Vaso di Pandora

Come il tocco affettivo e la terapia amniotica aiutano la frammentazione 

Le psicosi presentano una grande alterazione del senso del Sé; questo viene vissuto quindi come terrificantemente frammentato, irriconoscibile al soggetto. Si può quindi evincere che alla base delle psicosi ci sia un grande disturbo del Sé corporeo: una disorganizzazione così disfunzionale e deleteria che la strutturazione corporea, il funzionamento percettivo e l’integrazione multisensoriale non avvengono.  

Negli ultimi anni si sono cercate di sviluppare altre terapie oltre a quelle farmacologiche volte alla ristrutturazione interna ed esterna del corpo. Un campo emergente di ricerca utile con questo tipo di pazienti è quello del tocco affettivo. 

Il tocco affettivo e il ruolo nella costruzione del Sé

Il tocco affettivo è un insieme di esperienze senso motorie proprie dell’accudimento parentale, sono quindi le carezze, i movimenti del “cullare”, i baci, il calore della pelle, la stimolazione di essa. Questo sistema è innato, ogni specie di mammifero ne ha uno proprio, ed in questi pazienti la sfida gira intorno al riattivarlo grazie ai suoi numerosi benefici. 

Il tocco affettivo influisce in aree di grande impatto per la qualità della vita, ad esempio la formazione e il mantenimento di relazioni di attaccamento, ma il vero beneficio nella terapia della fenomenologia psicotica è la qualità di questo sistema di creare il Sé corporeo.  

Le basi neuropsicologiche del tatto affiliativo

Le numerose evidenze neuropsicologiche evidenziano che la carezza può effettivamente generare attaccamento affermando che i recettori della pelle che presenta della peluria trasformano l’energia meccanica – generata dal movimento della mano guancia – in energia elettrica; questa va poi in delle fibre nervose, sempre della stessa famiglia dei recettori prima nominati, e successivamente nel sistema limbico. Il sistema limbico rappresenta la centrale operativa delle nostre emozioni e della sopravvivenza, ha interconnessioni su gran parte delle strutture cerebrali; in esso si generano anche endorfine e ossitocina che, ricevendo l’energia elettrica di cui parlavamo prima, aumentano, ergo, generano piacere quindi legame. 

Si denota già da ora che questo sistema del tatto affiliativo è fondamentale sin dai primi istanti di vita. Il neonato è inondato di stimoli che non ha mai conosciuto all’interno della placenta, è tutto da scoprire per lui, ma può essere tutto anche estremamente terrificante senza una mediazione da parte di un caregiver primario. Nello sviluppo psicopatologico delle psicosi un grande fattore di rischio è rappresentato dalle mancanze da parte dell’ambiente (caregiver) fin dai primi anni di vita. Un caregiver non in grado di holding, riprendendo Winnicott, risulterà un predittore di uno sviluppo non sano per la prole. Il bambino non coccolato, non accolto, non sintonizzato affettivamente, non incoraggiato, non riuscirà né a stabilire un senso coeso si Sè nè un senso effettivo del proprio corpo come suo. 

La terapia amniotica come applicazione del tocco affettivo

Quindi nuove forme terapeutiche si sono aperte all’uso del tatto affiliativo come metodo principale di “creazione” vera e propria. Una di queste è la terapia amniotica sviluppata da Maurizio Peciccia, la quale si svolge in vasche d’acqua alla temperatura di 36 gradi per rivivere la sensazione dell’esperienza prenatale. 

In questa terapia non ci sono solo corpi in acqua, ci sono individualità che si stanno scoprendo sia come tali che come collettività, è una danza armonica che mira alla ristrutturazione di un Sé perso, o forse mai esistito in modo funzionale. La bellezza di questa terapia sta proprio in questo, nell’aiuto dell’altro, nella co-costruzione di un ambiente che a livello sensomotorio è molto attivo e reattivo, il quale crea confini utili e funzionali, e allo stesso tempo dà vita ad un gruppo, che si inizia ad autoregolare come se avesse una propria coscienza. 

Proprio questa coscienza che farà poi da base sicura per la costruzione di un Io mai scoperto, di un Sé frammentato e spaventato, di un corpo che non è stato riconosciuto né dal caregiver né da chi lo abitava. 

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