La psicoanalisi nasce orientata alla comprensione dell’unica soggettività nella stanza: quella del paziente. Sarà poi con i post-freudiani che l’attenzione si sposterà su entrambi i membri della stanza, col fattore terapeutico e oggetto d’analisi che è la diade. Tuttavia, alcuni autori, fra tutti Lacan col suo ritorno all’originale, segnala quelli che per lui sono i limiti dell’attenzione univoca alla diade, sottolineando come sarebbe utile spostare il focus su un terzo elemento presente nella stanza, che però, come ritiene Benjamin, Lacan identifica col padre e, per estensione, col “no” paterno, impedendo, di fatto, al Terzo di incarnarsi. Pertanto, se pur con limitazioni concettuali, il Terzo entra a far parte della teoria e, soprattutto, della pratica.
La terzietà nella relazione psicoanalitica
Uno dei massimi esponenti del Terzo Soggetto (sebbene non primo cronologicamente) è Thomas Ogden, che mutua ed elabora il concetto da Winnicott, sostenendo come la relazione terapeutica, pari a quella madre-bambino, non debba districare gli elementi per attribuirli ai singoli, bensì debba descrivere il gioco in atto tra soggettività e intersoggettività. Questo Terzo soggetto intersoggettivo prende il suo nome poiché esiste non statico, ma in continua tensione tra le due individualità, essendogli estraneo ma al contempo “figlio” dato che le due parti ne hanno la paternità grazie a un parziale cedimento dei confini individuali che portano a una transitoria simbiosi. Questo Terzo, per Ogden, si manifesta nella rêverie e somaticamente nell’analista, e porta nuovi significati. Il nucleo della guarigione, per l’autore, è lo scioglimento del Terzo per far reintroiettare al paziente le proprie parti del Sé.
La terzietà come spazio trasformativo
Altro gigante del Terzo è Gaetano Benedetti, che col paziente psicotico postula il Terzo come ancora di salvezza: l’analista cede parti del proprio Sé per dar vita a un “Noi”, che prende il nome di Soggetto Transizionale, concetto derivato ancora da Winnicott quanto dall’oggetto-sé di Kohut. Difatti, la guarigione per Benedetti avviene mediante una vicinanza esistenziale ma anche fisica, come dimostrato dal Disegno Speculare Progressivo (un ampliamento dello squiggle game di Winnicott sviluppato da Benedetti e Peciccia). Prestando i propri confini l’analista riuscirebbe ad abitare l’allucinazione del paziente – il suo tentativo di autoguarigione – rendendolo così non più un delirio solipsistico ma un dialogo, una narrazione. Perciò, in questo senso, ogni comunicazione del paziente, anche quella più assurda o psicotica, contiene un potenziale seme di significato che va fatto germogliare mediante rispecchiamento dell’analista.
La terzietà nel Campo di Ferro
Il Soggetto Transizionale di Benedetti trova la sua prosecuzione nel concetto di Campo di Ferro, poiché per entrambi la terzietà diviene spazio trasformativo e luogo generativo di nuove possibilità psichiche, in cui l’evento terapeutico viene co-sognato e co-creato dalla coppia. Per Ferro, ogni personaggio e attore incarna le emozioni presenti nel campo, ed è in questo senso che il trauma stesso diventa un gancio narrativo per la rêverie dell’analista; la storicizzazione del trauma diventa una metaforizzazione e digestione di questo, adesso pensabile, siccome per l’autore la fonte del trauma si ripresenterà in seduta per essere ricucita e per dar modo al paziente stesso di sviluppare gli strumenti per farlo. In questo modo, ogni elemento diventa appartenente al campo, e i vari personaggi, necessari a maneggiare il contenuto emotivo senza scottature, vengono introdotti col casting, capacità umana universale che se non presente dovrà essere sviluppata durante l’analisi stessa.



