Vaso di Pandora

Patomorfosi dei disturbi alimentari: dalla restrizione al controllo rituale

La variabilità dell’espressione fenomenico-clinica dei Disturbi Alimentari (DA), in particolare della Anoressia Nervosa nel suo transito dalle forme classiche restrittive alle nuove declinazioni ortoressiche vigoressiche – che assoggettano al disturbo le culture del “mangiar sano” e della forma fisica -, interroga sulla possibilità di rintracciare nuclei “essenziali” che sottendano le mutabili apparizioni storiche. 

La tesi che qui si proporrà individua nella perturbazione della relazione al e col corpo – tra scissione percettiva, dominio tecnico e ascesi performativa – la struttura psicopatologica unificante, interpretata come espressione di una più ampia istanza antropologica: la volontà di controllo illimitato che caratterizza la civiltà della Tecnica (intesa come tecno-scienza). 

L’Anoressia Nervosa restrittiva rappresenterebbe, in questa prospettiva, l’“atto puro” dei DA.

Patomorfosi e ricerca di nuclei essenziali

Il variare delle forme espressive dei DA, il prevalere epidemiologico di alcune di esse piuttosto che di altre – la patomorfosi – è evidente a chi opera nella clinica: accanto alle Anoressie restrittive “classiche” si affermano oggi configurazioni vigoressiche e ortoressiche, segnali di un mutamento più profondo del rapporto contemporaneo con il corpo.

Ma è possibile rintracciare, sotto questa variabilità fenomenica, un nucleo psicopatologico, ovvero una struttura invariante che renda ragione dello “stare insieme” di entità cliniche apparentemente discrete?

Come nella psicopatologia della schizofrenia, che da Bleuler a Blankenburg ha cercato il “disturbo fondamentale”, anche nei DA si può tentare un’analoga ricognizione. 

Intuitivamente, si tende a riconoscere nell’Anoressia Nervosa – e più precisamente nella sua forma restrittiva – l’entità più prossima al centro generativo dell’intera famiglia dei DA. 

La ragione di tale centralità risiede nella sua radicalità: in essa il corpo non è soltanto oggetto di regolazione emotiva, ma campo di un progetto tecnico e sacrificale di sottrazione.

Dal comportamento al corpo vissuto

Ridurre i DA a disturbi “della nutrizione e dell’alimentazione” è – a parere di chi scrive – un errore di prospettiva. 

L’alterazione del comportamento è infatti un segno: ciò che appare all’osservazione esterna, non ciò che, più radicalmente, si manifesta attraverso di esso. 

Dietro il segno vi è una perturbazione più profonda, che oseremmo dire di natura onto-antropologica: della relazione al corpo, della sua stessa presenza.

Questa perturbazione – più che “alterazione” – riguarda l’esperienza incarnata del sé. 

In termini fenomenologici, il corpo perde la consistenza pre-riflessiva di ente “vissuto” (Leib) per ridursi a oggetto visivo o tecnico (Körper).

Nella Anoressia Nervosa restrittiva la difettualità della cenestesi e della continuità propriocettiva determina una separazione: l’immagine corporea, divenuta simulacro affidato prevalentemente alla visione – soprattutto alla visione altrui -, si sottrae all’esperienza interiore. 

Il corpo non è più “dal di dentro”, ma “per lo sguardo dell’altro”.

Il modello dell’embodiment (precisamente con il concetto di “sproporzione ottico-cenestesica”) aiuta a descrivere tale decentramento: quando l’accesso al corpo in prima persona si indebolisce, subentra una compensazione visiva e logocentrica. Si diventa corpo presente solo se e quando si è vistidettinumerati (nelle cifre del peso, delle calorie introdotte o spese, dei passi fatti).

La “ipotesi del blocco allocentrico” (Riva, 2012) offre una prospettiva complementare: il soggetto rimane imprigionato in un’immagine di sé in terza persona (allocentrica), non più aggiornata dall’esperienza in prima persona (egocentrica).

Ne risulta un sé corporeo alienato, dipendente dallo sguardo e fissato in un’immagine fredda, sottoposta a giudizio negativo e vissuta come immodificabile.

L’Anoressia restrittiva come atto puro

Fissata nella sua fase di stato, l’Anoressia Nervosa restrittiva può essere considerata come una sorta di atto puro dei DA: l’espressione compiuta e parossistica dell’istanza di dominio sul corpo. 

Le altre entità cliniche – l’Anoressia Nervosa con manifestazioni binging / purging, la Bulimia Nervosa, il Binge Eating Disorder – ne rappresenterebbero, per questa decifrazione, variazioni potenziali; forme nelle quali l’istanza di controllo non si realizza pienamente o si alterna a momenti di crollo.

Le tecniche di sottrazione – digiuno, iperattività, calcolo calorico – costituiscono l’espressione rituale di un sapere tecnico applicato al corpo. 

La soggettività anoressica marginalizza la co-essenzialità del corpo nella costituzione del sé, ne rifiuta la gettatezza (Heidegger), lo trasforma da dato originario a oggetto di costruzione, da physis a techne.

È un corpo-progetto, continuamente manipolato, in perenne tensione verso un’astratta perfezione devitalizzata.

La tecnica come matrice antropologica

In questa prospettiva, la psicopatologia dei DA attuali si inscrive in un orizzonte più ampio: quello della civiltà della Tecnica.

La volontà di controllo sul corpo riflette, in forma individuale, la volontà di potenza che Emanuele Severino riconosce come cifra della tecno-scienza moderna: un dispositivo orientato all’accrescimento indefinito della capacità di realizzare scopi, attraverso la potenza derivante dalla matematizzazione dei fenomeni.

Come la Tecnica tende a dominare la res extensa, a ridurre il mondo a fondo infinitamente sfruttabile (Bestand), così il soggetto anoressico mira a dominare il corpo, a ridurlo a “cosa” costruibile, de-costruibile, trasformabile, annientabile.

La numerologia serrata del peso e delle calorie diviene il suo linguaggio sacro: ogni valore numerico è attestazione di potenza e di purezza, come nella formula heideggeriana “ogni cosa è ciò che essa conta”.

In tal senso, l’anoressica è il super-tecnico del proprio corpo, la sacerdotessa di un culto matematico in cui il calcolo sostituisce il simbolo. Il corpo, da soglia viva tra interno ed esterno, diventa superficie da monitorare, correggere, alleggerire.

Il gesto tecnico si fa rito: una performance di controllo che ha sostituito l’antica ascesi spirituale con un’ascesi algoritmica.

Dalla restrizione alla performance di controllo

L’attuale patomorfosi dei DA conferma questo scivolamento. 

Come osserva Elena Riva (Fragili amazzoni, 2022), la spinta motivazionale prevalente è ormai quella del controllo, più che della pura restrizione: si cerca un corpo in equilibrio impossibile tra magrezza, salute e prestazione estetico-muscolare.

Il soggetto anoressico contemporaneo non rinuncia tanto al cibo quanto alla possibilità – del resto umana, troppo umana – di perdere il dominio. 

È devoto non tanto alla inedia quanto al controllo stesso.

Una paziente anoressica restrittiva “pura” nel tentativo di cura della quale sono stato impegnato, rifiutava, non riconoscendovisi, la denominazione di Anoressia Nervosa, in quanto non considerava per lei fondamentale il discorso intorno alla volontà di perdere peso, ma accettava invece l’espressione “malattia del controllo” (che non sarebbe stata d’altronde riconducibile a un Disturbo Ossessivo-Compulsivo). Sentiva lucidamente che ciò che per lei era davvero vitale – tanto vitale da essere disposta a correre il rischio di morirne – era il “controllo” in quanto tale.

Questo sketch illustra la torsione semiotica e antropologica attuale: il controllo come esercizio auto-giustificato e auto-referenziale.

Le nuove forme vigoressiche e ortoressiche rappresentano dunque l’altra faccia della medaglia: non più la sottrazione di massa, ma la costruzione ossessiva del corpo perfetto, l’ipertrofia del dominio.

In tutti i casi, il corpo è negato come ente vitale e ricostruito come oggetto tecnico e prestazionale

La cultura della fitness, del mangiar sano, dell’eco-ansia, sovente copertura orto-vigoressica, non sono più semplici sfondi sociologici, ma manifestazioni di un medesimo ethos tecno-ascetico.

Endurance come performance del controllo 

Oggi si sente sempre più spesso parlare di anoressiche “endurance”. 

Nel senso più immediato, endurance – termine preso dal lessico sportivo – indica la capacità di sopportare a lungo la fatica, di sostenere uno sforzo prolungato nonostante il dolore o la deprivazione.

Applicato all’Anoressia, descrive la tenacia e la resistenza quasi sovrumana con cui alcune pazienti mantengono il digiuno, l’iperattività o i rituali di controllo anche quando il corpo è allo stremo.

In questo senso l’endurance anoressica ha un carattere eroico e autodistruttivo insieme: il corpo è portato oltre i limiti biologici come prova di forza e di dominio.

La paziente “vince” resistendo – ma la vittoria è ottenuta a prezzo dell’esaurimento vitale.

L’endurance non è però solo resistenza, ma messa in scena del resistere.

Come nell’arte performativa (pensiamo a Marina Abramović), il corpo diventa medium di un’idea: mostrare la potenza della volontà, la capacità di sopportare, la negazione del limite.

La paziente anoressica si colloca, paradossalmente, in un registro estetico: il proprio corpo viene plasmato come oggetto di disciplina estrema, come opera del controllo.

Ascesi, esercizio, sacrificio

A ben vedere, il denominatore comune tra le forme storiche della restrizione e del controllo è ancora l’ascesi: termine che, nella sua etimologia originaria di “esercizio”, lega le sante digiunatrici medievali, le “anoressie emancipative” degli anni Settanta e le “anoressie performative” del presente.

L’ascesi moderna, però, è svuotata di trascendenza: il sacrificio non è più rivolto al divino, ma al dominio tecnicistico. La rinuncia al corpo diviene mezzo e fine insieme.

La “malattia del controllo” può essere letta come la forma secolarizzata di un’antica esigenza sacrificale: l’espiazione del limite attraverso la padronanza assoluta.

Ma ogni ascesi implica un residuo di potenza negata: ciò che si tenta di trascendere in modo assoluto ritorna come spettro. La tecnica dell’anoressica, nel suo dominio, non fa che riaffermare la dipendenza dal corpo che vuole superare. 

Così, chi aveva voluto dominare il bisogno e il corpo, si ritrova sopraffatto dal capovolgimento dei rapporti di forza che si manifesta nell’apparire del discontrollo

Inoltre, da soggetto della tecnica si ritrova a essere oggetto di tecniche esterne: quelle speculari della cura, che cercano di opporsi alla tecnica del disturbo.

Il futuro del corpo e delle sue patomorfosi

Le domande finali rimangono aperte: che ne sarà dei DA quando la Tecnica renderà superfluo il sacrificio fisico attualmente ancora necessario per il progetto di controllo sul corpo?

Se la perfezione corporea potrà essere realizzata per via artificiale, senza rinuncia né dolore, le forme anoressiche forse si estingueranno? O emergeranno nuove patomorfosi, altre modalità di sacrificio, magari digitali o farmacologiche, in cui il corpo sarà sostituito da dati, misure, algoritmi?

Forse il destino dei DA, come di ogni fenomeno psicopatologico, è di apparire in altre forme per persistere: di significare di volta in volta l’antica tensione tra dominio e perdita, tra la necessità del corpo e il sogno – presto capovolto in incubo – di trascenderlo.

In questo senso, la patomorfosi non è solo mutazione dell’espressione clinica, ma rivelazione dell’umano nella sua inesausta lotta all’intrascendibile — e contro la propria corporeità.

Note Bibliografiche
1

Bleuler, E. (1911), Dementia praecox oder Gruppe der Schizophrenien, Leipzig, Deuticke.

2

Blankenburg, W. (1971), Der Verlust der natürlichen Selbstverständlichkeit, Stuttgart, Enke.

3

Heidegger, M. (1954), Die Frage nach der Technik, in Vorträge und Aufsätze, Pfullingen, Neske.

4

Riva, G. (2012), Neuropsychology of the Self: How the Brain Creates the Sense of the Self and Why It Can Go WrongSocial Neuroscience, 7(3), 355–365.

5

Riva, E. (2022), Fragili amazzoni. Corpi, potere, identità nei disturbi alimentari contemporanei, Milano, Cortina.

6

Severino, E. (1988), La tecnica e il tempo, Milano, Adelphi.

7

Severino, E. (2002), Téchne. Le radici della violenza, Milano, Rizzoli.

Condividi

Commenti su "Patomorfosi dei disturbi alimentari: dalla restrizione al controllo rituale"

  1. Suggerisce questo raffinato contributo come questi disturbi ricongiungano un’umanità sofferente, una protesta riprodotta e aggiornata nel tempo, un punto di incontro paradossale di solitudine e provocatoria incomprensibilità. Viene in qualche modo a confermare il profondo bisogno di curare e rendere disponibili esperienze umane di calore, condivisione e piacere estetico che si animano “in presenza” in spazi e tempi comunitari forme di piacere, ma anche di “prevenzione”, fattori protettivi che si vanno perdendo anche per via delle nuove modalità di connessione che ostacolano nei fatti le relazioni. Come sempre le forme patologiche di esistenza possono illuminare sui problemi sociali e (oggi in primo piano) sulla struttura della mente umana e i suoi bisogni di amore e comprensione che sempre si rinnovano .

    Rispondi

Lascia un commento

Leggi anche
padri separati
9 Gennaio 2026

Essere padri separati: uomini soli nella paternità moderna

Essere padri separati oggi significa abitare una condizione spesso invisibile, sospesa tra responsabilità genitoriale e solitudine emotiva. La separazione non interrompe il legame con i figli, ma lo trasforma profondamente, costringendo molti uomini a ridefinire…

Nasce Mymentis

L’eccellenza del benessere mentale, ovunque tu sia.

Scopri la nostra rivista

 Il Vaso di Pandora, dialoghi in psichiatria e scienze umane è una rivista quadrimestrale di psichiatria, filosofia e cultura, di argomento psichiatrico, nata nel 1993 da un’idea di Giovanni Giusto. E’ iscritta dal 2006 a The American Psychological Association (APA)

Patologia
Leggi tutti gli articoli
Storie Illustrate
Leggi tutti gli articoli
8 Aprile 2023

Pensiamo per voi - di Niccolò Pizzorno

Leggendo l’articolo del Prof. Peciccia sull’ intelligenza artificiale, ho pesato di realizzare questa storia, di una pagina, basandomi sia sull’articolo che sul racconto “Ricordiamo per voi” di Philip K. Dick.

24 Febbraio 2023

Oltre la tempesta - di Niccolò Pizzorno

L’opera “oltre la tempesta” narra, tramite il medium del fumetto, dell’attività omonima organizzata tra le venticinque strutture dell’ l’intero raggruppamento, durante il periodo del lock down dovuto alla pandemia provocata dal virus Covid 19.

Pizz1 1.png
14 Settembre 2022

Lo dico a modo mio - di Niccolò Pizzorno

Breve storia basata su un paziente inserito presso la struttura "Villa Perla" (Residenza per Disabili, Ge). Vengono prese in analisi le strategie di comunicazione che l'ospite mette in atto nei confronti degli operatori.