Vaso di Pandora

Tendenza ad autosabotarsi: perché viene e come superarla

Capita di desiderare qualcosa con forza e, allo stesso tempo, di mettere in atto comportamenti che sembrano andare nella direzione opposta. Procrastinare, rimandare decisioni importanti, scegliere relazioni sbagliate o rinunciare proprio quando si è vicini a un obiettivo sono esempi comuni di autosabotaggio. Dal punto di vista psicologico, non si tratta di mancanza di volontà o di pigrizia, ma di un conflitto interno profondo: una parte di sé spinge verso il cambiamento, un’altra lavora per mantenere l’equilibrio conosciuto, anche se doloroso.

Che cos’è l’autosabotaggio

L’autosabotaggio è l’insieme di comportamenti, spesso inconsapevoli, che ostacolano il raggiungimento dei propri obiettivi o il proprio benessere. È un meccanismo paradossale, perché la persona finisce per danneggiarsi pur desiderando l’opposto. In realtà, dal punto di vista psicologico, l’autosabotaggio ha una funzione: proteggere da una minaccia percepita.

Questa minaccia non è quasi mai esterna. Riguarda piuttosto la paura del cambiamento, del fallimento, del successo o della perdita di un’identità conosciuta. Restare dove si è, anche se si sta male, può sembrare più sicuro che affrontare l’ignoto.

Perché la mente si autosabota

L’autosabotaggio nasce spesso da una discrepanza tra ciò che si desidera consciamente e ciò che si teme inconsciamente. Il cambiamento implica una ridefinizione di sé: nuove responsabilità, nuove aspettative, nuovi rischi. La mente, per proteggersi, può rallentare o bloccare il movimento.

Dal punto di vista psicologico, l’autosabotaggio è una strategia di evitamento. Evita il fallimento, ma anche il successo; evita il rifiuto, ma anche la possibilità di essere visti; evita la sofferenza, ma anche la crescita. È un compromesso interno che mantiene la persona in una zona di apparente controllo.

Le radici psicologiche dell’autosabotaggio

Alla base dell’autosabotaggio si trovano spesso esperienze precoci e convinzioni profonde su di sé. Se una persona ha interiorizzato l’idea di non meritare, di non essere abbastanza o di doversi adattare alle aspettative altrui, ogni passo verso l’autorealizzazione può attivare un allarme interno.

  • bassa autostima e senso di indegnità
  • paura del giudizio o dell’esposizione
  • esperienze di fallimento non elaborate
  • legami affettivi in cui il successo non era sostenuto

Dal punto di vista psicologico, queste esperienze costruiscono una narrazione interna che entra in conflitto con il desiderio di cambiamento.

Autosabotaggio e paura del successo

Uno degli aspetti meno intuitivi dell’autosabotaggio è la paura del successo. Riuscire può significare essere più visibili, più responsabili, meno protetti. Può implicare l’idea di non poter più tornare indietro o di dover mantenere uno standard elevato.

Dal punto di vista psicologico, il successo può minacciare equilibri relazionali consolidati: superare gli altri, differenziarsi, cambiare ruolo all’interno della famiglia o del gruppo. L’autosabotaggio diventa allora un modo per restare “al proprio posto”.

Come si manifesta l’autosabotaggio

L’autosabotaggio non ha una forma unica. Può presentarsi in modo evidente o molto sottile, mascherato da razionalità o da prudenza. Spesso la persona trova spiegazioni plausibili per giustificare il blocco, senza riconoscerne la funzione emotiva.

  • procrastinazione cronica
  • rinuncia quando l’obiettivo è vicino
  • scelte ripetute che portano allo stesso esito negativo
  • autosvalutazione e dialogo interno critico

Dal punto di vista psicologico, questi comportamenti mantengono coerente l’immagine di sé, anche se dolorosa.

Il ruolo del dialogo interno

Uno dei motori principali dell’autosabotaggio è il dialogo interno. Pensieri come “non ce la farò”, “non è il momento giusto”, “tanto andrà male” agiscono come freni automatici. Non sono semplici opinioni, ma convinzioni radicate che orientano il comportamento.

Dal punto di vista psicologico, questo dialogo interno ha spesso la funzione di anticipare il fallimento per evitare una delusione più grande. Meglio fermarsi prima che cadere.

Come iniziare a superare l’autosabotaggio

Superare l’autosabotaggio non significa forzarsi a cambiare, ma comprendere cosa si sta cercando di proteggere. Il primo passo è riconoscere il meccanismo senza giudicarsi. L’autosabotaggio non è un difetto, ma una strategia appresa.

Dal punto di vista psicologico, è utile imparare a tollerare il disagio che accompagna il cambiamento. Ogni passo avanti attiva una resistenza: ascoltarla permette di non esserne governati.

Dalla lotta alla consapevolezza

Un errore frequente è combattere l’autosabotaggio con rigidità, come se fosse un nemico da eliminare. Questo spesso lo rafforza. Un approccio più efficace è quello della consapevolezza: osservare quando emerge, in quali situazioni, con quali pensieri e sensazioni corporee.

  • riconoscere i momenti in cui ci si blocca
  • collegare il blocco a una paura specifica
  • distinguere il pericolo reale da quello immaginato
  • procedere per piccoli passi, senza forzature

Dal punto di vista psicologico, il cambiamento stabile avviene quando la mente si sente sufficientemente al sicuro.

Integrare, non eliminare

L’autosabotaggio non va semplicemente eliminato, ma integrato. È una parte che ha cercato di fare il suo lavoro nel modo migliore possibile. Ringraziarla, simbolicamente, e aggiornare le strategie di protezione è un passaggio fondamentale.

Dal punto di vista psicologico, superare l’autosabotaggio significa imparare a stare nel rischio emotivo senza scappare. Non garantisce l’assenza di errori, ma permette di vivere le scelte come proprie, non come qualcosa da cui difendersi.

In questo senso, l’autosabotaggio diventa una porta d’accesso alla crescita: non un ostacolo da aggirare, ma un segnale da ascoltare per capire dove la paura sta ancora chiedendo spazio.

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