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Alcol, droga e viagra. Generazione sexstasy

Redazione
26 Settembre 2015
2 commenti
Alcol, droga e viagra. Generazione sexstasy

Commento alla notizia apparsa su La Repubblica il 22 settembre 2015

Limitiamoci a parlare del Viagra.

Le ragioni del suo vasto uso (e abuso) mi sembrano tante.
E’ cambiato il nostro approccio al desiderio sessuale e alla sua soddisfazione.

Passati i tempi in cui Freud poteva scrivere “la società deve assumersi come uno dei suoi compiti educativi più importanti quello di domare, di limitare la pulsione sessuale quando essa erompe in forma di impulso riproduttivo, di sottometterla a una volontà individuale che sia identica all’imperativo sociale… la pulsione romperebbe altrimenti tutti gli argini e spazzerebbe via l’opera, faticosamente edificata, della civiltà”.

Non viviamo più come così drammatica la contrapposizione fra godimento individuale e ordine sociale e anzi, come di recente faceva notare Valdrè nel suo volume, è subentrato un qualche tipo di obbligo sociale al godimento e ciò anche in grazia dell’azione liberatoria della psicoanalisi; certo, insieme ad altri fattori come il movimento femminista e soprattutto il passaggio a una economia industriale.

In questa, infatti, si è fatalmente indebolito il ruolo della famiglia come cellula sociale di base investita di funzioni anche di controllo, e nel cui ambito soltanto (almeno formalmente) alla coppia era permesso impegnarsi in una attività sessuale ben controllata ed esclusiva di ogni promiscuità.
Ma, torniamo a Freud il quale segnalava come anche ai suoi tempi la principale motivazione del ricorso alla terapia psicoanalitica fosse la ricerca di un rimedio all’impotenza psichica. E questo introduce a un altro aspetto: l’attuale cambiamento consistente nel dilagante ricorso al farmaco come risposta-scorciatoia anche a problemi che di strettamente clinico hanno poco: nel caso del Viagra, la difficile competizione con altri maschi, magari mitici come Rocco Siffredi; o l’obbligo di soddisfare una partner che rivendica più apertamente di un tempo il suo diritto al piacere.

Certo, ha la sua parte la ricerca, entro certi limiti legittima, del piacere personale: se ci si offre uno strumento che permette di aumentarlo e prolungarlo, perché no?

Ma questo apre il capitolo dei vissuti di onnipotenza indotti dalla crescente disponibilità di strumenti di ogni tipo, non solo farmacologici: ci facilitano la vita, ma non senza costi. Limitandoci ai farmaci, basta pensare agli antidepressivi che, pur appropriato rimedio a condizioni francamente psicopatologiche, tendono a spiazzare interventi più complessi e impegnativi ma più “veri” come quelli psicoterapico-relazionali; o addirittura a diventare la soluzione offerta al dolore della vita: ce lo ricordiamo il Prozac “pillola della felicità”? Fra l’altro, come sempre accade nella sopravalutazione idealizzante, questo farmaco ha finito con l’esser criticato anche al di là del giusto, sopravalutandone non più tanto i benefici quanto gli effetti secondari e rischi, perfino di suicidio; ma anche ciò, in fin dei conti, ne sottolinea il potere.

Queste costellazioni emotive collettive con connotazioni magiche che si sovrappongono all’azione farmacologica non sono una novità: basta ricordare il termine “uomo medicina” impiegato dai nativi americani per indicare l’essere privilegiato che non solo lotta, con appropriati rimedi, contro le malattie fisiche e psichiche, ma facilita l’armonia interna alla collettività e i rapporti di questa con la natura.

Onnipotenza = negazione del rischio. Questa appare specifica della nostra attuale cultura, almeno in parte come effetto secondario della crescente disponibilità di strumenti. Chiediamo in ogni campo tutele crescenti, anche se la condizione socioeconomica rende sempre più difficile mantenere questa pretesa; e anche se almeno alcuni di noi manifestano una paradossale nostalgia del rischio, correndo in automobile o con gli sport estremi.

Che c’è da stupirsi se non vogliamo rischiare neppure una cilecca a letto?



2 risposte.

  1. Fabio Pasquarelli ha detto:

    Il problema si presenta sempre più spesso all’esterno così come il rimedio, comodo e Onnipotente tanto quanto la natura all’esterno del dilemma…
    In questa cultura non mi stupisce che vengano a limitare strumenti interni…
    Così come si cerca all’esterno il godimento così il rimedio al disagio…
    Non mi stupisce neppure il Viagra: o sei efficente, attivo oppure sei nessuno…E’ in questa assenza che si forma il dis-agio

  2. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Qualche giorno fa mentre faccio il turno in farmacia entra una signora e con molta nonchalance chiede “Rivotril gocce”, il farmacista consegna il farmaco senza battere ciglio. Non voglio discutere dell’aspetto legalistico e etico della faccenda (l’assenza di ricetta, l’assenso superficiale del farmacista) ecc. Queste sono cose che capitano tutti i giorni svariate volte al giorno nelle più svariate regioni e comuni d’Italia. Ma cosa dimostra tutto ciò, realmente alla fine?
    Premetto che ritengo gli psicofarmaci un aiuto prezioso in diversi casi. Ritengo altresì che uno è libero di credere che l’interazione complessa tra emozioni, pensiero, esperienza e comportamento si riduca ad un mero artificio molecolare. Mi sta pure bene al limite che uno riesca a far fronte alle difficoltà e al dolore, ma, direi, alla complessità e all’impegno del vivere quotidiano aprendo una scatola e deglutendo pastiglie, tracannando sciroppi e gocce e iniettandosi fiale intramuscolo (alcuni hanno davvero tutte le fortune). Basta crederci, e funzionerà! Non è sempre e comunque necessaria l’esperienza interiore, l’elaborazione personale di una situazione, non per tutti almeno. Molto dipende da che cosa uno desidera. Credo anche che il farmaco e lo psicofarmaco in particolare abbiano un alto valore simbolico e quindi una buona parte della sua efficacia dipende dal significato che gli attribuiamo. Questo, ad esempio, è il motivo per cui l’autoprescrizione, “il fai da te” riduce fortemente in linea di principio l’azione di un farmaco. Insomma, la fortunata azione farmacologica risente molto dell’autorevolezza dello specialista che proprio in quanto specialista prescrive il medicamento. Una percentuale di effetto placebo è innegabile in qualsiasi farmaco di indiscutibile efficacia.
    Mi chiedevo però se non sia proprio il ricorso facile e scontato (la sua inflazione) al magico e onnipotente escamotage chimico a rappresentare di per sé l’emblema della propria stessa svalutazione.
    In sostanza, come è possibile interrogarsi sbigottiti sul fenomeno dell’ecstasy e della tossicodipendenza che imperversano e contemporaneamente incoraggiare la diffusione di una prassi, la propaganda di una “dottrina” che autorizzano biecamente di fatto ad acquistare e vendere farmaci come fossero zuccherini o acqua fresca. Forse quotidianamente assistiamo ad un esperimento collettivo involontario da cui si ricava l’ulteriore prova che certi cosiddetti psico-farmaci davvero altro non sono che acqua fresca.

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