Mi è stato chiesto di riflettere sui reati di genere, su come questa nuova prospettiva si incroci con l’enfasi attuale sul penale; e, infine, se e come impatti sull’annoso e delicato problema della non punibilità dell’autore di reato, in questo caso di reato di genere, sulla base di un giudizio di “incapacità di intendere e volere al momento del fatto”. Il reato di genere più noto e terribile è il femminicidio, oggi all’attenzione dell’opinione pubblica.
Scelgo di ragionare a partire dal primo reato di genere su cui il movimento femminile e femminista si è impegnato fino dagli anni Ottanta dello scorso secolo: la violenza sessuale, con l’obiettivo di far risaltare la gravità di un crimine che in precedenza era classificato “contro la morale” e non “contro la persona”. E tanto basti a far comprendere come il Codice Penale sia stato costruito a partire dal punto di vista del soggetto maschile, nonostante la sua pretesa di “neutralità di genere” sulla base dell’aderenza a una uguaglianza formale. Invece, l’ottica di genere proprio questa “neutralità” contesta: e perciò lavora a decostruire la pretesa universalità di quella che è in realtà l’ottica maschile. Dunque, il riconoscimento della lettura di genere delle Istituzioni, in particolare dell’istituzione giustizia, è una vittoria del movimento delle donne.
Di fronte alla violenza sessuale come “catastrofe”
Fatta questa premessa di inquadramento storico e teorico, parto da alcune considerazioni su un film che mi ha molto colpito, anzi di più, che mi ha turbato: “Creature di Dio”, film irlandese di due anni fa. Il turbamento ha a che fare col connubio violenza sessuale-morte, magistralmente rappresentato nell’opera. E, infatti, al centro del racconto è la violenza sessuale di una giovane donna da parte di un giovane uomo suo amico ed ex partner. I due si conoscono fino da bambini nella piccola comunità di pescatori irlandesi dove vivono.
L’episodio precipita in tragedia, sullo sfondo di una radicale divergenza di comprensione e di sentimenti rispetto a quanto accaduto: la sofferenza della donna vittima è esasperata dal mancato riconoscimento da parte dell’uomo di aver agito in mancanza del suo consenso (peraltro la comunità locale, specie nella componente maschile, è in sintonia col giovane uomo). Per la vittima, la violenza diventa una ferita via via sempre più profonda e insopportabile che stravolge tutta la sua vita.
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