Studi e ricerche

Teoria dell’attaccamento e Comunità terapeutica

Dario Nicora
26 Novembre 2013
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Teoria dell’attaccamento e Comunità terapeutica

La teoria dell’attaccamento fu proposta da John Bowlby nella seconda metà del ‘900.
Bowlby era uno psicoanalista inglese ed avanzò una teoria che nelle sue intenzioni doveva essere utilizzata per la diagnosi e la terapia dei pazienti emotivamente disturbati e delle loro famiglie.
Egli poco prima di morire alla fine degli anni ottanta, espresse stupore ed un certo rammarico perché le sue idee fino a quel punto erano invece servite soprattutto per promuovere la ricerca nel campo della psicologia dello sviluppo.

Gli sviluppi e le implicazioni cliniche della sua teoria sono avvenute soprattutto negli ultimi 20 anni, quindi dopo la sua morte nel 1990.
Quando incontrai questa teoria mi affascinò, soprattutto per la semplicità dei concetti e poi perché nel lavoro in comunità e nel mestiere di genitore trovavo continui riscontri.


L’attaccamento è il legame che i cuccioli in natura hanno verso un essere più grande di loro capaci di proteggerli. Generalmente è la madre, ma può essere anche un sostituto capace di attivare un comportamento di tipo genitoriale in-vece dei genitori naturali, quando questi non ci sono o sono impossibilitati a prendersi cura dei loro cuccioli.
Nel corso della mia formazione avevo soprattutto studiato gli autori del modello analitico; parlo naturalmente della mia esperienza personale, senza alcuna pretesa di generalizzare.  Nel caso della teoria psicoanalitica i miei tentativi di approfondimento hanno sempre coinciso con uno sforzo di comprensione via via crescente, con delle difficoltà sempre maggiori ad orientarmi per tenere il filo del discorso ed i riscontri della realtà sono sempre stati tentativi di adattare i concetti teorici che ho appreso agli avvenimenti che osservo, ma questi riferimenti rimangono carichi di dubbi e di incertezze.
Faccio un esempio: il concetto di Mary Klein di seno buono e seno cattivo è un costrutto psicologico a cui qualche volta facciamo ricorso quando parliamo dell’ambivalenza affettiva dei legami o quando parliamo della scissione, ma nella realtà cosa sono questo seno buono e questo seno cattivo?   Chi ha avuto dei figli o ha osservato dei bambini piccoli al seno della mamma ha avuto riscontri evidenti di questa teoria?
Per non parlare dell’angoscia di castrazione che tutti i bambini dovrebbero avere in un certo periodo del loro sviluppo o dell’invidia del pene che dovrebbero avere provato tutte le bambine.   Qualche genitore ha mai avuto un riscontro evidente che il loro bambino avesse paura di essere castrato?
Non voglio essere un eretico dissacratore, bensì evidenziare una realtà di cui non sempre abbiamo consapevolezza: tutta la teoria psicoanalitica della psicologia dello sviluppo è stata costruita a partire dalle rappresentazioni interne dei pazienti adulti che giungevano in terapia, trascurando l’osservazione diretta dei bambini e le loro esperienze di vita reale.
Così la patogenesi delle nevrosi è fatta risalire ad un conflitto insanabile tra le istanze inconsce dell’Id e del superIo, piuttosto che al fatto che quel paziente da bambino possa aver visto disattesi i suoi bisogni di cura e protezione e questo possa averlo reso vulnerabile.
La teoria dell’attaccamento invece nasce dall’osservazione diretta dei bambini, dall’etologia e dalla psicologia applicata alla biologia.


I teorici dell’attaccamento ritengono che le primitive esperienze di legame con i propri genitori abbiano condizionato lo sviluppo della personalità dei bambini e che la persistenza di alcuni schemi comportamenti legati allo stile di attaccamento sia alla base dell’insorgere dei disturbi di personalità, soprattutto dei disturbi borderline, narcisistico ed antisociale.
Osservare gli schemi comportamentali dei nostri pazienti ci aiuta a comprendere quali tipi di esperienze reali essi abbiano vissuto nella vita di relazione con le loro figure di attaccamento e rende ragione delle difficoltà che incontriamo ad avvicinarci ad alcuni pazienti che ci rifiutano o ci minacciano oppure viceversa ci idealizzano riponendo in noi aspettative impossibili.

Renè Spitz
Renè Spitz descrisse la sorte di alcuni bambini ricoverati nel blefotrofi durante o subito dopo la seconda guerra mondiale. Erano talmente tanti i bambini a cui erano morti i genitori a causa della guerra che l’accudimento che il personale delle strutture poteva offrire si limitava al soddisfacimento dei bisogni fisici, cosicché questi bambini crescevano deprivati del soddisfacimento del loro bisogno d’affetto. Molti di questi si ammalavano di una malattia gravissima chiamata depressione anaclitica a prognosi quasi sempre fatale. L’unica possibilità di cura era legata all’eventualità che un adulto potesse dedicarsi a loro con tempo ed amorevolezza e cominciasse ad occuparsi di questi bambini come se fossero i suoi figli.
Gli effetti della separazione precoce di questi bambini dalla loro madre, senza trovare un valido sostituto sono la comparsa di comportamenti caratteristici.
La depressione anaclitica si configura con un corteo sintomatologico piuttosto ben definito che comprende lamentele e richiami nel primo mese di separazione, pianto inconsolabile e perdita del peso nel secondo mese, rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo dello sviluppo motorio, tendenza a contrarre malattie. assenza di mimica, perdita continua di peso, posizione prona al terzo mese, cessazione del pianto e rare grida e stato letargico successivamente. Se entro il quinto, sesto mese di separazione in piccolo trova la sua figura di attaccamento o qualcuno che la sostituisca questi sintomi scompaiono; se la separazione si protrae per più tempo, secondo Spitz, anche nel caso in cui il piccolo si riprenda  questi bambini cresceranno insicuri o fortemente inibiti.

L’importanza di questi studi è soprattutto legata al fatto che si introdussero il metodo dell’osservazione diretta dei bambini per rendere conto degli effetti che le esperienze di vita reale hanno sull’insorgere di una malattia mentale.
Il comportamento di attaccamento è parte di alcuni schemi comportamentali che hanno forti ed evidenti radici biologiche predeterminate, ossia programmate biologicamente per funzionare quando attivate da determinati stimoli ambientali e che insieme contribuiscono alla sopravvivenza dell’individuo e della prole.

Questi schemi comportamentali sono:

Tabella degli schemi comportamentali
Schemi comportamentali biologicamente programmati e modificabili con l’apprendimento     Funzione biologica
  • Comportamento genitoriale
  • Protezione della prole
  • Comportamento di attaccamento
  • Protezione di sé dai pericoli e dai predatori
  • Comportamento sessuale
  • Riproduzione e sopravvivenza della specie
  • Comportamento alimentare
  • Nutrizione e sopravvivenza
  • Comportamento di esplorazione
  • Esplorazione e conquista dell’ambiente e del territorio con conseguente vantaggio in termini evoluzionistici

E’ bene che ciascuno di questi schemi venga studiato in modo separato, perché ciascuno serve ad una precisa funzione biologica.
Questo approccio evidentemente contrasta con la tradizionale teoria delle pulsioni, che ha considerato i comportamenti biologici come diverse espressioni di un singolo impulso chiamato libido.
Per la biologia  e per la psicologia applicata aggrapparsi ad un genitore è diverso da calmare o confortare un bambino, succhiare o masticare del cibo è diverso da avere un rapporto sessuale e ciascuno di questi comportamenti serve ad una precisa funzione biologica.

Per quanto ci riguarda, potere fare riferimento ad una teoria che studia e riconosce schemi comportamentali biologicamente programmati e che soddisfano funzioni biologiche distinte dalla nutrizione o dalla riproduzione e sostenute da spinte motivazionali distinte dalla libido penso possa essere opportuno e conveniente.
Gli schemi comportamentali che più ci interessano sono evidentemente il comportamento genitoriale, perché ci consente di riconoscere in parte il comportamento e la funzione degli operatori, dettati dalla spinta motivazionale di proteggere i pazienti ed aiutarli ed emanciparsi, mantenendo però un legame affettivo con la comunità ed il comportamento di attaccamento, perché ci consente di riconoscere in parte il legame che i pazienti instaurano con noi e che è sostenuto dalla spinta motivazionale di cercare protezione dai pericoli e dai predatori, o dai persecutori aggiungo io.

Fino al 1950 era ampiamente condivisa l’opinione che il motivo per cui il bambino sviluppa uno stretto legame con la madre è che lei lo nutre. Se fosse vera questa teoria, un bambino di un anno o due dovrebbe accettare con simpatia chiunque lo nutra, il ché evidentemente non accade.

Konrad Lorenz

In quegli anni un altro scienziato Viennese, Konrad Lorenz cominciò a pubblicare una serie di lavori sulla risposta del seguire presente negli anatroccoli.
Lorenz fece un esperimento: raccolse venti uova uguali di oca selvatica, e le diede dieci ad un’oca domestica e dieci ad una tacchina. Poi trasferì le uova in un’incubatrice; al momento della schiusa, cercò di studiare il comportamento dei piccoli che uscivano. Poi li portò prima all’oca domestica, poi alla tacchina. Davanti ad entrambe i piccoli tornarono da Lorenz. Questo voleva dire che i piccoli avevano riconosciuto Lorenz come esemplare della propria specie e si comportavano nei suoi confronti seguendolo, proprio come gli altri pulcini in natura si comportano nei confronti della loro madre La cosa particolare era che i piccoli tornavano da soli, camminando verso Lorenz.
L’esito di questo imprinting rimane fissato nell’essere animale per tutta la durata della loro vita.

Queste esperienze sono importanti perché dimostrano almeno due cose:
1.    in alcune specie animali può svilupparsi un forte legame nei confronti di una specifica figura materna senza l’intermediazione del cibo, perché questi piccoli uccelli non sono nutriti dai loro genitori, ma si nutrono da soli, catturando insetti.
2.    In alcune specie animali i legami affettivi possono prescindere dai cosiddetti legami di sangue, ossia i piccoli di quella specie possono riconoscere come madre esseri viventi di cui non sono figli naturali,  e questo può accadere addirittura se l’essere vivente appartiene ad un’altra specie.


Entrambe queste riflessioni, ossia la possibilità in natura di legami parentali senza la mediazione del cibo e a prescindere dai legami di sangue,  sono interessanti per chi come noi si propone in una relazioni d’aiuto.

Sulla base di queste e di altre osservazioni Bowlby elaborò il concetto di un comportamento che definì appunto di attaccamento, con una dinamica propria distinta dalle dinamiche tradizionali riguardanti il cibo ed il sesso.

Harry Harlow
Un sostegno ulteriore a questo concetto gli venne dalla scoperta di Harlow che in un’altra specie di primati, i macachi rhesus, il piccolo mostrava una netta preferenza per una madre manichino soffice, nonostante non gli fornisse cibo, rispetto ad un surrogato materno duro capace di fornirgli cibo.
Con una procedura etica discutibile, che ai giorni nostri non potrebbe essere replicata, aveva infatti separato delle scimmiette dalla madre e le aveva chiuse in gabbia con due sostituti materni: uno di peluche, caldo e morbido che non forniva latte e l’altro freddo, metallico, ma che erogava latte. Le scimmiette dimostrarono di preferire il surrogato di madre di peluche, quando si sentivano minacciate e avevano bisogno di confortarsi, e ricorrevano invece al surrogato di madre metallico solamente per soddisfare i bisogni alimentari.

Gli esperimenti dimostrarono che la necessità di contatto fisico è un bisogno primario e indipendente da quello relativo al soddisfacimento dei bisogni fisiologici, e che il legame di attaccamento madre-figlio è qualcosa di più che l’esito di un rapporto strumentale finalizzato all’ottenimento di cibo da parte del cucciolo.

In altri esperimenti Harlow dimostrò che le stesse scimmie, che da piccole erano state separate precocemente dalla loro madre, una volta divenute adulte, ed esse stesse genitori, erano incapaci di comportamenti genitoriali adeguati.

Questi esperimenti trovarono una conferma, in anni successivi, da uno studio condotto da Mary Main la quale, attraverso interviste condotte alle madri dei bambini coinvolti nella ricerca, trovò una forte correlazione tra come una madre descriveva la relazione con i propri genitori durante l’infanzia e lo schema di attaccamento che il suo bambino aveva attualmente con lei: mentre le madri di bambini con schema di attaccamento sicuro erano capaci di parlare con libertà e con emotività della propria infanzia, le madri di bambini con schemi di attaccamento insicuro non lo erano.

Questi esperimenti permettono almeno tre riflessioni:

1.    gli schemi comportamentali di cui abbiamo parlato prima, ed in particolare il comportamento genitoriale, pur essendo geneticamente e biologicamente programmati,  non sono il puro prodotto di un istinto e come tali immutabili. E’ vero invece che le caratteristiche particolari con cui questi schemi si manifestano dipendono dalla nostra stessa esperienza nel legame di attaccamento e dall’osservazione di altri genitori.  Questo naturalmente vale anche, per esempio, per il comportamento alimentare: un leone allevato in cattività, pur mantenendo lo schema comportamentale programmato per aggredire le prede, non ha acquisito la capacità della caccia e, se fosse lasciato libero, morirebbe.
2.    la seconda riflessione riguarda il fenomeno della persistenza nell’adulto del modello di attaccamento sviluppato nell’infanzia, ossia c’è evidenza che le esperienze avute durante l’infanzia condizionano lo sviluppo della personalità adulta.
3.    la terza riflessione che scaturisce da questi esperimenti che riguardano le difficoltà ad essere buoni genitori degli individui che hanno avuto schemi di attaccamento di tipo insicuro è che un atteggiamento giudicante e colpevolizzante nei confronti dei genitori dei nostri pazienti è improprio. Mentre è indicato uno sguardo disincantato su ciò che nei legami parentali può accadere, allo stesso modo è necessario un atteggiamento di aiuto che accomuna genitori e figli in un sistema che produce loro sofferenza.

Secondo Bowlby tutti gli schemi comportamentali di cui abbiamo parlato sono sistemi di controllo per mantenere l’omeostasi.
Il comportamento di attaccamento viene descritto da John Bowlby come un sistema geneticamente programmato, tramite un sistema di controllo all’interno del sistema nervoso centrale.   Questo sistema di controllo ha la funzione di garantire l’omeostasi, ossia un sufficiente grado di sicurezza e protezione, ed è analogo ai sistemi di controllo che mantengono entro limiti stabiliti, per esempio, la pressione sanguigna o la temperatura corporea.

Prendiamo un esempio di sistema di controllo, tra quelli più noti, il sistema di controllo del senso di fame:
L’introduzione di cibo provoca  incremento delle scorte adipose, questo comporta un incremento della secrezione di Leptina, la quale agisce a livello del centro della sazietà inducendo una riduzione del senso della fame e agisce sui tessuti provocando un aumento della spesa energetica. All’opposto, durante il digiuno si verifica un consumo delle scorte adipose, questo provoca un’inibizione della secrezione di Leptina con conseguente aumento del senso della fame e diminuzione della spesa energetica.
I sistemi di controllo sono geneticamente programmati, agiscono con una programmazione impostata a livello del Sistema Nervoso Centrale, funzionano attraverso meccanismi di feed-back che consentono una regolazione finalizzata al mantenimento dell’equilibrio più funzionale al benessere dell’individuo, implicano la comunicazione attraverso ormoni, neurotrasmettitori e mediatori chimici e la recezione attraverso recettori cellulari.
E’ comunque importante notare che questi sistemi di controllo possono rompersi, oppure non essere sufficienti in condizioni ambientali particolarmente sfavorevoli e generare quindi un’alterazione dell’omeostasi, che chiamiamo malattia. Nel caso della Pressione Arteriosa potrà manifestarsi una forma di Ipertensione più o meno grave o viceversa una forma di Ipotensione che porterà ad uno stato di shock o ad una sincope.
Nel caso del sistema di controllo del comportamento di attaccamento, in condizioni ambientali particolarmente sfavorevoli, quando i meccanismi per garantire l’omeostasi non sono più sufficienti, il sistema si rompe e l’esito è una malattia che si manifesterà con uno schema di attaccamento insicuro o disorganizzato che, qualora persistesse, esiterà in un disturbo di personalità.
Quando parliamo di sistemi di controllo parliamo di mediatori chimici, ormoni, modulatori dell’intensità del segnale. Parliamo dunque di biologia e chimica e non è un caso che per curare l’ipertensione si usino farmaci che intervengono in determinati punti del sistema di controllo come gli ACE-inibitori o i diuretici con il compito di ripristinare l’omeostasi ed il benessere.

Nel caso del comportamento di attaccamento la chimica e la biologia che sottendono al meccanismo di controllo non sono ancora noti. Tuttavia mi ha colpito leggere che nel Maggio del 2009 su “Biological Psychiatry” è stato pubblicato uno studio degli effetti dell’Ossitocina assunta per bocca sui rapporti di coppia.
L’Ossitocina è un ormone peptidico prodotto dai nuclei ipotalamici e secreto dalla neuroipofisi.  L’azione principale dell’Ossitocina è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell’utero. Nell’ultimo periodo della gravidanza la responsività dell’utero all’Ossitocina aumenta notevolmente e l’ormone esercita un ruolo importante nell’inizio e nel mantenimento del travaglio e del parto. Altro fondamentale ruolo è quella di stimolo delle cellule dei dotti lattiferi delle mammelle dove provoca una contrazione delle cellule muscolari e l’eiezione del latte. Ciò avviene in risposta allo stimolo della poppata.
I recettori dell’Ossitocina si trovano anche nel cervello, nel sistema limbico.
Esperimenti recenti su animali hanno dimostrato l’importanza di tale ormone nell’accoppiamento e nel comportamento nei confronti della prole.
Risultano inoltre interessanti recenti studi scientifici che avrebbero dimostrato una certa correlazione con la capacità di empatia e di comprensione dello stato d’animo altrui e di un migliore rapporto con sé e con gli altri. Invece che “Ormone del parto” come veniva chiamata fino a pochi anni fa, oggi l’Ossitocina viene detta “Ormone della fiducia”, poiché provoca l’atteggiamento ad essere maggiormente disponibili e cordiali.
Non ho ancora letto alcuna correlazione con la teoria dell’attaccamento, ma sono sicuro che se Bowlby leggesse questi articoli, direbbe che a lui queste cose erano note già trent’anni fa.

Nel 1972 fu condotto uno studio in un parco di Londra, studiando bambini del secondo e del terzo anno di vita e misurando quanto questi bambini si allontanassero dalla madre; lo studio rivelò che assai difficilmente essi si allontanavano più di sessanta metri senza fare ritorno, ma se accadeva che il bambino perdesse di vista la madre, l’attività di esplorazione del territorio veniva dimenticata; in quel caso la cosa più importante diventava ritrovare la madre, cosa che un bambino più grande fa andandola a cercare, mentre un bambino più piccolo fa mettendosi a piangere.
E’ evidente che il mantenimento della vicinanza sia mediato da un sistema di controllo.
La sua attivazione è intensificata in condizione di dolore, fatica o paura, mentre è ridotta dalla prossimità o dal contatto con la figura materna.
Il sistema di controllo che a livello del sistema nervoso centrale regola l’omeostasi pone il comportamento di attaccamento ed il comportamento di esplorazione in una relazione di feed-back negativo: mano a mano che il sistema di controllo attiva il comportamento di attaccamento perché l’individuo si sente insicuro, inibisce il comportamento di esplorazione.
Nonostante un individuo cresca, secondo Bowlby, la sua vita continua ad essere organizzata secondo le stesse modalità, sebbene le escursioni esplorative diventino via via più estese nel tempo e nello spazio.
All’ingresso nella scuola dureranno per ore e più tardi per giorni, durante l’adolescenza possono durare per settimane o per mesi ed è probabile che vengano cercate nuove figure di attaccamento.
Anche nella vita adulta la disponibilità di una o più figure di attaccamento che sia pronta a dare risposte rimane la fonte del sentimento di sicurezza di una persona.

John Bolwby sosteneva che “Tutti noi, dalla culla alla bara, siamo felicissimi quando la vita è organizzata come una serie di escursioni lunghe o brevi dalla base sicura fornite dalle nostre figure di attaccamento

Analizziamo ora un poco più nei dettagli gli schemi comportamentali geneticamente programmati di cui abbiamo già parlato, escludendo il comportamento alimentare ed il comportamento sessuale. Sebbene infatti sia il cibo che il sesso svolgano un ruolo importante nelle relazioni di attaccamento, la relazione esiste di per sé  e questo ci consente di comprendere meglio le implicazioni che questa teoria ha nel nostro mandato di operatori di comunità, dove il tipo di legame che cerchiamo di instaurare con i pazienti ha l’evidente finalità biologica del prendersi cura e garantire loro protezione, mentre viceversa la sovranutrizione è frequentemente un effetto collaterale della cura e la riproduzione dei pazienti sarebbe semmai considerata un imprevisto non desiderato, un esito non auspicabile del legame con loro.

Abbiamo già visto come il comportamento genitoriale consiste nel dare cure e protezione per garantire la protezione della prole.
Il comportamento di attaccamento consiste nella ricerca di cure per garantirsi protezione dai pericoli e dai predatori ed è evidentemente complementare al comportamento genitoriale di una figura percepita come capace di dare ciò di cui si ha bisogno.
Il comportamento di esplorazione dell’ambiente comprende il gioco, varie attività insieme al gruppo dei pari, il comportamento di allontanamento dalla figura di attaccamento e si può considerare come l’antitesi del comportamento di attaccamento. La finalità biologica è la conquista del territorio e l’acquisizione di migliori capacità di adattamento, che garantiscono maggiori possibilità di sopravvivenza in caso di carestia  o in altre circostanze ambientali avverse.

In che modo questi tre schemi comportamentali possono interagire tra loro ?

Mary AinsworthMary Ainsworth ha prodotto una serie di importanti studi.
Questa ricercatrice lavorò con Bowlby a Londra nei primi anni 50, poi si trasferì  in Uganda dove rimase per un paio di anni: ella fu colpita dall’osservazione che i bambini, una volta in grado di muoversi autonomamente, usassero la madre come una base da cui partire per le loro esplorazioni. In condizioni favorevoli un bambino si allontanava da lei per escursioni esplorative, tornando alla base di tanto in tanto. Qualora invece la madre avesse dovuto per qualsiasi motivo assentarsi, il comportamento esplorativo del bambino diventava meno evidente o cessava addirittura.  Ebbe modo di realizzare queste osservazioni sia con gli uomini che con le scimmie e sviluppò il concetto che una “madre normalmente attenta” fornisce al figlio una base sicura da cui egli può partire per esplorare ed a cui può far ritorno quando è turbato o spaventato.
Questo concetto della base sicura piacque moltissimo a Bowlby e “Una base sicura” divenne anche il titolo del suo ultimo libro, che dedicò proprio a Mary Ainsworth come per saldare un debito di riconoscenza.
In questo libro c’è un brano che mi ha colpito particolarmente:
questa è la caratteristica più importante di essere genitori: fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi nel mondo esterno ed a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato
Estrapolato questo concetto dal ruolo di genitore al nostro lavoro di operatori di comunità potremmo dire:  “Questa è la caratteristica più importante di una comunità terapeutica: fornire una base sicura da cui un paziente possa partire per affacciarsi nel mondo esterno ed a cui possa ritornare, sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato”

Mary Ainsworth si trasferì poi negli Stati Uniti. Un suo contributo fondamentale per comprendere la teoria dell’attaccamento riguarda uno studio sull’interazione madre-figlio durante il primo anno di vita che ella condusse su ventitre famiglie bianche della classe sociale media di Baltimora.
Queste famiglie vennero sottoposte a due tipi di osservazioni:
la prima osservazione avveniva a casa del bambino, registrando il comportamento della madre e del bambino stesso per tre ore ogni tre settimane, dalla nascita fino al compimento del primo anno di vita. Ella usò quattro diverse scale di valutazione per misurare la sensibilità che una madre dimostra per i segnali e le comunicazioni del suo bambino.
Una madre sensibile era costantemente sulla lunghezza d’onda dei segnali del suo bambino, li interpretava correttamente e vi rispondeva prontamente.
Una madre insensibile non notava i segnali del figlio, li interpretava male e qualora li avesse interpretati correttamente, vi rispondeva tardivamente o in modo inappropriato o non vi rispondeva affatto.

La seconda osservazione avveniva sottoponendo la coppia madre-bambino, in prossimità del compimento del compimento del primo anno di età, ad una situazione insolita che è passata alla storia con il nome di “Strange situation”.

Si tratta di una procedura ideata appunto per studiare il comportamento di attaccamento e di esplorazione del bambino, che si svolge in un laboratorio attrezzato con giocattoli ed è costituita da una sequenza standard di otto episodi, della durata di tre minuti ciascuno, ad eccezione dell’ultimo.
1° episodio: in una stanza apposita vengono fatti entrare, e successivamente lasciati soli, la madre con il figlio.
2° episodio: nella stanza sono presenti dei giocattoli in un angolo, il bambino ha così la possibilità di esplorare l’ambiente ed, eventualmente, giocare con lei.
3° episodio: entra un estraneo che siede prima in silenzio, poi parla con la madre e successivamente coinvolge il piccolo in qualche gioco.
4° episodio: la madre esce lasciando il bambino con l’estraneo.
5° episodio: rientra la madre nella stanza ed esce lo sconosciuto.
6° episodio: la madre lascia di nuovo il bambino, ma questa volta lo lascia solo.
7° episodio: entra di nuovo l’estraneo e, se necessario, cerca di consolare il bambino.
8° episodio: la madre rientra nella stanza.
Di rilievo sono le osservazioni del comportamento del bambino durante le due fasi di separazione e durante le due fasi di riunificazione con la madre ed il comportamento del bambino in presenza o in assenza di una persona estranea, mentre il bambino sta con la madre o mentre sta da solo.

Il comportamento dei bambini durante questi esperimenti veniva osservato, sia durante le visite di tre ore a casa sua, sia durante il test della strange situation.
Fu possibile distinguere tre tipi di comportamento:
Il primo gruppo comprendeva otto bambini: essi esploravano attivamente, specie in presenza della madre, utilizzavano la madre come base, scambiando sguardi e di tanto in tanto tornando da lei, per condividere qualche piacevole contatto. Quando la madre si allontanava veniva accolta con calore al suo ritorno.
Il secondo gruppo comprendeva undici bambini: tre di questi erano passivi, sia nelle osservazioni a casa che nella situazione test, esploravano poco ed invece succhiavano il pollice o si dondolavano, erano costantemente angosciati per gli andirivieni della madre, piangevano molto in sua assenza, ma erano oppostivi e difficili al suo ritorno. Gli altri otto di questo gruppo alternavano momenti in cui apparivano molto indipendenti ed ignoravano completamente la madre ad altri in cui diventavano angosciati, la cercavano, ma quando la trovavano sembravano non gradire il contatto con lei.
Gli ultimi quattro bambini componevano il terzo gruppo e furono classificati come occupanti una posizione intermedia tra il primo ed il secondo gruppo di bambini.

Ciò che sorprese di più fu l’alta corrispondenza tra il comportamento sicuro dei bambini e la sensibilità della madre oppure, detto in altra maniera, tra un comportamento insensibile della madre ed un comportamento ambivalente ed angosciato del bambino.
Questo lungo esperimento permise alla Ainsworth di descrivere tre tipi di schemi di attaccamento, legando a questi le condizioni che ne determinano lo sviluppo.

•    Schema dell’attaccamento sicuro: il bambino ha fiducia nella disponibilità, nella comprensione e nell’aiuto che gli darà il genitore, in caso di situazioni avverse. Si sente ardito nell’esplorare il mondo. Questo schema viene promosso da una madre che sia facilmente disponibile, sensibile ai segnali del bambino, pronta quando il bambino cerca in lei protezione o conforto.
•    Schema dell’attaccamento di resistenza angosciosa: il bambino non ha la certezza che il genitore sia disponibile o pronto a dare aiuto, se chiamato in causa.  A causa di questa incertezza è incline all’angoscia di separazione e l ‘esplorazione del mondo è ridotta e condotta con riserva. Questo schema, in cui il conflitto è evidente, viene promosso da un genitore che in alcune circostanze è disponibile e soccorrevole, in altre no. Viene favorito anche dalle separazioni e dalle minacce al bambino di abbandono.
•    Schema dell’attaccamento di evitamento angoscioso: il bambino non ha la fiducia che, quando cercherà le cure, gli si risponderà in modo soccorrevole, al contrario si aspetta di essere rifiutato ed allontanato. Tende a vivere la sua vita emotiva in modo autonomo e isolato, limitando fortemente l’esplorazione del mondo.  Questo schema viene promosso da un genitore che è abitualmente ostile o rifiutante.
Questi studi hanno trovato molte conferme e la metodica di laboratorio della Ainsworth  è tutt’oggi la tecnica più ampiamente usata per la valutazione della qualità dell’attaccamento del bambino verso le figure di riferimento.
Mary Main dopo molte applicazioni arrivò alla conclusione che alcuni bambini sviluppavano uno schema di attaccamento che non poteva essere classificato in uno degli schemi precedenti. Ella propose di introdurre un quarto schema che chiamò di attaccamento disorganizzatoMary Main

•    Schema dell’attaccamento disorganizzato:  il bambino sembra essere disorientato e confuso, può essere immobile, o impegnarsi in movimenti stereotipati ed inconcludenti, oppure iniziare un movimento verso la madre e poi bloccarsi inspiegabilmente. È uno schema che può manifestarsi in bambini maltrattati o fortemente trascurati, figli di madri a loro volta affette da forme gravi di psicosi maniaco-depressive o che hanno subito maltrattamenti o abusi

Una particolarità che mi ha colpito nella lettura di questi lavori riguarda la sollecitudine con la quale le madri ritenute sensibili rispondevano al pianto del bambino.
Le osservazioni compiute durante i primi tre mesi di vita dei bambini sembravano non evidenziare alcuna correlazione tra la quantità di pianto di un bambino ed il modo in cui la madre lo trattava, mentre alla fine dell’anno le madri che avevano risposto prontamente al pianto dei loro bambini avevano bambini che piangevano molto meno di quanto non facessero i bambini delle madri che le avevano lasciati piangere.

Gli studi e le ricerche hanno dimostrato che gli schemi di attaccamento sono relativamente stabili e persistono, se le relazioni parentali non mutano, sicuramente almeno fino ai sei anni di età.
Secondo Bowlby è ragionevole supporre che gli schemi di attaccamento di tipo angoscioso o disorganizzato siano all’origine della manifestazione clinica di diversi disturbi di personalità.
Questi bambini diventano adulti timorosi di potersi attaccare a qualcuno per paura di subire un ulteriore rifiuto, con tutto il tormento, l’angoscia e la rabbia a cui questo può condurre. Come risultato si crea un blocco che impedisce di esprimere o perfino di provare il naturale desiderio di una relazione intima e fiduciosa di cure, conforto ed amore.
Inevitabilmente questi pazienti ci portano il rifiuto o il timore di entrare in relazione, insieme alla paura o alla certezza inconscia di essere rifiutati o abbandonati.

La comunità, un posto e un pasto

Alcuni pazienti accettano di rimanere in comunità solamente a patto di non essere tormentati da una vicinanza emotiva che essi  rifiutano, per un meccanismo difensivo di esclusione di informazioni discordanti con il modello di attaccamento operante che hanno interiorizzato.
Nei meccanismi di transfert, il paziente oscilla tra trattare chi si propone in una relazione d’aiuto alternativamente come se fosse uno o l’altro dei suoi genitori oppure comportarsi nei suoi confronti nel modo in cui l’hanno trattato i suoi genitori. In questo senso possono essere compresi alcune minacce ostili, un atteggiamento di disprezzo sdegnoso ed anche alcuni approcci sessuali impropri.
Con altri pazienti può capitare una situazione opposta: il transfert diventa una relazione in cui si esprime facilmente gratitudine, ammirazione e affetto ed il terapeuta viene visto con un’aure rosata di perfezione. Mancano espressioni di insoddisfazione o di collera. In questi casi l’idealizzazione del terapeuta nasce in parte da aspettative irrealistiche su ciò che il terapeuta sarà disposto a fornire, ma anche in parte da un modello di relazione appreso durante un infanzia in cui criticare i genitori era proibito e la compiacenza veniva rafforzata, sia attraverso tecniche tese a suscitare il senso di colpa, sia tramite sanzioni come la minaccia di non amare più o abbandonare il bambino.

Sebbene la capacità di mutare il corso dello sviluppo diminuisca con l’età, i cambiamenti sono sempre possibili.
Questo persistente potenziale di cambiamento dà l’opportunità di effettuare una terapia efficace.
Innanzi tutto il cambiamento potrebbe scaturire dalla possibilità di sperimentare nuove relazioni significative. Queste nuove esperienze possono creare nuovi legami associativi nel sistema di controllo nel sistema nervoso centrale, che pur non eliminando completamente i vecchi circuiti dello schema comportamentale di attaccamento, lo affiancano, permettendo al paziente di indebolire il sistema difensivo legato all’esclusione di informazioni discordanti con il modello di attaccamento operante che ha interiorizzato durante la sua infanzia.   In questo senso è necessario superare il concetto di “quale distanza dobbiamo mantenere da un paziente” per sostituirlo con una nuova impostazione terapeutica legata a “quale vicinanza possiamo raggiungere”.
Occorre altresì superare il vecchio concetto della “dipendenza” che contiene in sé un giudizio morale, vagamente dispregiativo e sostituirlo con il concetto di “attaccamento”, ricordando che è proprio la garanzia di poter contare su solidi legami e di poter fare riferimento ad una base sicura, che potrà consentire ad un paziente, come ad un bambino con i suoi genitori, di attivare uno schema comportamentale di esplorazione del territorio, che gli permetterà di sperimentarsi in nuove attività riabilitative o in nuove situazioni abitative e di essere ad un certo punto dimesso dalla comunità, con la promessa di potervi rientrare se ne avrà ancora bisogno.



Una risposta.

  1. Alex ha detto:

    Mi piace molto l’idea di “…superare il concetto di -quale distanza dobbiamo mantenere da un paziente- per sostituirlo con una nuova impostazione terapeutica legata a -quale vicinanza possiamo raggiungere-…”. Sono grato a Dario Nicora,con il quale lavoro da un pò, perchè tra le altre cose fa spesso riferimento alla “psicologia” dei pz. e al loro bisogno di “relazione”. Colgo il suo sforzo di “comprendere”, di “approfondire” anzichè liquidare la sofferenza degli ospiti di una comunità con quello che rischia di diventare un must buono per tutte le occasioni del tipo “il pz. è scoperto di terapia”. Qualcuno ha detto che le “persone non hanno sintomi,ma vivono esperienze”.
    Per tornare all’argomento,mi piaceva sottolineare da sistemico l’importanza di Bowlby nel campo della terapia familiare. Nel 1983, mi pare, invitato a tenere la trentunesima Karen Horney Lecture durante l’incontro annuale che si teneva a New York, Bowlby trattò il tema della violenza nella famiglia. Si preoccupava così di rilevare l’importanza e le conseguenze del comportamento violento dei membri di una famiglia e specialmente della violenza esercitata dai genitori. In maniera indiretta forse veniva presa in seria considerazione l’influenza devastante che possono avere, ad esempio, i conflitti coniugali anche quelli più striscianti sulla psiche dei figli in fase di sviluppo. Ma egli è stato soprattutto autore nel 1949 di uno dei primi articoli di terapia familiare di cui aveva scoperto la forza. La sua applicazione era però limitata e prevedeva l’esclusione di fratelli e sorelle nelle sedute. Bowlby non aveva dubbi sull’importanza dell’esplorazione del pattern familiare, ma riteneva che i tempi non fossero maturi (erano gli anni ’40-50) per fare della terapia familiare e decise così di concentrarsi sull’attaccamento del bambino ad un solo genitore come primo passo verso l’analisi dell’intera famiglia.Occorre segnalare l’inizio tardivo dell’esplorazione della teoria dell’attaccamento all’interno dei sistemi familiari nonostante sia stato riconosciuto (da qualche autore, almeno)che il comportamento di attaccamento sia il primo gradino nel processo evolutivo epigenetico all’interno dei sistemi familiari.È interessante il fatto che la teoria dell’attaccamento si presta ad essere integrata nella teoria sistemica perché esplora le relazioni bidirezionali in cui ciascun soggetto fornisce il contesto per il comportamento dell’altro.Bowlby, è vero che esalta il ruolo della madre nel rapporto con il figlio/a, ma rimarcava anche che il ruolo materno non dovesse essere necessariamente ricoperto dalla donna all’interno della coppia, ma da chiunque potesse assicurare una presenza costante in grado di garantire la continuità della relazione con il piccolo, vale a dire una persona che “faccia da madre”. In tal senso viene rivalutato ante litteram il ruolo e l’importanza della figura paterna cui l’autore intende,forse,risvegliare una maggiore responsabilità nella cura della prole.Una “base familiare sicura”, ad esempio, è quella di “una famiglia che fornisce una rete affidabile di relazioni di attaccamento”.Il termine “rete”implica una responsabilità familiare condivisa che assicura tutti del fatto che tutti i componenti della famiglia che abbiano bisogno di aiuto saranno sostenuti.Il bambino piccolo deve poter contare su caretaker (persone che “si prendono cura di”o che “facciano da madre”) affidabili, ma ancora di più ha bisogno di sentire che le relazioni tra adulti sono sufficientemente collaborative da garantirgli cura in ogni momento.Insomma anche il padre e la madre hanno bisogno di sentire una “reciproca affidabilità”. In caso contrario un genitore il quale per tanti motivi non vede una base sicura nell’altro genitore si rivolge ai figli come figure di attaccamento diventando egli stesso una minaccia per la cura dei bambini.Ecco che il punto di vista si sposta dal singolo al “sistema”: dunque, una base familiare sicura comprende la consapevolezza condivisa del fatto che le relazioni di attaccamento devono essere protette non minacciate. In tale contesto i familiari si sostengono a vicenda per prendersi cura l’uno dell’altro. Il “modello operativo interno” condiviso dalla “famiglia sicura” è “collaborare per prendersi cura degli altri”.Le relazioni di una famiglia a base sicura hanno “stili transazionali adattabili”.Da ciò sembra trasparire l’idea che il piccolo possa giovarsi della presenza di almeno due genitori, ma a patto che la relazione tra i due sia armoniosa, altrimenti anche la figura del genitore unico può assicurare meglio uno sviluppo adeguato a patto che il figlio possa comunque contare su una relazione sufficientemente calorosa, intima e continua.
    Nonostante la teoria di Bowlby mostri un grande interesse per la “famiglia” nel suo complesso non è completamente utilizzabile da parte dei terapisti familiari, a causa di qualche limite teorico come il “pregiudizio diadico”, cioè l’idea che l’esperienza interna si organizzi fondamentalmente su una struttura diadica “madre-bambino”. La tal cosa non è molto accettabile dai sistemici che per impostazione teorica e tecnica non trovano molto produttivo occuparsi di modalità interattive che privilegiano soltanto i rapporti di un unico sottosistema.A questo vulnus si è tentato di riparare con una teoria sistemica che, fedele ai principi fondamentali della teoria dell’attaccamento, include nella spiegazione dei problemi la comprensione dei maggiori sottosistemi familiari confrontandosi in tal modo sul rapporto tra sistema familiare (ottica interazionista-pragmatista) e sistema intrapsichico (ottica maggiormente psicodinamica-rappresentazionale).Quest’ottica fa capo a quella vulgata che fa riferimento fondamentalmente ai concetti di modello operativo interno, Sé intersoggettivo e Family script o Copione Familiare.

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