un disagio sociale che faccia temere la caduta nella devianza vera e propria.
Altri ruoli
Oltre ad un eccesso di inquietudini relazionali nello sviluppo del ragazzo/a ci sono anche fattori temperamentali e familiari che favoriscono lâinsorgere di comportamenti aggressivi che vanno sapientemente gestiti in un ottica di efficace risoluzione evolutiva. Quindi, la competenza psicologica deve essere necessariamente salvaguardata e il coinvolgimento delle ASL di competenza nella gestione di tali problematiche è ineludibile.
Ciò che, piĂš conta qui per il nostro discorso è che la Procura evidenzia il corretto inquadramento della condotta di c.d. âbullismoâ in una specifica figura di reato o meno -. In caso positivo, la fattispecie viene trattata come condotta di reato, anche se inserita in un contesto di âbullismoâ. E ancora: il Tribunale per i Minorenni ha competenza sia civile, che penale, che rieducativa. Nella competenza penale giudica i minorenni che hanno compiuto fatti qualificati come reati e rinvia a giudizio cioè sottopone a processo penale il minore autore di reato.
In sede civile è risarcibile il danno morale, il danno biologico, il danno esistenziale.
Quindi, anche il minore, se ritenuto capace di intendere e di volere è chiamato a rispondere degli atti di bullismo che sfociano in veri e propri reati, insieme ai genitori, agli insegnanti dellâamministrazione scolastica e ai genitori.
L’obiettivo del legislatore
Nella competenza rieducativa lâobiettivo primario del legislatore è quello di evitare la condanna. Nella competenza rieducativa, il Tribunale Min. richiede lâintervento del servizio sociale perchĂŠ accerti le cause del disadattamento del ragazzo/a e se ritiene la necessitĂ di interventi, dispone che il servizio sociale attui un progetto di sostegno che, con il coinvolgimento del nucleo familiare, aiuti il ragazzo/a a riprendere un percorso di crescita corretto. Può anche disporre il collocamento del minore in comunitĂ , e tale collocamento non è da intendersi in questo caso come una misura restrittiva penale, bensĂŹ come un intervento rieducativo.
Tuttavia, il limite degli interventi rieducativi è che, se lâadolescente e la famiglia non collaborano, o non rappresentano una risorsa valida da utilizzare allo scopo, non vi sono sanzioni (e che tipo di sanzioni vuoi infliggere ad una âfamiglia che non câè?â), e il Tribunale per i Minorenni può alla fine solo dare atto della impossibilitĂ di rieducazione. Ed è a questo punto che si da attuazione della condanna.
Se però vediamo il bullo come lâesponente designato ad esprimere il disagio di un intero gruppo, allora potremmo verosimilmente vedere il bullismo come un indizio dellâaggravamento di conflittualitĂ in atto allâinterno del contesto scolastico.
Il rischio che il conflitto sconfini in patologia
Il conflitto può degenerare in forme patologiche e avere ricadute devastanti sulle relazioni e sullâambiente se non gestito precocemente. Prevenire e affrontare il bullismo, dunque, significa non solo identificare vittime e prepotenti, ma affrontare e intervenire sul gruppo dei pari nel suo insieme coinvolgendo i genitori degli studenti e tutti i docenti e altro personale scolastico. Ciò che risalta in questo discorso come elemento fondamentale è la valida, completa e consapevole âristrutturazioneâ dellâambiente sociale mediante lâattuazione di interventi mirati sul gruppo classe, gestiti in collaborazione con il corpo docente, il Dirigente Scolastico, il consiglio di classe, i collaboratori scolastici, gli studenti, i genitori, ognuno nel rispetto del ruolo e delle competenze propri.
Evidentemente certo esercizio di pensiero lo avevamo maturato in Italia ânel nostro piccolo giuridico e psicologicoâ ben prima che la National Academies of Sciences americana ci desse la buona novella scientifica divulgata nellâeminente rapporto Preventing Bullying Through Science, Policy, and Practice. E lo dico con tutto il dovuto rispetto, sâintende.
In piĂš, i casi di bullismo verificati saranno subito sanzionati, sollecitando il ricorso a disposizioni disciplinari tendenti alla riparazione, e che si risolvono in mansioni a favore della comunitĂ scolastica.
Ancora una volta le sanzioni disciplinari proposte dalla scuola non sostituiscono nĂŠ sono surrogatorie di eventuali sanzioni penali se il comportamento violento e prevaricatore si configura come reato, nĂŠ quelle civili per eventuali danni ingiustamente causati a cose o a persone (Fonte principale Ministero di Grazia e Giustizia).
Dunque, a parte le note tecnico-giudiziarie che spero di aver sintetizzato abbastanza correttamente, mi pare che lâaccento sia comunque posto sul dialogo tra scuola e famiglia per la creazione di un intervento educativo sinergico che è condizione necessaria che prelude agli interventi dei servizi psicoâsocio-educativi presenti sul territorio.
Quali cambiamenti potremmo aspettarci?
Allora, cosa dovrebbe aggiungere di piĂš il âreato di bullismoâ a quanto giĂ prevedono le leggi e la prassi correnti? Invece di far funzionare al meglio gli strumenti a disposizione diamo sfogo a tutta la scaramanzia giudiziaria possibile. La legge come una sorta di amuleto per esorcizzare il male e ingraziarci il favore degli dei. E poi ci pensi Iddio! E poi, se lo scopo di istituire una nuova fattispecie di reato è la velocizzazione dei processi dubito che si riuscirĂ nellâintento.
Posso immaginare che la legge presumibilmente dovrebbe al massimo munirci della âimposizione coattivaâ fornendoci gli strumenti coercitivi che permettano di ottenere la collaborazione del minore e della sua famiglia nel corso di un âintervento rieducativoâ deciso dal tribunale dei minori. Rimane il piccolo problema che il cambiamento non è questione che può essere imposta dallâautoritĂ giudiziaria. Il cambiamento, sentenza o no, è pur sempre il risultato di un paziente âprocessoâ di condivisione e motivazione autentiche da parte del minore e dei suoi familiari quando âpresentiâ.
Alla fine, alcune considerazioni emergono, mi pare:
- Una sinergia di intenti e di decisioni dellâistituzione giudiziaria, dellâistituzione scolastica, del servizio sociale e sanitario, della famiglia.
- Il buon senso e persino la legge medesima e i suoi meccanismi di intervento ci dicono che la scuola e la famiglia sembrano le due istituzioni, maggiormente coinvolte nella rilevazione e controllo di certi comportamenti devianti.
- Ma soprattutto è la scuola che assurge a Deus ex machina della situazione, mi pare. Quindi, è a questâultima che dovremmo rivolgere le maggiori attenzioni, verosimilmente.
Il ruolo della scuola
Ma la scuola attuale possiede gli strumenti che permettono di riconoscere, esprimere apertamente e gestire la conflittualitĂ al suo interno in una prospettiva evolutiva sistemica del singolo e dei rapporti tra pari?
Può lâazienda-scuola tutta presa, come tutte le buone aziende che si rispettino, del resto, dal far quadrare i propri bilanci e sempre in preda ad una crisi di finanziamenti, occuparsi efficacemente anche di dinamiche individuali e di dinamiche di gruppo? Soprattutto quando tutte le tue energie sembrano prosciugate dallâesigenza di pareggiare i âcosti del lavoroâ? Unico costo, questâultimo, della produzione dâimpresa su cui sembrano ruotare paradossalmente persino le imprese che si occupano di servizi alla persona, oltretutto.
La scuola è unâistituzione politica, è stato detto, se per âpoliticaâ intendiamo quell’ âattivitĂ che ottiene il concorso di altri uomini e donne per la realizzazione di un fine o un progettoâ. Ă comunque âpoliticaâ lâazione di qualsiasi istituzione il cui fine è âla costituzione o il mantenimento di un aggregato umano in quanto tale.
La politica cosĂŹ individuata dovrebbe esprimere il suo massimo potenziale nelle organizzazioni sanitarie e nella scuola. E cosa è la scuola se non prima di tutto un âedifico antropicoâ dove si costituisce e si consolida un aggregato umano di operatori scolastici e studenti? In questo senso, âpoliticoâ è anche il progetto di presa in carico di uno studente bullo e della sua classe o di un âbullo reoâ perchĂŠ il âprogetto di riabilitazioneâ gode della convergenza di varie âvolontĂ â ovvero di competenze professionali diversificate il cui fine principale è sempre il benessere e la qualitĂ di vita dello studente, del reo, del malato.
Ma la scuola si dice anche che sia unâimpresa, anzi unâazienda dove non piĂš presidi da libro âCuoreâ e vetusti direttori didattici, ma dinamici âdirigentiâ della pubblica amministrazione con ruolo e funzioni del âdatore di lavoroâ sono responsabili della gestione delle âautonomie scolasticheâ. La scuola nonostante tutto, rimane pur sempre un impresa, dâaccordo, ma con una spiccata vocazione âetico-socialeâ da non sottovalutare, e in quanto âaziendaâ il suo fine non può non essere fatalmente anche quello di creare profitti e, dunque, valore per i suoi azionisti piĂš diretti. Che in questo caso dovrebbero essere i suoi studenti, ovviamente, come potenziali rappresentanti delle âfuture classi dirigenti, per di piĂš (la comunitĂ dovrebbe rappresentare lâazionista indiretto).
Quindi, in linea di principio, diciamo che la scuola è una di quelle imprese con il compito specifico di migliorare la societĂ , a voler essere proprio pedanti, in quanto da brava impresa e attraverso la presa in carico dei rappresentanti âminoriâ della collettivitĂ propone programmi per lo sviluppo (sociale) della comunitĂ locale e nazionale piĂš nel suo complesso. Dunque, la funzione dellâistruzione scolastica è primariamente quella sociale nel senso che incide notevolmente anche sul versante economico della comunitĂ , ad esempio formando e attirando, in seconda battuta, cervelli e manodopera qualificata.
Quindi, la scuola è una di quelle imprese dove in linea di principio, risultati tecnico-produttivi; risultati economici; risultati sociali, esprimono la loro massima sintesi. Ovviamente, la natura unitaria del sistema-azienda-scuola impone, come non mai, di valutare i diversi criteri di risultato non separatamente, ma congiuntamente in una prospettiva sistemica e nel lungo periodo. In particolare la formazione di buoni studenti e cittadini intraprendenti e svegli, in particolare, non mancherĂ di ripercuotersi positivamente anche sui risultati economici dellâimpresa scuola prima e della societĂ poi.
E qui casca lâasino, cioè la scuola, voglio dire, perchĂŠ lâetica dei valori si collega con lâeconomicitĂ soltanto quando lâorizzonte temporale coincide con il lungo termine, cioè lâattitudine a guardare lontano è propria di chi possiede una visione strategica che risulta funzionale allâaffermazione di valori forti (il benessere della collettivitĂ e la sua sostenibilitĂ per le generazioni future, la continuitĂ dellâimpresa, il rispetto della dignitĂ delle persone e dellâambiente).
Invece pare che lâottica dominante nella scuola attuale sia quella di breve periodo, quella che tende a favorire i risultati piĂš rapidi e riconoscibili con un comportamento piĂš marcatamente egoistico ed opportunistico. Insomma, la strategia dellâazienda scuola attuale sembra dominata semplicemente dallâesigenza di non fallire, cioè quella di sopravvivere a tutti i costi. E non è un bel vivere soprattutto per giovani studenti nei quali câè talune volte âunâurgenza (morale?) che va cercata dalla parte dellâazioneâ e questo può diventare un guaio tante volte.
Quando si trattano gli studenti alla stregua di meri âstakeholdersâ (portatori di interessi) non ne può venire niente di buono. Oltre tutto gli studenti si trovano nella scomoda e ambigua posizione di stakeholders primari e secondari insieme in quanto da un lato sono una componente necessaria alla sopravvivenza dellâimpresa scuola, essi sono interessati in modo diretto allâattivitĂ aziendale e ne assumono un ruolo fondamentale (non fosse altro che per la necessitĂ della loro presenza fisica in aula), dallâaltro lato però gli stakeholders-studenti in quanto incarnazione delle generazioni future non sembrano avere granchĂŠ influenza diretta sullo svolgimento dellâattivitĂ aziendale. Al danno⌠la beffa!
E che tipo di bilancio âsocialeâ presenterĂ lâazienda scuola ai suoi studenti? Quale sarĂ la ricchezza prodotta che lâimpresa ha distribuito ai suoi allievi-stakeholders? A parte gli stipendi e altre prebende di vario genere al personale scolastico e ai fornitori esterni di materiali vari, voglio dire, dovâè la ricchezza distribuita nel âperiodo amministrativoâ? Che tipo di qualitĂ delle relazioni esistenti tra lâimpresa e gli stakeholders-studenti emergerĂ da questo consuntivo? Qual è il valore aggiunto prodotto con lâattivitĂ aziendale e come è stato distribuito agli stakeholders-studenti con riferimento specifico sempre agli aspetti sociali?
Qual è stato il contributo diretto e indiretto degli stakeholders-studenti alla gestione dellâimpresa? Sono stati gli stakeholders-studenti messi nelle condizioni di poter esprimere un valido contributo? E se gli studenti non hanno prodotto il valido contributo che ci si aspetta siamo riusciti ad individuare le cause di questo stallo? Quali sono le strategie indicate per migliorare la situazione? Ă riuscita lâimpresa scuola a coniugare i propri interessi particolari con quelli piĂš ampi degli studenti (e tralascio gli interessi della comunitĂ ) migliorando la qualitĂ della loro vita e dei loro processi cognitivi, eventualmente, e le prospettive di futuro?
Questa scuola-impresa con la sua etica sempre incerta tra deontologia e utilitarismo dove i bulli possono trovare terreno fertile per attecchire. Dobbiamo essere pratici ancora una volta e tenere a freno gli afflati idealistici. Forse stiamo caricando la scuola di aspettative morali o educative banalmente eccessive, soprattutto se pensiamo che le imprese educative piĂš funzionali si sono ormai spostate su internet, tuttavia, âbisogna sempre guardare molto in alto se vogliamo almeno sperare di elevare il livello medio dei nostri sguardiâ.
L’etica kantiana
Qui non si tratta di appellarsi allâetica kantiana con il suo carattere assoluto che non tiene conto delle conseguenze della sua applicazione. Ben venga anche nellâambito dellâistruzione lâetica utilitaristica dellâeconomia aziendale, a patto che tenga conto delle conseguenze dei comportamenti adottati e che massimizzi gli effetti positivi delle azioni compiute. Concordo che il comportamento morale non può mai prescindere dallâobiettivo di produrre i massimi benefici per tutti coloro che ne sono coinvolti.
Lâetica utilitaristica inserisce, quindi, degli elementi di relativitĂ e dâincertezza tipici della complessitĂ del reale, perchĂŠ inserisce una valutazione soggettiva (migliore risultato per il singolo studente e per la collettivitĂ ), senza condurre a giudizi assoluti o a programmi universali buoni per tutti. Ma lâetica utilitaristica in ambito scolastico non può neanche ridursi, secondo me, alla mera sopravvivenza del sistema, alla logica del âtiriamo a campareâ di professori e altri operatori scolastici. Il rischio che la scuola si trasformi in un centro di reclutamento per laureati disoccupati è plausibile.
Se è vero che la teoria morale di stampo kantiano, rischia di scoraggiare lâopera altamente morale e sociale persino degli educatori e dei legislatori, eventualmente, perchĂŠ certo appello al dovere, presenta tante volte unâassolutezza che pure agli educatori appare inadeguata alle esigenze concrete di un mercato che non può non influire persino sui modi in cui si declina lâistruzione in un certo periodo storico e in una certa comunitĂ (Sigh!) è anche vero però che per il particolare materiale umano maneggiato nelle scuole non si deve negare uno spazio in cui possa risultare valida anche unâetica, per cosĂŹ dire, assoluta e universale in senso kantiano. Bisogna valutare come declinarla senza sfociare nel âmessianismoâ.
Non dimentichiamo che il capitale di rischio in questo caso è il capitale umano rappresentato da chi partecipa direttamente al rischio dâimpresa cioè studenti e le loro famiglie, questâultime, attraverso il pagamento di tasse e imposte varie effettuano idealmente e concretamente un investimento nellâimpresa dello sviluppo e del futuro dei propri figli e poi della comunitĂ indirettamente. Ed è per questo che sarebbe bene che lâoperatore specializzato nel finanziamento della scuola rimanesse lâIstituzione-Stato in quanto unico finanziatore che in linea di principio si preoccupa di monetizzare in benessere e qualitĂ di vita della comunitĂ o quantomeno deve controllare che ciò avvenga quando gli investitori nella scuola diventano le banche o altri soggetti privati. Ma questa è altra storia.
Allora, ci si può aspettare questâopera di vigilanza e di contenimento da una scuola che ânon è insegnante, ma soltanto pedante?â Si può fare âpoliticaâ in un luogo dove lâinsegnamento non è granchĂŠ critico e i docenti non dialogano con i discenti, ma si limitano ad interrogarli? Ă possibile formare donne e uomini e caratteri e cultura in una scuola in cui âlo studente è tenuto soltanto a dare risposte sui saperi che gli sono stati stampati nella testa?â Dove i soffitti degli istituti cadono addosso agli studenti e mancano le infrastrutture o sono fortemente deteriorate e gli insegnanti sono mal pagati o aggrediti da genitori incazzati perchĂŠ il professore di turno si è permesso di infliggere un rimprovero al pargolo? Dove gli insegnanti sono frustrati dallâobbligo di dover raggiungere âLa Buona Scuolaâ situata a migliaia di km di distanza dai propri affetti?
Una scuola dove famiglie dai genitori distratti e dai professori annoiati e delusi stanno celebrando da un pezzo il loro fallimento, forse. Nel bel mezzo della cultura atrofica di questa scuola, anche la famiglia fa veramente molta fatica ad appropriarsi di un ruolo significativo; e la sua funzione nella società è sempre piĂš confusa e forse marginale, alla fin fine. Ma in una societĂ che non riveste alcuna attrazione, e dove il senso di vuoto imperversa e l’identità è smarrita e il rispetto di sĂŠ si esaurisce nella depressione, perchĂŠ stupirsi che anche la âfamigliaâ ha perso funzionalitĂ e slancio?
E allora, se sono proprio le istituzioni identificate dalla legge per di piĂš a rivelarsi inefficaci e inadeguate ad affrontare un fenomeno complesso come il bullismo a che cosa possiamo appellarci alla fine quando in quellâarticolata trama di esperienze e percezioni, di stimoli e risposte che fa di un giovane un adulto, qualcosa si inceppa, e il processo dello sviluppo si interrompe?
Ci affideremo allâennesima nuova, miracolosa fattispecie di reato? O vogliamo ritornare mestamente a ridiscutere del âcrescereâ come dellâ âarte piĂš faticosa e impegnativa che esista?â Quellâarte che non si apprende nĂŠ a scuola, nĂŠ sui manuali, nĂŠ dagli psicologi, nĂŠ dalla stampa, sicuramente non dalla tv o da internet, nĂŠ dalla famiglia? E chi dovrebbe appropriarsi allora di questâarte? Colui o colei che la genetica o il destino o la fortuna o la natura o Dio hanno designato perchĂŠ la intuiscano miracolosamente per proprio conto? Non confidiamo troppo nellâintuito, please!
Allora, cento volte meglio invocare in aiuto – certe notti -. Quelle in cui â la radio che passa Neil Young sembra aver capito chi sei -. E in una di quelle notti di colpo impareremo finalmente lâarte di crescere e improvvisamente e drammaticamente, assisteremo a una di quelle trasformazioni personali che ci cambiano lâindole, per sempre. E tuttavia è proprio allora tra Legge e âun poâ di cagnaraâ, giusto âil tempo per una folgorazione di allarme impotenteâ, avvertiremo con sgomento che ânon sappiamo crescereâ. Sperando che proprio da questa âluttuosaâ e repentina presa di coscienza possano realmente cominciare a dipanarsi le trame corrette del nostro sviluppo. Ma rimane pur sempre una ben magra consolazione, ammettiamolo. E nemmeno alle canzoni di âLigabueâ mi affiderei granchĂŠ, con tutto il rispetto, sâintende.




A proposito di scuola! A questo indirizzo http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/04/02/news/torino_aprono_due_nuove_scuole_per_ricchi_cosi_sfideranno_gli_istituti_pubblici-162036955/
possiamo trovare questo articolo “Torino, aprono due nuove “scuole per ricchi”: cosĂŹ sfideranno gli istituti pubblici”. Didattica innovativa, utilizzo di materiali moderni e tecnologici, il “brainstorming” soprattutto sembrerebbe alla base dell’insegnamento e dell’apprendimento. Addirittura tra le materie di studio si annoverano anche certi “linguaggi di programmazione” (informatici? Ma non è specificato) come a suo tempo si era discusso anche sul VdP. Tutto perfetto, dunque? E allora perchĂŠ mi sembra di sprofondare ancora una volta nel mio pessimismo cosmico? đĽ