Vaso di Pandora

Referendum sulla giustizia: una questione che riguarda anche la salute mentale

Accogliamo questo contributo come parte di una vocazione che Il Vaso di Pandora coltiva fin dalle sue origini: quella di attraversare le soglie tra i saperi, di interrogare i punti di frizione tra clinica, società e istituzioni, e di dare spazio a riflessioni che, pur nascendo da ambiti specialistici, toccano inevitabilmente il cuore della vita collettiva.

Il tema del referendum sulla giustizia, affrontato qui con rigore, profondità e misura, chiama in causa non soltanto l’assetto normativo di un Paese, ma anche il modo in cui esso pensa la responsabilità, il potere, la cura e la dignità della persona. È in questa intersezione che riteniamo legittimo e necessario aprire uno spazio di parola.

Non si tratta di esprimere una posizione, ma di favorire un confronto. Come ricorda Eraclito, “polymathíe nóon ou didáskei“ – il molto sapere, da solo, non insegna a pensare.

È un monito che richiama alla necessità del dialogo tra prospettive diverse, e alla responsabilità di tenere insieme complessità e senso critico, soprattutto quando le questioni in gioco sono stratificate.

La rivista si riconosce in questa postura: offrire luoghi di pensiero, più che risposte precostituite.

L’auspicio è che questo articolo possa diventare occasione di dialogo, stimolo al dibattito e invito a un ascolto reciproco tra prospettive differenti.

Perché è solo nel pluralismo delle idee, e nella disponibilità a sostare nelle domande, che una comunità scientifica e civile può continuare a crescere.

Norberto Miletto

Di fronte al prossimo referendum sulla giustizia come sanitari, si può restare indifferenti? La psichiatria è politica e credo sia necessario cercare di comprendere come le proposte di modifica di ben sette articoli della Costituzione possono impattare sulla cura e sulla salute, compresa quella mentale. 

La Costituzione 

L’attuale governo ha un chiaro ed esplicito disegno da attuare con diversi provvedimenti: il referendum sulla giustizia è il primo, seguiranno autonomia differenziata, modifica (probabilmente unilaterale) della legge elettorale, premierato ed emarginazione della presidenza della Repubblica. 

Tutto in un clima di guerra, emergenziale affrontato con ripetuti decreti “sicurezza” che prevedono limitazione dei diritti, fermi di polizia e decreti antimigranti che colpiscono i diritti di asilo e le ONG con un aumento dei fermi amministrativi, sanzioni, collocazioni nel CPR nei quali persino i controlli ispettivi dei parlamentari pare vengano aboliti. 

Dopo avere di fatto acquisito il potere legislativo del Parlamento, il governo nell’esercizio del potere esecutivo, mediante la riforma della giustizia e leggi che seguiranno in caso di conferma, tenta di sottomettere anche quello giudiziario. Un processo che intaccando autonomia e indipendenza della magistratura, nonché il suo prestigio e dignità, vuole annullare la separazione dei poteri previsto dalla Costituzione e base della democrazia. Il potere esecutivo viene così a controllare quello legislativo e giudiziario mirando anche ad intaccare la libertà di espressione e stampa, di manifestazione e di dissenso, il diritto di sciopero quando disfunzionali, sgraditi e critici. 

Emerge un fastidio riluttante per la complessità e la dialettica che implica il dialogo, il confronto, l’incontro alla ricerca di verità, le mediazioni e compromessi. Tende a prevalere il riduzionismo fondato su affermazioni apodittiche, manipolatorie, proiezioni, creazione di nemici e paure rispetto alle quali vengono millantate soluzioni spesso disumane e draconiane.

In questo disegno il potere nel farsi assoluto mira a controllare tutte le Agenzie indipendenti, le Banche centrali e le professioni, medici, insegnanti

In ogni Paese, la psichiatria deve costantemente regolare il proprio rapporto con il potere, compreso anche quello giudiziario. In Italia non deve essere ri-portata alla legge manicomiale del 1904 che prevedeva un’obbedienza al potere al fine di custodire e curare le persone ritenute pericolose a sé e agli altri o con condotte di pubblico scandalo. Una riproposizione del mandato custodiale e di controllo sociale che con la 180 è stato superato in favore del mandato di cura. Come per la magistratura anche per la psichiatria, nella chiarezza dei mandati e nella leale collaborazione, è fondamentale l’indipendenza e autonomia del mandato.

Un processo ancora incompleto che dovrebbe prevedere il superamento della posizione di garanzia (di controllo) degli psichiatri in favore del privilegio terapeutico, tutelando la cura da ogni ingerenza anche giudiziaria, dei codici penali (ancora del 1930!) e di proceduta penali secondo linee garantiste e costituzionalmente orientate. Al contempo a tutte le persone anche con disturbi mentali va riconosciuta la pienezza di diritti e doveri. In altre parole va tutelato lo stato di diritto. Anche nel dare attuazione a leggi come la 81/2014 che ha chiuso gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e ancora richiede un completamento ed una precisa strategia di attuazione di sostegno dei Dipartimenti di Salute Mentale.

Se si determina una situazione nella quale il potere esecutivo sottomette quello giudiziario, è evidente che ciò possa avvenire anche per la sanità e la psichiatria. Per altro già fortemente chiamate in causa per la gestione delle persone negli Istituti di Pena e dei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR). In una linea che vede persone senza diritti sociali e talora anche con quelli umani a rischio, giustizia e sanità restano l’ultimo riferimento, il contenitore terminale neoistituzionalizzante del processo di esclusione prima del definitivo abbandono o del respingimento/espulsione/remigrazione. 

Se n’è avuta prova dopo i fatti di Torno del 31 gennaio 2026 quando la Presidente del Consiglio ha indicato ai magistrati i capi d’imputazione (tentato omicidio) per i quali inquisire i violenti e quali provvedimenti cautelari i giudici dovevano adottare (arresto in carcere).

In questo il clima la sanità può diventare l’ambito nel quale si realizzano azioni di polizia, tanto da determinare, il 12 febbraio scorso, la presa di posizione dell’Ordine dei Medici di Torino: “Una cittadina e 10 mediche iscritte al nostro Ordine ci hanno segnalato che, nel corso della manifestazione del 31 gennaio a Torino e dei successivi scontri di piazza, persone ferite o intossicate dai lacrimogeni hanno rinunciato ad andare in pronto soccorso per il timore di essere identificate. Alcuni dei feriti si sono accontentati di cure sommarie prestate in strada.

Viene inoltre riferito l’ingresso di Forze dell’Ordine all’interno delle aree sanitarie di alcuni ospedali, con finalità di identificazione di persone ferite assistite sulle barelle. Rispetto a queste segnalazioni, che riteniamo doveroso rendere pubbliche, questo Ordine intende ribadire che il diritto alla salute è un diritto costituzionale, che deve essere garantito in ogni circostanza ad ogni persona. Il dovere degli ospedali pubblici e il ruolo dei medici è di curare. I poliziotti e i manifestanti. Il bianco e il nero. Il ricco e il povero. Chi beve e chi è astemio, chi paga le tasse e chi le evade, chi fa errori e chi non li fa. Quando lavoriamo non giudichiamo. Siamo medici: curiamo. Gli ospedali devono essere luoghi di cura, non di paura.

Ricordiamo il Giuramento professionale: Giuro di esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l’indipendenza della professione. La FNOMCeO, la Federazione degli Ordini, già nel 2009 aveva preso una ferma posizione contro il decreto sicurezza che avrebbe voluto obbligare i medici a segnalare le persone migranti non regolari: il medico mantiene e deve mantenere quella funzione di terzietà, accoglienza e solidarietà verso tutti che, da sempre, e sino ad oggi, ha caratterizzato la matrice civile sociale ed etica della nostra professione.”

Se da un lato viene invaso l’ambito sanitario mettendo a rischio l’universalità delle cure, anche come viene esercitata l’attività medica, se considerata di ostacolo, viene messa in discussione e indagata. Infatti, il 13 febbraio 2026 da notizie di stampa si è appreso che la polizia ha effettuato perquisizioni nel reparto di Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna nell’ambito di un’indagine su presunte irregolarità nei certificati medici che dichiarano l’inidoneità al rimpatrio di migranti irregolari. 

Almeno sei medici risulterebbero indagati per certificati ritenuti incompleti o arbitrari, sulla base dei quali non si sarebbe avuto il trasferimento dei migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) e quindi il loro rimpatrio. Secondo l’ipotesi investigativa, alcuni certificati avrebbero attestato condizioni sanitarie incompatibili con il trattenimento o il volo, senza adeguati riscontri clinici. L’indagine è nata da vari casi di mancato accompagnamento al Cpr per motivi di salute. Sui social è seguita la richiesta di sanzioni, fino alla radiazione e persino la detenzione dei medici. Nessuna riflessione sulla qualità della vita e delle condizioni di salute ed umane che vi sono nei Cpr luoghi che andrebbero chiusi. La tutela sanitaria (per malattie infettive e psichiatriche) è in fondo l’ultimo e talora l’unico diritto che rimane a queste persone.

Sulle indagini all’ospedale di Ravenna il presidente della FNOMCeO Filippo Anelli ha preso posizione:

“Alle sentenze sommarie sui social rispondiamo con le parole del nostro Codice deontologico: “Doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera”. E ancora: “L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità”.

Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica”. “Abbiamo piena fiducia nell’azione della Magistratura – continua Anelli – ma non possiamo, nel contempo, non essere solidali con questi colleghi, che hanno subito il trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba; che hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare, per rendersi disponibili. E che sono ora indagati a motivo dell’assistenza prestata attraverso una visita medica e la relativa certificazione. Ad essere messa in discussione è la loro professionalità, la loro dignità e il loro operato di medici. Allo stesso modo condividiamo la presa di posizione unitaria degli Ordini dell’Emilia-Romagna, che hanno fatto sentire forte la loro voce a difesa dell’autonomia dell’atto medico”.

“Utilizzare i medici – conclude – come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore: è contrario al nostro ordinamento, è contrario alla nostra deontologia. Soprattutto, non è funzionale a garantire quel diritto fondamentale alla tutela della Salute che la nostra Carta Costituzionale pone in capo a ogni individuo, per il solo fatto di essere persona umana. Il controllo della sicurezza lasciamolo alle Forze dell’Ordine: ai medici, che raccolgono la fiducia dell’86% degli italiani, affidiamo la cura delle persone”. 

Il potere oltre che nelle leggi si riflette nel clima culturale e nelle pratiche. In sostanza se vi sono leggi e orientamenti politici questi devono essere attuati da magistratura e sanitari. In tal senso si sollecita l’opinione pubblica, sollecitando le attese meno riflessive. Non sono previsti pensieri critici, né ostacoli derivanti da altre norme internazionali e nazionali, da autonomie e indipendenza, da una radicale differenza dei mandati.

La storia insegna come questa linearità possa essere pericolosa, come la sottomissione al potere possa portare la giustizia a deviazioni e tribunali speciali costretti a perseguire i “nemici della patria” e di altre “razze” e provenienze come si possano avere atti medici contrari al senso di dignità e umanità. Un monito che non deve essere dimenticato in quanto tutta la deontologia medica proviene dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo del 1948. Questo vale anche per la psichiatria, che ha conosciuto i ricoveri manicomiali per i dissidenti, fino all’Aktion T4 del nazismo di soppressione delle vite “non degne di essere vissute”. 

La riforma della giustizia

Motivi di metodo 

Come ha ben spiegato il prof. Gustavo Zagrebelsky il metodo utilizzato per modificare la Costituzione in base all’articolo 138 non è stato quello fondato su uno spirito costituente, cioè basato sul dialogo e il confronto aperto tra posizioni diverse tanto che la riforma è stata imposta dal governo al parlamento che non ha modificato nemmeno una virgola disattendendo quanto indicati da un padre costituente come Piero Calamandrei. Nelle quattro letture e votazioni, nessun emendamento né dell’opposizione, né di maggioranza, è stato approvato. Non è stato acquisito alcun parere e suggerimento di Consiglio Superiore della Magistratura, delle associazioni e della società civile.

Eluso ogni reale e positivo confronto parlamentare, si è dato per scontato che sarebbe stato il referendum a decidere in modo dicotomico (Si/No) su una materia molto complessa, con aspetti tecnico giuridici, di non facile comprensione. Poco importa se era già avvenuto a partire dal 2001 e successivamente ma i cambi di costituzione “a maggioranza” non sono nello spirito costituente e rappresentano invece un vulnus non solo al parlamento ma al patto sociale e alla convivenza nelle diversità di cui è garante la vigente Costituzione. 

Nel merito

La separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti di fatto già esiste

Dopo la riforma Cartabia, il passaggio da Pubblico ministero a giudice o viceversa è possibile solo nei primi dieci anni per una sola volta cambiando distretto, cioè regione. È stata effettuata da un esiguo numero di magistrati meno di 40 su quasi 9 mila magistrati. Non è poco in un Paese che non ha una legge sul conflitto di interessi, e non prevede alcuna incompatibilità tra esercizio professionale, ad esempio di imprenditore, avvocato e cariche di deputato e ministro. 

Ruolo del Pubblico ministero

Il Pubblico ministero (P.M) non è l’avvocato dell’accusa, ma è colui che sostiene le ragioni della legge nei confronti dell’imputato presunto innocente. È quindi tenuto a raccogliere prove a favore e contro. Può chiedere archiviazioni, condanne e assoluzioni. Deve avere la cultura del giudice. Questo è tanto più rilevante per i poveri, per le persone con disturbi mentali e dipendenze, per chi non ha possibilità di difendersi se non con avvocati d’ufficio. Il Pubblico Ministero (P.M.) non ha lo stesso ruolo, non è al pari dell’avvocato che difende il cliente e seppure nella legge evidenzia le prove a suo favore. In ambito giuridico è stato rilevato che creare una sorta di corporazione autoreferenziale dei P.M separandoli dai giudici rischia di creare “superpoliziotti”.  

Mantenere indipendenza e autonomia della magistratura

La legge prevede l’obbligo dell’azione penale. Se questa viene meno il P.M dovrà perseguire i reati indicati dalla politica. Una via che dopo il referendum, in caso di conferma, verrà attuata come del resto avviene in tutti i Paesi dove vige la separazione delle carriere. Non solo ma è già stato detto, vi è l’idea di sottrarre ai PM la polizia giudiziaria, quindi le indagini. In una situazione che vede ampliarsi fermi di polizia, detenzioni amministrative nei CPR ridurre l’azione e le competenze dei magistrati è assai pericoloso. Un PM avvocato dell’accusa e non a tutela dell’indagato presunto innocente.

Come si è visto in questi giorni il potere esecutivo ha indicato ai magistrati di quali reati dovevano essere imputati i manifestanti violenti di Torino (tentato omicidio) e quali avrebbero dovuto essere le misure cautelari (detenzione in carcere) sollevando polemiche sui media quando i provvedimenti assunti sono stati diversi.

Se da una parte viene sollevato il problema della colleganza tra PM e giudici (che per altro non sono d’accordo in oltre il 40% dei casi) che la separazione delle carriere non risolverebbe non si vede quello che è più pericoloso, l’invasione di campo del potere esecutivo rispetto a quello giudiziario. Ne sono la prova gli attacchi a Corte dei Conti (per i rilievi sul ponte sullo stretto, si tratta di denaro pubblico!), alla Cassazione e ai magistrati che chiedono il rispetto dei diritti ad esempio per i migranti, centri in Albania.  Il governo, dopo avere esautorato il parlamento, mira a sottomettere la magistratura. Con forti problemi per la democrazia che si basa sulla separazione dei poteri.  

Mantenere l’autogoverno della magistratura

Con la riforma il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) viene diviso in due uno per i Giudici e un altro per i PM. Entrambi sono costituiti per sorteggio. Ma per i magistrati avviene su tutti mentre per i politici nell’ambito di un listino ristretto e approvato dal Parlamento senza garanzie di rappresentanza delle minoranze. Un netto squilibrio a favore dei politici. È umiliante e poco dignitoso che una categoria così importante che decide sui beni primari e la libertà delle persone non sia ritenuta degna di eleggere i suoi rappresentanti. In magistratura ci sono Associazioni alle quali sono iscritti il 95% dei magistrati.

Esse esprimono orientamenti giuridici, filosofici, etici, sociali che sono essenziali per il diritto. Il CSM come ambito dialettico, di incontro di culture giuridiche è essenziale. L’azione giudiziaria ha una sua unitarietà. Di fronte al reato la questione della prevenzione, di una pena ispirata all’art 27 della Costituzione, prevede oltre agli aspetti retributivi, quelli rieducativi, di inclusione sociale, e in questi ultimi anni anche riparative. Questo implica un lavoro interistituzionale, partecipato e dinamico che non riguarda solo la magistratura e deve mettere in guardia rispetto al panpenalismo al giustizialismo.   

Abolite le elezioni non scompariranno certo le Associazioni, le c.d. correnti che resteranno e si muoveranno in parte all’interno (tra i sorteggiati molto probabilmente vi saranno iscritti) e in parte all’esterno del CSM. L’idea di abolirle o renderle “extraconsigliari” è ingenua e sbagliata. Nessuno pensa perché i partiti politici hanno sottratto fondi che debbano essere sorteggiati i parlamentari, i consiglieri regionali, comunali o i sindaci.

Viene costituita un’Alta Corte per i provvedimenti disciplinari sia dei giudici che dei P.M. e scompare quindi la tanto necessaria separazione. L’Alta Corte sarebbe composta da 9 magistrati di Cassazione sorteggiati e 6 di nomina politica: 3 da parte del Presidente della Repubblica e 3 da parte del parlamento. Sono stati avanzati rilievi sulla impossibilità di poter ricorrere contro ai pronunciamenti dell’Alta Corte.

Due CSM e l’Alta Corte vedono crescere il peso dei rappresentanti della politica e portano ad un aumento dei costi di circa 100 milioni/anno. 

Nessun miglioramento della giustizia

Nessuno dei problemi reali dei cittadini nel fruire del servizio giustizia viene affrontato: tempi dei processi, spese, carenze di organico, depenalizzazione, riforma dell’amministrazione di sostegno e depenalizzazione e semplificazione. In conclusione, si può fare molto meglio e a mio parere, questa riforma della giustizia va fermata votando NO.

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Commenti su "Referendum sulla giustizia: una questione che riguarda anche la salute mentale"

  1. Questa proposta di riforma della giustizia: preserva la divisione dei poteri dello stato? No!
    Assicura una giustizia più celere e giusta ai cittadini? No!
    Incide positivamente sull’autonomia e l’indipendenza anche dei processi di tutela della salute dei cittadini? No!
    Consente di combattere efficacemente le inefficienze e certa opacità del sistema decisionale degli organi giudiziari, csm compreso, denunciate nel corso del tempo? No!
    Dunque, votare “No!” è l’ unica alternativa alla catastrofe che si preannuncia con l’approvazione di questa presunta “riforma”. Votare “No!” è forse l’ azione davvero la più riformatrice che ci è data di esercitare in questo momento storico. E grazie per lo spazio a disposizione. Ne occorre tanto, ne occorre di più.

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