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Sono arrivata a Cogoleto…

Roberta Antonello
7 Giugno 2014
2 commenti
Sono arrivata a Cogoleto…

Sono arrivata a Cogoleto. Mi hanno assegnato un reparto, il 4, lì aveva lavorato uno psichiatra che veniva da Arezzo (Guelfi). Ora era nel territorio. Ho girato i padiglioni, attraversato i viali e la chiesa, visto i resti, bicchieri di stagno ammucchiati insieme ad altre vestigia del passato, qua e là.

Gli infermieri erano quelli che non avevano chiesto di andare nel territorio. I colleghi a cui mi presentai erano quelli non  per la trasformazione. Si stupirono (Tortora Capani Santini ecc.) del mio presentarmi con rispetto verso loro. Ma io ero una straniera e mi sembrava educato bussare e non piombare in mezzo. Ero stupefatta perché il dispetto, il mugugno, la diffidenza non mi erano abituali, venivo da altri ospedali psichiatrici,  Voghera, Pistoia. Due storie diverse.

Pistoia (VILLE SPERTOLI) una ex casa di cura per malati mentali abbienti nata nell’800 con un successivo passaggio alla Provincia ma con ancora l’eredità di questa origine (forse regalo di un ricco padre perché il figlio matto fosse curato, forse un’operazione imprenditoriale di successo, illuminata.) Sicuramente gli infermieri, cartina di tornasole della storia dei manicomi, avevano anche usanze da educati camerieri. Ricordo come fosse servito il mio pranzo nei giorni di guardia, l’apparecchiatura del tavolo, i bicchieri, le posate, il vino e l’acqua in brocche di vetro antiche.. la bellezza di alcuni modi cortesi  verso i pazienti ereditata di vecchi infermieri). Pistoia con un direttore (Buondonno)  sempre presente  impegnato lontano da casa sua e giovani mescolati a primari più anziani. Stridore a volte ma aria di cambiamento. Condivisione. Lì chi si occupava della farmacia mi insegnò ad usare e quindi ordinare  i farmaci solo con il nome del principio attivo. Non tollerava che si desse il nome   commerciale e distribuiva solo le dosi necessarie secondo le prescrizioni. No allo spreco ma soprattutto all’uso improprio. Questo contrastava l’abuso. Lavoro nel territorio e nell’ospedale del Ceppo insieme ad una equipe variegata, ma pronta all’ascolto. E’ dal 78 al 79 non vedo eccessi, sicuramente qualche cosa assolutamente velleitaria ideologica come il pensare ad un T.S.O. in casa e De Martis mi aveva educata alla consapevolezza all’attenzione ai bisogni di tutti e quindi io reagivo dicendolo improponibile lì dove è scoppiata la situazione andiamo a intrudere ma appunto si parlava e il lavoro era comune. Forse l’ostilità dei colleghi medici del bell’ospedale del Ceppo ci rendeva più uniti nell’affrontare in quella ricca provincia il processo di deistituzionalizzazione i cambiamenti e la stessa piccola città rendeva le cose più facili, facile trovare risorse farsi conoscere superare degli stereotipi nella gente comune.  Al mio annuncio che me ne sarei andata per fare l’aiuto a Genova mi promisero una visita e lo fecero, più di una volta, sia infermieri che psichiatri e  a Fermo mi ospitò il direttore di Ville Sbertoli durante una mia vacanza. C’era apertura alle emozioni, al dolore come al dispetto ma anche la gioia. Episodio doloroso: un sociologo insisteva in una terapia centrata sullo sport e la partecipazione con un giovane grave psicotico. Camminate in montagna imposizioni e colpevolizzazioni dello stesso che non stava al passo. Si impiccò. Non discutemmo con quel sociologo, era difficile, si riteneva nel giusto, basagliano. Bah anni dopo vidi lo stesso modo di procedere in persone ottuse e gli stessi risultati , non c’entra l’essere basagliani o no, c’entrava solo l’attaccamento al proprio mondo ideologico alle proprie convinzioni senza capacità di ascolto. Ma non erano stati cresciuti da De Martis .

Voghera, un’altra storia. Ospedale all’avanguardia sempre a metà 800 corpo unico in padiglioni razionalmente collegati sia da sotterranei comunicanti per i servizi che da corridoi interni, con la ‘rotonda’ , immagine drammatica di come si poteva fermare e controllare una persona ( immagine che ricorda mamma Roma di Pasolini) legandola  a un letto a sua volta fissato al pavimento con un buco nel pavimento in corrispondenza al buco del letto . Non era necessario slegare il paziente per le sue necessità. Lombroso l’aveva pensato questo manicomio, altri , non certo incompetenti o velleitari diretto, collegato con Pavia, università cultura universitaria, banco di prova di nuovi esperimenti, dai comi al ‘chiodo’ (lobotomia ). Legato alla clinica delle malattie nervose e mentali dell’università. Gli infermieri, ripeto la cartina di tornasole, i portatori della cultura , ereditavano questo rispetto ma anche orrendo stupore per la scienza medica.  E avevano attraversato tante contraddizioni e ancora le attraversavano. Mi avevano accolto giovane e femmina in un’osservazione maschile in cui vedevo il loro impegno e fatica e loro vedendo il mio mi aiutavano, mi insegnavano, mi proteggevano. Anni 1976, delirium tremens in una stanza infermeria, loro di notte ed io di notte vicini, io spaventata con un protocollo di intervento, loro scrutanti se andava bene, se non ero un’imbecille. E non era un solo delirium tremens potevano essere due tre, Pavia contadina con i mungitori che nel freddo mattino facevano il peggior mestiere che auguravano ai loro figli, spesso diventavano alcolisti, erano malnutriti, si malnutrivano e finivano in situazioni fisiche disperate senza che ne avessero coscienza. E neppure chi era con loro. E il reparto dove l’occhio su chi poteva essere pericoloso era indispensabile: arrivava l’ordinanza di giorno, proveniente da quel pronto soccorso che io stessa conoscevo per averci lavorato, dove non era stato visto ma spedito dopo un esame delle carte, arrivava e passava la prima notte. Caldo o freddo, rumori e spaesamento e ignoranza del perché. Ma gli infermieri erano vicini e pronti a darmi dell’imbecille o ad aiutarmi , E constatato che guardavo anche io con loro mi aiutavano , segnalazioni giuste, parole e pareri pensati. Scelsi di fare i turni domenicali perché potevo vedere i parenti contadini della provincia, i famigliari. Poi nel 78 arrivò un direttore cognitivo comportamentista (Goldwurm) . Ordinò non preparò l’apertura delle porte, scelse i fedeli del partito a capo dei settori e siccome io non lo ero mi mandò per mia fortuna con un primario democristiano ma mi seguirono quelli dell’Osservazione maschile ed era è stato un piacere lavorare con loro. Il nostro settore (vedi psichiatria di settore sul modello francese) funzionò , in futuro uno che si occupava di statistica (Ebbli) mi disse che era quello che aveva avuto risultati migliori sia in termini di restituzione al territorio che di assenza di incidenti. Il lavoro lo fecero gli infermieri, io li guidavo ma le visite le organizzavano loro con il coordinatore, e mi segnalavano cosa dovevo fare, dove intervenire. Ricordo un infermiere delinquente che il coordinatore teneva sotto controllo, non lo faceva mai andare da solo e ogni tanto mi consigliava un intervento autorevole. Nel futuro sarebbe stato incarcerato. Ma tutti gli altri erano onestamente competenti per quello che potevano e fortemente collaboranti.

Torno a Cogoleto: si gli infermieri erano veramente diffidenti, ombrosi, il reparto orrendo, capii cosa voleva dire ‘piazza’ e quei reticolati alti intorno in mezzo a quel bel verde mi ossessionava. L’infermiere come un palo fuori. Io nel mio studio sola. Il collega via perché sempre con qualcosa (Venuti) poi andrà in aspettativa. All’ingresso la mattina mi aspettava una donna con problemi  di comportamento (la caratteropatica allora ora borderline) violenta insultante faceva battute feroci, misuravo la distanza perché non scoppiasse in un agito, era stata a lungo vezzeggiata direi strumentalizzata nel processo di deistituzionalizzazione dei miei colleghi precedenti quelli usciti nel territorio, pensavo a De Martis non mettere in O.P. i caratteriali, fai loro male. Non ci escono più, perdono risorse, fanno una perversa carriera. Bah anche questo lo constato ancora succede di nuovo viene chiesto di nuovo . E i risultati sono gli stessi. Mi faccio portare le cartelle e faccio il vecchio giro nella squallida camerata, non mi sembra un assurdo, né controrivoluzionario, devo pur conoscerli, li visito nel senso che li visito non solo con le parole ma molto come fa un medico visito il corpo e ordino esami del sangue controlli ecc. Quel reparto teneva una volta i tubercolotici e anche lì gli infermieri avevano ereditato un’attenzione ai problemi fisici accompagnata da una paura del contagio.

Iniziamo a parlare e il mugugno diminuisce, mi raccontano la storia recente, mi parlano del vecchio direttore e siccome nelle cartelle vedo la sua presenza come nei ricordi dei malati lo cerco (Modenesi) e mi faccio spiegare qualcosa. Il nostro linguaggio è lontano, ci capiamo poco, ma però ha conosciuto i pazienti ha avuto un interesse reale e riconosce il mio interesse. Lontano il mio linguaggio con tutti i colleghi ma la diffidenza è superata. Nelle guardie notturne, per me insopportabili perché non c’erano contatti, molto diverse da quelle a Voghera dove giravo a mezzanotte tutto il manicomio accompagnata e mi venivano comunicate le situazioni critiche insieme all’offerta del caffè o altro, nelle notti venivo chiamata per urgenze mediche non psichiatriche, cucire le piccole ferite, quello che aveva avuto una crisi epilettica , l’altro caduto, c’era paura negli infermieri non avevano previsto potevano essere colpevoli. Siccome avevo lavorato in Pronto Soccorso cucivo con facilità e questo li rendeva entusiasti.  Non facevo uscire il guaio dal manicomio ma io non vedevo colpevoli cercavo di capire cosa diavolo fosse successo con loro sempre secondo De Martis. A volte capivo altre volte no perché la diffidenza e anche la mia non possibile conoscenza (tanti i padiglioni ognuno con la sua storia, io ero conosciuta nel mio, il 4, del personale impediva un dialogo tranquillo. L’ignoranza fa commettere errori ma anche il dover rispondere a compiti impossibili come la guardia a centinaia di persone senza che nessuno ti abbia comunicato dei problemi. Genova mi stupiva Nel territorio i comunisti, nell’SPDC i moderati, nel manicomio quelli che non avevano un peso ora, o tali erano ritenuti. Acquistando peso mi spostarono in SPDC. Bah allora il reparto era aperto, alla mattina facevo il solito retrogrado giro e una riunione con gli infermieri prima che arrivasse il primario Maura). Con lui capii che bastava che io lavorassi come avevo fatto a Cogoleto che lui mi avrebbe lasciato fare ma anche riconosciuto. Infatti mi permise un’aspettativa per un mio ritorno in toscana al San Salvi.

Altro manicomio. Altri colleghi altri infermieri. Diviso per settori mi trovai nel settore di Prato, dove tre primari equamente divisi tra le forze politiche allora presenti si condividevano la gestione dell’assistenza. Dire che condividevano è irreale. Era un campo di battaglia ideologico dove i pazienti erano le armi. Reperibile in SPDC a Prato non c’era notte che non dovessi andarci anche più volte. Il reparto era aperto ma l’assistenza aveva tre correnti, quella dei farmaci e poco ascolto, quella della dimissione e pochi farmaci, quella dei tanti farmaci. Prevaleva la linea politica del più forte allora. Sabotata giornalmente . Esempio tizio entrava ammesso da uno dei tre, ma quando subentrava l’altro questo poteva decidere di dimetterlo trovando improprio il ricovero, così le terapie, con il risultato che veramente c’erano situazioni pericolose e gli infermieri sogghignavano quando io arrivavo e sedavo uno o parlavo con il padre fuori di sé perché la figlia era stata dimessa. Quei giorni di SPDC erano un incubo. Altro che compito impossibile. Li alternavo ai giorni in ambulatorio, questi potevo gestirli e il primario con cui condividevo il posto mi lasciava fare, era quello che se poteva fare i suoi impegni era felice, quello del poco ascolto, ma allora incontravo un’altra difficoltà gli infermieri arrivavano da Firenze, dal San Salvi ed arrivavano quando potevano e volevano. Aprivo io l’ambulatorio, ero consapevole che non potevo far conto su un lavoro comune, questi infermieri, divisi politicamente e variamente sindacalizzati, sconcertati  in un contesto assurdo non potevano come me costruire niente. Parlo di un contesto particolare, non tutti i contesti erano così, altri settori funzionavano, io ero capitata lì. E come sempre come anche a Cogoleto c’erano persone che ascoltavano e lavoravano, ascoltavano i pazienti, i loro bisogni, davano quello che avevano come propria competenza e risorsa. Dal lavoro nell’orto alla pittura in manicomio, murales ecc. Ma l’urlo della sofferenza non abbatteva l’urlo dissennato di posizioni ideologiche. Non sono riuscita a fare amicizie a Prato, città già allora contradditoria tra risorse economiche buone, un teatro come il fabbricone di cui ricordo ancora la classe morta di Kantor insieme ad altri spettacoli assolutamente stupefacenti e il rumore incessante delle macchine tessili di notte, cinesi che lavoravano in casa continuamente, rumore disperante già allora.  E non posso non ricordare una mia visita a Stefania  Turilazzi Manfredi, psicanalista e docente,  che mi diede molto sul piano di una sicurezza personale messa a prova in quel periodo. E la Magherini che mi aveva preavvisato sulla situazione pratese e conduceva un ottimo reparto al Santa Maria Nuova di Firenze a quanto mi riferivano.

Quello che non riuscii ad instaurare fu un rapporto coi colleghi politicizzati, di psichiatria democratica, non ero una reazionaria e mi sarebbe stato possibile collaborare portando la mia esperienza con De Martis e Petrella, portando un certo modo di ascolto e rispetto lontano da rigidità e  tecnicismi. Ma aimè allora parlare a Tranchina non era facile e parlando con me stessa decisi di tornare a Genova. Dopo un po’ fui chiamata dal primario comunista (Parrini) che mi offriva un posto rifiutai e mi chiamò anche il socialista (quello del poco ascolto) dicendomi che avevo lavorato bene e che i pazienti mi ricordavano. Non sentii invece il democristiano, persona di buon ambiente e cultura che però  accecato dalla situazione credo non mi abbia mai veramente visto.

Questi ricordi che possono non essere la realtà ma quella che ho vissuto, la mia esperienza personale , mi portano ad un certo sgomento.

De Martis, Basaglia, le possibilità che una legge nuova apriva , le risorse che un servizio sanitario poteva offrire, la sensibilità ad allargare ad un discorso più ampio il problema della cura dei malati mentali che il momento politico aveva aperto, sembra confluire o meglio defluire in rivoli forse economicamente utili ma drammaticamente lontani da una visione  ‘umana’ che  avevo sperimentato, condiviso, partecipato.

Poi venne tanto altro e infine nel 90 Redancia



2 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Commento eliminato dall’autore

  2. obliqua ha detto:

    l’attenzione all’altro, la curiosità, l’interesse, il piacere di capire, di essere compresi e comprendere, di condividere un’emozione o viceversa di fermarsi perchè strana , chiusa apparentemente la porta, l’attesa, la sofferenza, l’ansia, la gioia, la “cura” insomma che abbiamo scelto come mestiere non ha tempo.. non è più complicata è ugualmente complicata. Si declina ora in diverso modo… le Istituzioni sono diverse, si chiamano con nomi diversi ma ripropongono uguali disperate domande, drammi come la cronaca ci mostra o viceversa la gioia come una “cura” mostrata oggi da Villa del Principe dalla dottoressa Bartolini ha un senso di indicazione, di obiettivo.. ancora rivoluzionario.
    Non ci sono tempi eroici.. bisogna solo restare in contatto. A volte da soli.

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