Storie

Psichiatria e ’68…

Roberta Antonello
21 Dicembre 2015
2 commenti
Psichiatria e ’68…

Sento la voce di chi rimpiange quel ’68 che aveva dato anche importanza agli esclusi, quell’interesse alla psichiatria, ai muri, alle separazioni, quegli sconvolgimenti per cui l’irruzione di altri modi di esistere nel nostro quotidiano ci sembravano stimoli, provocazioni, terreno per vedere, cambiare, scrollarsi impaludamenti e andare verso il nuovo, capire, respirare.

Il respiro che la distruzione dissacrante dava a me allora giovane mi confortava, mi levava dalla solitudine, mi faceva vivere contraddizioni interne come presenti all’esterno e quindi superabili, da combattere. Linfa vitale. Eppure anche venefica.

La superbia degli assertori di certezze diventava pari alla paralisi che il sistema di valori da sconfiggere aveva causato. La radicalità della sicurezza del sentirsi nel giusto portava ad atteggiamenti di chiusura. Insomma la violenza fatta uscire da una porta rientrava da un’altra uccidendo la capacità di conoscenza, di ricchezza, di acquisizioni comuni stabili (non mi riferisco a scoperte culturali ma appunto all’acquisizione stabile dell’orrore della separazione in istituzioni totali, in confini diversi, mentre la ricerca/conoscenza del malato avrebbe potuto procedere).

Come non interpretare così la stupidità di contrapposte ideologie nella cura del malato di mente, ma soprattutto l’apertura a reciproche violenze, scorrettezze, imposizioni. Eh via non parlo di concorsi truccati, di ‘sei dei nostri’, parlo della nebbia, del fumo negli occhi che non faceva vedere altre risorse, capire e modestamente continuare una ricerca insieme vicino al tuttora sconvolgente mondo dei malati mentali.

E così l’eredità più importante del ’68, quello di essere pronti a non sottomettersi al mondo dei più potenti ma dei più umani, è scivolata via anche in psichiatria.
Non interessa più la psichiatria come specchio della nostra difficile esistenza, come luce per capirci e farci capire, interessa come obiettivo, affare, risultato, e quindi non stupisce che la via dell’educazione e correzione prevalga sulla comprensione.

Non voglio essere fraintesa: ritengo indispensabile lenire le ferite e abbassare la sofferenza, medicare, ma prioritario capire, cercare di capire e ricordare quanto la presunzione delle certezze, la superbia e la potenza delle ideologie distruggano. Che ne so di chi mi è ora di fronte, lo straniero, l’immigrato. Che ne so se di nuovo mi mettono in testa uno schema che mi impedisce di vederlo. Non sono gli stessi impaludamenti che adolescente vivevo in un clima chiuso, pronto forse più a condannare che a correggere (ma è poi così diverso?), in quelle scuole in cui si definiva duramente il limite tra norma e non norma?

Non ho scordato il mio passato nel ‘68 pur avendo vissuto con dolore vicende successive (non in psichiatria) e aver sfiorato la fiamma della violenza, averla vista stupefatta in altri. Lezione che mi porta ad un viscerale disprezzo per la superbia delle certezze nel giusto.

E così concludo questo strampalato discorso per invitare i colleghi a ricordare , ma ricordare con quell’anima più idealista, innocente, fanciulla quella che è stata la trasformazione dell’assistenza psichiatrica stimolata da quel clima lontano e attingere a questo ricordo oltre alla loro attuale competenza per evitare di rendere inumano il loro lavoro… gli psicotici cronici ci guardano muti da altre stanze…
Altri ancora da altre stanze…



2 risposte.

  1. Guest ha detto:

    Compassione.
    Comprensione.
    Relazione.
    Ma noi siamo professionisti e veniamo pagati per curare e lenire se non altro il dolore psichico

  2. Pasquale Pisseri ha detto:

    Ringrazio Roberta per averci ricordato quanto la riforma psichiatrica debba proprio al ’68, con la sua carica di antiautoritarismo, di attenzione alle ragioni personali e collettive del desiderio, di ricerca della libertà. Al di là delle ingenuità e di certi eccessi, il ’68 lascia una grossa eredità per noi psi e per i nostri pazienti.
    Tempi ampiamente passati: ammesso che ce ne fosse bisogno, ne ho avuto recente conferma presentando il libro “Comunità terapeutiche” a un pubblico non di addetti ai lavori in senso stretto ma di studenti universitari di psicologia. I loro predecessori di quasi mezzo secolo fa erano la punta di diamante del movimento: questi sono sostanzialmente disinteressati al tema della cura degli psicotici gravi nei suoi risvolti tecnici e sociali. Quindi, al di là della nostra nostalgia, cosa è rimasto di quel tempo?
    Questa nostra vicenda è una delle tante che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, che “hanno visto ricorrere con ostinazione, sotto maschere diverse, lo stesso volto devastato, quello della protesta umana”: ce lo insegna ne “l’homme revolté” Albert Camus che delinea un lungo percorso da De Sade al Dostojevskij dei Karamazov a Nietzsche a Max Stirner. Egli, prima e meglio di Sartre, aveva avvertito l’irrigidirsi e isterilirsi di quella grandiosa rivolta che, dall’epoca di Majakovski, Bloch, Chagall, dell’Asilo psicoanalitico di Mosca, era finita nel burocratismo staliniano; questo l’ha avuta vinta sulla aspirazione trotzkista alla rivoluzione permanente. Ciò non è stata una eccezione perchè, ricorda sempre Camus, tutte le rivoluzioni moderne si sono concluse con un rafforzamento dello Stato.
    Può apparire presuntuoso affiancare a queste vicende di respiro mondiale la nostra, piccola in confronto, ma mi pare che ponga problemi del tutto paralleli: il succedere, al momento fecondo del cambiamento, di una fase di consolidamento e di stasi. Resta acquisita una profonda ristrutturazione dei dispositivi: ma è sufficiente? Quanto rimane dello spirito del movimento, una volta che questo, se non si è fermato, ha quanto meno rallentato?

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati