Vaso di Pandora

Un mese come psichiatra di comunità

Il Maestro apre la porta, ma tu devi entrare da solo.
(Proverbio cinese)

Leggo lo scritto del dr. Anselmi con un sorriso di compiacimento.

Lo zelo dell’inizio me lo ricordo bene e penso anche Alessio non dimenticherà i suoi primi giorni di lavoro in Comunità.

L’esperienza del tirocinio è fondamentale; chi capisce il senso del lavoro nel nostro Gruppo, lo riprodurrà interpretandolo e declinandolo secondo il proprio temperamento.

Ma il senso è quello.

O si capisce e condivide o resta impossibile scimmiottare senza partecipazione.

Parla di tempo, di autenticità, di sintonia e sincronia.

Ha afferrato il senso, saprà portare avanti il nostro modello di lavoro con forza nuova e rinnovata energia ma con antica passione ed onestà.

Grazie Alessio, ti auguro di azionare estintori metaforici per spegnere incendi di vitalità forse eccessiva, per domare disordini di vita tra le tante persone che conoscerai e di cui ti curerai.

Monica Carnovale

Tutto quello che può succedere in un mese come psichiatra di comunità

Non era neanche il secondo giorno di lavoro nella comunità di Montezemolo quando insieme al direttore veniamo chiamati con urgenza nella sala dove pranzano gli ospiti, proprio durante il pasto. A un’ospite era andato di traverso un boccone e stava soffocando. Insieme con il collega eseguiamo la manovra di Heimlich, resa difficoltosa dal fatto che la paziente, che stava perdendo conoscenza, era seduta a terra, quasi a peso morto. Dopo uno sforzo che nemmeno durante la più intensa attività fisica ricordo di aver mai provato e dandoci il cambio, riusciamo a disostruire la gola della donna che riprende finalmente colore e torna a respirare. E così anche noi. Il migliore dei lavori di squadra da parte di tutti ha permesso che non accadesse una disgrazia.

La settimana successiva, durante le consegne scatta questa volta l’allarme antincendio. Insieme all’infermiere raggiungiamo velocemente il sensore del fumo che si è attivato. Alla vista del fumo che invade la stanza, non ci penso due volte, rompo il vetro di sicurezza (con qualche difficoltà…) e prendo l’estintore, levo la sicura ed entro. Sono bastati pochi minuti per realizzare che il fumo non proveniva dalle stanze, ma da un vaso con una piantina in cui era stata messa una cicca di sigaretta. Nessuna fiamma, solo fumo, nessun pericolo.

Ormai “armato” mi accanisco su quel vasetto e gli faccio assaggiare un po’ di schiuma. I miei colleghi, nel frattempo, prendono in giro il mio eccesso di interventismo, che anzi rischiava di rovinare il mobilio. Con queste due immagini cercherò di fare un resoconto di questo mese come psichiatra di comunità.

L’intervento

Non ci sono dubbi sul fatto che, come psichiatri, siamo chiamati a intervenire. Sono la qualità e la quantità dell’intervento a distinguere, però, un intervento farmacologico da uno psicoterapico o analitico, per esempio. Purtroppo, non siamo Ghostbusters (o per l’appunto pompieri), che grazie ai loro strumenti sono in grado di acchiappare i fantasmi o spegnere l’incendio, sbrogliando definitivamente la situazione. Per quanto vorremmo, la dimensione eroica non ci appartiene. Spesso siamo costretti a lasciare il paziente con i suoi effetti collaterali o in preda ad angosciose domande senza risposta, e questo per me non è affatto facile.

Il tempo

È bastato pochissimo tempo per realizzare che mi sento responsabile di queste persone e di questa struttura, forse perché, come si usa dire, nei momenti di tensione il tempo si dilata incredibilmente. Ciò ha reso l’imprinting ancora più forte. Ma accanto ai tempi dell’urgenza si snoda il tempo della lungimiranza, della pazienza e dell’accettazione anche, della sofferenza, che può diventare progettualità. L’autenticità Penso che la fortuna di assistere le persone nel luogo in cui abitano sia quella di vivere un’esperienza realmente autentica. Questo è possibile grazie al rapporto che gli ospiti hanno con la struttura, ricca di oggetti creati dai pazienti, quadri, ceramiche, quindi altamente personalizzata, e con gli altri, sia operatori che pazienti, presenti, usciti e, nella fantasia, futuri. Ai ricordi dei pazienti si uniscono i miei, che così velocemente, e forse mio malgrado, ho vissuto; ma che mi hanno fatto sentire, fin da subito, un po’ più a casa.

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