Vaso di Pandora

L’importanza di sapere cosa succede a Gaza ad ogni età

Come possiamo raccontare le immagini di Gaza ai bambini e adolescenti?

Ogni giorno, sotto i nostri occhi, si sta consumando un dramma che interpella non solo le nostre coscienze individuali, ma anche la nostra appartenenza all’umano: il genocidio che sta avvenendo a Gaza. Di fronte a tale realtà, ciascuno reagisce secondo il proprio mondo interno. Alcuni sentono un senso di colpa profondo, altri soffrono in silenzio, alcuni si attivano, altri ancora restano apparentemente indifferenti o voltano lo sguardo altrove. In tutti questi movimenti psichici si celano le difese dell’Io, che cerca, come può, di proteggersi dal crollo: negazione, rimozione, dissociazione. Meccanismi comprensibili, talvolta necessari, ma che diventano pericolosi quando divengono modalità strutturate per non sentire, per non sapere, per girarsi dall’ altra parte.

L’umano può diventare disumano

Viviamo in un tempo in cui l’autoritarismo sembra sedurre con promesse di ordine e identità; in cui la violenza ideologica si maschera da giustizia e l’insulto viene visto da molti come espressione di forza e coraggio. È un tempo che ci costringe a confrontarci con l’inquietante constatazione che l’umano può diventare disumano — e che il male, come ci ha insegnato la Arendt, può divenire banale, quotidiano, invisibile proprio perché normalizzato.

Eppure, anche in questo mondo attraversato dal cinismo e dall’apatia, ci sono persone e che scelgono di restare presenti, che cercano di portare aiuti, che tentano di riaprire i corridoi umanitari, che lottano per i diritti fondamentali creando associazioni umanitarie. 

L’equipaggio della Freedom Flotilla diretto verso Gaza

Un esempio è quello dell’equipaggio Madleen della Freedom Flotilla, in questi giorni sequestrato dal governo di Israele in acque internazionali, mentre cercava di portare latte in polvere, cibo, medicinali a Gaza dove i palestinesi stanno morendo di fame mentre vengono bombardati quotidianamente. Il sequestro in acque internazionali di una barca che trasporta aiuti umanitari è l’ennesima violazione del diritto internazionale. Evidentemente era una minaccia quel latte in polvere e la consapevolezza che c’è chi è disposto a tanto per restare umano.

Non ho la pretesa di entrare nello specifico del complesso conflitto israelo-palestinese; studiosi ed esperti del settore ne hanno scritto e parlato, spesso in modo molto chiaro (illuminante ad esempio il libro “J’accuse” di Francesca Albanese, giurista e docente italiana, specializzata in diritto internazionale e diritti umani e relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati).

Mi sembra però necessario osservare come di fronte alle evidenti e continue violazioni del diritto internazionale, le istituzioni faticano a prendere posizione e a sviluppare provvedimenti. Sorprende al contrario come siano le scelte coraggiose delle associazioni umanitarie ad essere derise e scoraggiate. Basta leggere alcuni commenti sui social o addentrarsi nella narrazione mistificata di alcuni giornali o soggetti politici. È il paradosso dell’autenticità: chi sceglie di restare umano in un mondo disumanizzato, spesso paga un prezzo alto. Ma restare umani è una responsabilità, non è un opinione.

Il messaggio alle nuove generazioni

Come terapeuta e come essere umano, mi interrogo spesso su quale messaggio possiamo offrire alle nuove generazioni. Come possiamo parlare a figli e studenti, senza tradire la verità e al contempo senza schiacciarli sotto il peso del dolore del mondo? E come coltivare in loro la fiducia — non quella ingenua, ma quella radicale, che resiste anche quando tutto sembra perduto?

La risposta, per me, sta nell’autenticità della relazione. Non è nascondendo la verità che li proteggiamo. La vera protezione nasce dalla presenza emotiva, dall’ascolto sincero, dall’uso di parole adeguate che non negano il dolore, ma lo contengono. I nostri figli non chiedono un mondo perfetto: chiedono adulti capaci di stare nel dolore senza crollare, capaci di nominare la sofferenza, di coltivare la gentilezza, di testimoniare che un altro modo di essere è possibile.

La fiducia è una costruzione lenta, fragile, ma reale. Non nasce nei momenti di quiete, ma si nutre delle scelte che facciamo nel mezzo della tempesta: quando resistiamo, quando proteggiamo, quando denunciamo, quando amiamo nonostante tutto.

La psicologia ci insegna che la speranza  è una forza attiva: è il movimento interno che ci spinge a immaginare un futuro, a tollerare l’angoscia, a trasformare il dolore in possibilità. È questa speranza che dobbiamo offrire ai nostri figli — non attraverso illusioni, ma attraverso la nostra presenza autentica.

Educare alla realtà (non solo di Gaza) richiede coraggio

Educare alla realtà richiede coraggio. Significa trovare parole che diano un senso, senza traumatizzare. Per i bambini più piccoli, ciò implica offrire immagini rassicuranti, spiegazioni semplici ma vere, lasciando spazio al gioco simbolico, ai disegni, alle storie che parlano di cura e resistenza. Quando si inizia ad andare a scuola, il dialogo si fa più articolato: onesto, ma guidato. Possiamo usare strumenti come libri, mappe, narrazioni selezionate per aiutarli a comprendere e partecipare. Con gli adolescenti, invece, è necessario entrare nel territorio della verità condivisa. Non serve mentire: loro vedono. Quello che chiedono è coerenza, confronto, possibilità di costruire un pensiero critico.

Tenere i bambini al riparo dal dolore può sembrare un atto d’amore, ma rischia di essere un tradimento. Perché la vita è anche dolore, ingiustizia, paura. E se impareranno a sentire e integrare questi aspetti da bambini saranno adulti di domani capaci di essere attivi nel mondo con le proprie idee, emozioni e scelte.

Raccontare la verità, allora, è un atto di responsabilità esistenziale. È responsabilità di noi adulti trovare le parole giuste per narrare il mondo e dare gli strumenti per abitarlo, è un gesto d’amore.

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