Studi e ricerche

Per sentirci liberi sogniamo una vita animale

Anna Bonfanti
26 Ottobre 2016
2 commenti
Per sentirci liberi sogniamo una vita animale

Commento all’articolo di M. Recalcati apparso su La Repubblica il 23 ottobre 2016

Segue commento di Wilson Trezzi

Sono a riflettere e commentare su richiesta questo articolo, sconcertata dalla superficiale riduzione che fa di un argomento sterminato e su cui esiste una letteratura di ordine scientifico-naturalistico, filosofico, letterario, artistico senza fine, chiedendomi il perché di una simile pubblicazione, il suo senso. E senza realmente trovare una risposta se non nel fatto che l’argomento in sé risponde ai criteri giornalistici della “notizia”: ossia parlare di animali catttura l’attenzione.

E allora mi adeguo alla richiesta, coinvolgo un amico, con il quale qualche accenno di discussione sull’argomento ha aperto piccoli campi di battaglia e il cui commento non tecnico ma opportuno seguirà il mio e, poiché sulla materia si potrebbe scrivere un corposo trattato, mi limito a poche, frammentarie impressioni, inerenti e non a ciò che realmente è scritto nell’articolo,cioè su un piano di critica reale e di sensazioni evocate.

Parto dalla critica reale. Recalcati esordisce con la contrapposizione tra la vita istintuale degli animali e quella “ferita dalla Cultura” degli uomini. Una pietra. Un masso che chiude l’entrata della caverna da cui tutti invece siamo usciti.

Se è vero che l’evoluzione del linguaggio umano e del metapensiero hanno portato a sovrastrutture culturali e tecnologiche che hanno progressivamente depauperato l’uomo di alcune capacità sensoriali e se è parimenti vero che ciascuna specie presenta livelli di adattamento al proprio ambiente tali per cui sviluppa capacità limitate alla necessità di percepire la realtà circostante, c’è ancora un universo condiviso, un legame ancora non totalmente sciolto con l’ambiente e l’ambiente stesso se mai è il ferito grave della cultura umana, la stessa che sottolinea lo specismo.

Sorprendente è poi la sicurezza con cui Recalcati attribuisce l’assenza di vergogna e colpa nella vita animale. In questo la cultura naturalistica avrebbe molti esempi da portare che forse instillerebbero per lo meno il beneficio del dubbio, dubbio nato peraltro già molto prima del riconoscimento degli animali altri dall’uomo come sofferenti, capaci di percezione e di capacità di scegliere non solo istintuale da parte delle scuole filosofiche “animaliste” di Singer e Regan per esempio, in epoca precedente la nascita dello specismo di matrice greco-cristiana e cioè nella filosofia antica . Più comprensibile in un’ottica di interpretazione di funzionamento del pensiero mi è parso il riferimento alla violenza simbolica imposta all’uomo dall’adesione alla Civiltà, con il conseguente “sacrificio simbolico dell’animale”, così evidente attualmente nel tentativo di adeguamento dell’uomo alla velocità della macchina che, pensata come ausilio, sta diventando un tirannico persecutore.

Passando sul piano di ciò che evoca invece l’argomento, indipendentemente da quanto riportato nell’articolo ma legato alla fascinazione della natura, ho pensato a come invece la comunanza con l’animale, la matrice condivisa, sia esattamente il motivo per cui questo argomento diventa una notizia e cattura l’attenzione. La cultura non ha cancellato l’intimo legame con il creato, seppure nel limite di un mondo infinitamente piccolo all’interno di un universo sterminato; la soppressione di alcune parti istintuali, lo scadimento di alcune funzioni sensoriali non necessarie al mondo tecnologico abitato da una parte di umanità, l’alterazione delle funzioni psico-neuro-endocrino-immunologiche non più legate ai ritmi circadiani e circannuali,non impediscono la necessità di recuperare spazi vitali di un mondo che progressivamente la civilizzazione umana deteriora ma che continua ad essere ancora troppo vitale e necessario all’interno dell’uomo. Su un piano più sottile penso che il rispecchiamento nel mondo animale e, più in generale, naturale rappresenti il continuum con un universo che non espelle ma continua ad inglobare in un’esperienza creativa, nonostante i tentativi più o meno consapevoli dell’uomo di separarsene, nell’idea onnipotente di creare e controllare autonomamente.

Riflettere sulla dicotomia uomo-animale e sull’antropocentrismo basato sulla presunta presenza di un Io esclusivo dell’uomo, una parte spirituale basata sull’autocoscienza mi ha portato a pensare alle reti neurali, alla creazione di intelligenze artificiali capaci di apprendimento e forse metapensiero e agli scenari spaventosi nonché ai dubbi sull’essenza umana,morali ed etici che suscitano. E in questa immagine spaventosa sono affiorati alla mente, verosimilmente evocati dal riferimento di Recalcati al paziente-puma, gli animali grotteschi ma fieri e così vivi dipinti da Antonio Ligabue. In quelle immagini e nel suo gesto pittorico cultura e natura divengono legate e potenti e la dicotomia si dissolve.

COMMENTO DI WILSON TREZZI

E’ a mio avviso “estremo filosofale e psichiatrico” il ritenere che l’animale si renda “libero” da condizionamenti e influenze della vita che inevitabilmente, nel debito rapporto con quella umana, lo rendono “suddito” della vita stessa, se non alla pari dell’essere umano con la civilizzazione, almeno rispetto al suo ambiente e stile di vita.

Credo esista, nel mondo animale come in quello umano, la necessità di adattamento psicologico e comportamentale alla vita, fatto di reazioni a sensazioni intelligenti e consapevoli, così come intuitive e premonitrici.

Va da se che l’intelligenza consapevole possa/debba avere il compito di creare tutte le condizioni possibili di “libertà” di cui l’umanesimo ha bisogno e che il nostro libero arbitrio, indipendentemente dai condizionamenti della cosiddetta civiltà, non possa impedirlo.

Ciò che muta questa condizione è la “non intelligenza”, ovvero la stupidità, umana e non, oppure, come nei casi citati ed in discussione, la menomazione e disfunzione del “normalizzato” sentire a cognitivamente connettere.

E’ evidente che l’umanizzazione, indipendentemente dalla spiritualità ad essa associabile, pernei la propria statuarietà e fondamenta evolutiva, rispetto a quella animale, sulla dinamica con la quale il progresso della cultura del sapere intellettivo si fonde con l’intuizione animalesca ed il coordinamento dell’azione, motivato dalla civilizzazione del progresso stesso, anche dell’individuo, oltre che della razza ( causa – effetto – beneficio – Valorialità – appagamento ).

L’animale non consapevolizza, se non per arcaici e consolidati schemi che in natura e cromosonicamente ne mutano rafforzandone o distruggendone l’essenza vitale, ma nella mutevolezza dell’essere, anche lui “sente” e nei casi più evoluti di specie conosciute che intellettivamente hanno necessità di stimoli emozionali, possono intuire e sapere ciò che è “bene o che è male”, agendo anche a tal fine perversamente o amorevolmente, per appagamento sensoriale non unicamente intuitivo.

L’articolo allora appare troppo generalista, anche se ne possono condividere ampi spazi di riflessioni, come quelli per l’essere umano, a differenza dell’animale, di dover cercare “senso” per ciò che sperimenta, vive o immagina.

In psichiatria, cosa spinge un individuo a immedesimarsi in un animale, potremmo argomentarlo con credo almeno 10.000 motivi, compresi quelli citati, ma personalmente sono più per una ricerca delle cause che producono questi effetti nella patologia che insiste nel rapporto che tali individui hanno avuto o hanno col mondo animale, sono più da analizzare nella recondita necessità per taluni di protagonismo adolescenziale, associato ad esempio all’esaltazione che i media e la società danno a questi casi, sono più da scandagliare nell’esperienza infantile della loro socializzazione.

Ciò che ritengo sia corretto è asserire, invece, come in effetti possa essere anche il dolore, la sofferenza, l’abbandono, un punto di comunione e prossimità tra uomo e animale; tuttavia, non si può essere esaustivi anche in questo, in quanto in modo altrettanto consistente possiamo affermare che anche la gioia, l’affetto, l’amore, sono forti punti di congiunzione in questo.

Se dovessi dialogare con questi pazienti, è qui che cercherei di fondare argomenti e motivi di lavoro e recupero, vorrei poter parlare di uomo e cane, uomo e gatto, delfino, cavallo, non di puma o tigre, vorrei accarezzarli e facendoli mettere a pancia in su coccolarli, vorrei lanciare loro una pallina e farmela riportare, per poi correre con loro sul prato e giocare a spingersi per terra, per poi, stanchi ma felici offrirci la pulizia del corpo come segno d’affetto, familiarità e amore.

Questo vorrei fare e vorrei che la civiltà potesse occuparsi degli esseri umani quando sono davvero abbandonati per le strade del mondo e dentro le discariche in cerca di cibo.

Vorrei che noi e i media parlassimo di questi animali e di come si devono amare, in modo anche, che chi inconsciamente li voglia interpretare, senta che non è necessario farlo, perché è comunque e dalla nostra umana animalità incondizionatamente amato.


2 risposte.

  1. Gg ha detto:

    Brava
    Seppure o proprio perché di moda si tenta di spiegare tutto in chiaro PSI…..
    Non è né scientifico nè naturale

  2. dario nicora ha detto:

    Primo Levi si prodigò per incontrare i giovani e i bambini nelle scuole. Un bambino gli chiese come si spiegasse l’odio fanatico dei nazisti contro gli ebrei.
    Egli rispose: “L’avversione contro gli ebrei è un caso particolare di un fenomeno più vasto, e cioè l’avversione contro chi è diverso da noi” e aggiunse “è indubbio che si tratti in origine di un fatto zoologico: gli animali di una stessa specie, ma appartenenti a gruppi diversi, manifestano tra loro fenomeni di intolleranza: è noto che una gallina di un certo pollaio, se viene introdotta in un altro, è respinta a beccate per vari giorni. Lo stesso avviene fra i topi e le api, e in genere in tutte le specie di animali sociali. Ora l’uomo è certamente un animale sociale, ma guai se tutte le spinte zoologiche che sopravvivono nell’uomo dovessero essere tollerate! Le leggi umane servono appunto a questo: a limitare gli impulsi animaleschi.”
    Credo che valga quanto imparato dalla psicologia classica: la funzione di un Io consapevole, sufficientemente forte da rendere tra loro compatibili le istanze dell’istinto e del sentimento di colpa, è il presupposto perchè una persona cresca senza fare troppi danni a sè e agli altri.

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Scopri come vengono trattati i tuoi dati