Vaso di Pandora

Riconoscere la realtà dell’Altro

di Donatella Barazzetti e Antonella Cammarota

In un bel libro uscito qualche anno fa a cura di Antonio Maone e Barbara D’Avanzo, Recovery. Nuovi paradigmi per la salute mentale, si cita nell’introduzione una riflessione di John S. Strauss: Quando, seduto sul pavimento del soggiorno, iniziai a riesaminare tutte le elaborazioni grafiche relative ai soggetti inclusi nella ricerca, rimasi affascinato dalle cifre e dalla meravigliosa precisione. Ma non riuscivo a riconoscervi le persone che avevo intervistato e conosciuto. Non ero più in contatto con loro. (….) Mi sentivo sconcertato e mi rendevo conto che, più di ogni altra cosa, andava perduta la singola persona con la sua specifica volontà.  (Maone, D’Avanzo, 2015, p 17).

Si pone qui un problema centrale che Strauss individua nell’esistenza di due diverse dimensioni: quella della soggettività, della persona con la sua esperienza umana e quella delle teorie e delle pratiche di ricerca. Due mondi che non hanno ancora trovato il modo di integrarsi. 

In questo spazio irrisolto si pongono interrogativi non eludibili: Dove sono loro nei percorsi di cura? Dove si nascondono le singole soggettività? Attraverso quali percorsi un soggetto sofferente può esprimere appieno il proprio senso di sé, ed essere pienamente riconosciuto come protagonista del proprio percorso di vita?  

Molti progetti, analisi, articoli, libri che popolano l’ambito della salute mentale riconoscono la centralità del soggetto sofferente, della sua autonomia e delle sue scelte. Ma fino a che punto queste dichiarazioni si traducono nell’agire concreto? Fino a che punto noi stessi – operatori e familiari – abbiamo fatto nostri questi principi, traducendoli in comportamenti concreti? E ancor di più forse, fino a che punto si è davvero avviata una riflessione profonda su che cosa significhi rapportarsi con l’”altro”?

Studi consolidati riconoscono ormai la rilevanza che nel decorso clinico assumono i fattori contestuali cioè tutti quegli aspetti che non rientrano nell’ambito della dimensione strettamente medica (le reti familiari, sociali e amicali, il lavoro, l’autonomia dei propri spazi abitativi).  Ma come far dialogare tra loro istanze profondamente differenti? e in che modo le logiche istituzionali riescono a mettere al centro del loro operato la dimensione della soggettività? 

Chi scrive ha alle spalle una lunga esperienza nella realizzazione di uno dei possibili percorsi verso la crescita dell’autonomia e del reinserimento sociale delle persone con sofferenza psichica.

L’associazione Solaris di cui facciamo parte nasce infatti nel 2002 dalla necessità di dare nuove prospettive di vita agli utenti in uscita dalle comunità terapeutiche.

La collaborazione tra un gruppo di familiari e di psichiatri e operatori del CSM di via Sabrata a Roma crea la possibilità che gli utenti possano vivere in appartamenti autonomi, affittati sul mercato, e supportati, nel riappropriarsi del vivere quotidiano, dall’associazione stessa con il contributo finanziario del II municipio.

Una esperienza che suggerisce alcuni spunti di riflessione per tentare di trovare risposte agli interrogativi posti. Ad esempio, l’importanza di avere spazi “propri” non soggetti alle scadenze dei percorsi di cura, e dunque  la possibilità di essere finalmente “a casa”, il fatto di sentirsi persone come le altre,  non etichettabili a priori come “malati di mente” – cosa agevolata da una chiara separazione tra la propria vita quotidiana e l’ambito clinico – e infine una esperienza che per realizzarsi richiede “necessariamente”  la collaborazione tra gli utenti, le associazioni, i servizi territoriali di salute mentale e l’ente locale.

In queste “prove di dialogo” spesso emergono le contraddizioni tra le logiche di chi opera nel sociale e di chi opera nell’istituzione, tra il tempo relazionale del vivere di ogni giorno, e le scadenze standardizzate dell’istituzione. 

E malgrado la positività delle esperienze le domande iniziali restano ancora aperte e richiedono di interrogarsi a tutti i livelli, anche a quello soggettivo di chi fa parte a vario titolo del percorso di cura.   

Lo scritto di Maurizio Proietti  ci invita a un confronto non eludibile, mettendo in luce come il voler sapere in anticipo in che modo rapportarsi con il “diverso” determini la sostanziale chiusura all’incontro con la persona reale. Incontro che richiede “la disponibilità a comprendere la realtà dell’altro senza pregiudizi e senza preconcetti.  A mettere in atto modalità relazionali basate sul riconoscimento di questa realtà e sul reciproco rispetto”.

Recovery e contesto sociale. Considerazioni di un paziente psichiatrico

di Maurizio Proietti

Espongo di seguito il mio punto di vista di paziente psichiatrico riguardo alla recovery. 

Da questo punto di vista parlo di “disturbo psichico” e non di “malattia mentale”, perché quella che da parte di alcuni viene considerata malattia, viene effettivamente da me esperita come disturbo. D’altra parte il DSM è manuale statistico, precisamente dei disturbi psichici. 

Per quella che è la mia esperienza, riporto il mio “disturbo psichico” a due condizioni, una di sofferenza, e una a cui potrei riferirmi come a una “discrepanza cognitiva”. Con il termine “discrepanza cognitiva” intendo una lettura o interpretazione inadeguata di certe situazioni, o addirittura della situazione generale in cui mi sono venuto a trovare. Potrei anche semplificare dicendo che ho “travisato la realtà”, o che avevo una tendenza “a travisare la realtà”, tuttavia parlando in questi termini, sento di esprimermi in modo meno descrittivo della mia situazione. Mi sembra meno descrittivo perché i travisamenti che effettivamente ho operato, erano sostenuti da dinamiche emotive associate a quelle situazioni. Potrei affermare che le mie facoltà cognitive sono state in parte agite dal substrato emotivo.

Sempre secondo la mia esperienza, mi sembra che i fattori che modulano l’andamento del mio disturbo psichico, risiedano sia nelle mie dinamiche intrapsichiche che in quelle relazionali, ma che non si possano collocare separatamente in nessuna delle due, ma piuttosto operino, come mi sembra naturale aspettarsi, nella loro interazione.

Così, per come ho introdotto questa mia esposizione, io vivo il mio percorso di ripresa – di uscita dalla condizione di “disturbo” – in una doppia prospettiva. Cerco sia di migliorare le mie reazioni emotive, anche attraverso un percorso di crescita personale, che, al tempo stesso, di adeguare le mie relazioni interpersonali a un miglioramento del mio benessere. Come dire, semplificando, che io faccio la mia parte per stare nella relazione, ma chiedo che anche chi mi sta intorno faccia la propria – cosa quest’ultima, che talvolta non è pretesa da poco per un paziente psichiatrico.

Proprio nella seconda prospettiva mi sono trovato di fronte al problema di mediare la mia identità personale col contesto sociale. Non che io non mi sia trovato ad affrontare questo problema anche prima che la mia condizione di disturbo, per una serie di circostanze, si acuisse fino a passare dal solo malessere a una condizione anche di discrepanza cognitiva. Però posso dire che nella condizione di paziente psichiatrico questo problema si è andato accentuando parecchio, e credo di poter affermare che, forse non solo per me, questo possa essere un fattore ostacolante della ripresa dalla condizione di disturbo.

Il problema dell’identità, da un punto di vista personale è un problema di auto-ascolto, ma anche di elaborare la capacità di proporsi agli altri, proprio per l’importanza che riveste per ognuno di noi la relazione. Da un punto di vista interpersonale è un problema di visibilità. È il problema della disponibilità degli altri a vederti per come tu ti proponi, invece che nel modo che loro decidono, vuoi per loro esigenze pratiche che intrapsichiche.

Per fare un esempio, dico che coloro che mi spiegano lentamente e con fare paziente e benevolo le cose più semplici, mostrando di pensare che io sia rimasto fissato a uno stadio di sviluppo infantile, o coloro che invece più spesso, e direi con molta frequenza, mi considerano del tutto incapace di riconoscere qualsiasi situazione di rischio o pericolo, mi sembra evidente che lo facciano per assecondare le proprie esigenze narcisistiche. In generale viviamo in una società in cui di solito non interessa all’altro conoscerti, o vederti semplicemente per ciò che sei, ma piuttosto cerca di collocarti in una categoria, in modo da adeguare convenientemente ad essa il proprio atteggiamento. Essere paziente psichiatrico esclude la formula “scusa, come ti permetti?”, perché in quanto paziente psichiatrico l’altro si può permettere, e una rimostranza anche pacata può scatenare un tentativo collettivo di rabbonorti, di tranquillizzarti.

Ora, quando il sociologo statunitense Erving Goffman ha definito le “istituzioni totali”, si riferiva a strutture che oltre ad essere organizzazioni burocratiche fossero anche comunità residenziali, in grado di limitare al loro interno la possibilità di socializzazione degli individui che vi risiedono. Sono totali in quanto esclusive. Tuttavia l’elemento su cui queste istituzioni operano, secondo l’analisi di Goffman, è proprio la capacità degli individui di proporre al contesto sociale la propria identità personale, di costruire la propria identità personale in quel contesto in cui sono relegate.

Per cui la mia osservazione – il mio monito, se vogliamo – è di stare attenti a non costruire per i pazienti psichiatrici, o per alcuni pazienti psichiatrici, una situazione che potremmo provocatoriamente definire di “manicomio domiciliare”. In proposito, aggiungo a quanto già esposto riguardo al proporre l’identità personale al contesto sociale, che per come mi appare, noi viviamo in una società esasperatamente classista, in cui si attribuiscono dei pesi in termini di valore alle persone, e questo determina una onnipresente struttura gerarchica, il cui fine non è organizzativo, ma di assecondare le esigenze narcisistiche. Il paziente psichiatrico, anche quando riceve il plauso, è l’ultimo anello di questa catena di gerarchizzazione del valore umano di ciascuno. È quello di fronte a cui tutti si possono sentire grandi, e alcuni pazienti psichiatrici lottano per poter salire individualmente di categoria, diventando motivo di vanto per la comunità che li appoggia. Che un contesto sociale di questo tipo opponga cieca resistenza al recupero dalla condizione di disturbo, mi sembra ovvio.

Vorrei anche riportare la mia esperienza per cui per la stragrande maggioranza delle persone – la quasi totalità di loro – sapere che una persona è un paziente psichiatrico, significa la licenza di non mettersi in discussione all’interno della relazione. E questo a volte è penosamente vero anche per i familiari stretti, magari anche pronti a prodigarsi nei confronti di questa persona, in alcune situazioni in cui lei ha bisogno di loro, ma non ad ammettere un loro errore o di avere avuto torto in qualche circostanza, semplicemente perché sentono di avere la licenza di escluderlo, in una situazione culturale come quella attuale, che rende il fatto di mettersi in discussione o di ammettere un proprio errore o una propria debolezza, difficile per tutti. Anche questo è un modo un cui l’identità del paziente psichiatrico è già tracciata, e con essa il suo destino è vincolato.

Vorrei concludere dicendo che riguardo all’abitare autonomo, la mia opinione è che certamente, anche nella situazione da me esposta, o soprattutto in questa situazione, apre maggiori prospettive e offre maggiori opportunità di gestirsi e di proporsi agli altri. Tuttavia io penso che senza una sensibilizzazione anche per i temi da me delineati, può non essere abbastanza.

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Commenti su "Riconoscere la realtà dell’Altro"

  1. Maurizio, sei un grande!! Capisco e condivido. Forse sarei ancora più incisiva, vorrei che si finisse di parlare di pazienti psichiatrici, ma si parlasse di problemi di mente, come si parla di problemi di gola, di fegato, ecc.. Parlando del paziente psichiatrico subito lo subordiniamo al dottore, alla cura. Purtroppo il suo problema disturba. Gli altri problemi disturbano meno gli altri.
    È una persona, in primis, non un paziente, che è una condizione che può essere anche passeggera.

    Rispondi
  2. Grazie!
    Stigma, pregiudizio, stallo difensivo per non riconoscere le proprie difficoltà di ascolto e di comprensione, diventano un ostacolo al dialogo al di là e ben oltre la patologia (pur ammettendola).
    Dobbiamo confrontarci con l’essere piuttosto che con l’apparire, permettendo il dialogo tra persone e tra noi stessi al fine di riconoscerci ed apprezzarci vicendevolmente.

    Rispondi
  3. Ringrazio Alessanda Felice e Gg per i loro commenti, che mostano personale coinvolgimento su un tema che io sperimento sulla mia pelle. La mia opinione è che sia il riconoscimento che la persona viene prima della malattia, che il confrontarci con l’essere piuttosto che con l’apparire, debbano trovare espressione in una cultura dell’incontro. Penso che la nostra società dovrebbe comprendere che l’orientamento a favorire l’iniziativa individuale, che è stato caldeggiato dopo il crollo del Muro di Berlino, non deve sfociare nel presente individualismo esasperato, che invece di rafforzare il sistema economico, conduce a un crollo della civiltà. Bisognerebbe comprendere che la collaborazione e la solidarietà, non necessariamente sacrificano l’individuo, e che riconoscere l’altro non significa perdere le proprie opportunità.

    Rispondi

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