Malattia

Nella rete delle ossessioni

Redazione
18 Dicembre 2017
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Nella rete delle ossessioni

Commento agli articoli di E. Manacorda

Nella rete delle ossessioni

Ma da dove viene questa mania

I due articoli divulgano utilmente alcune nozioni riguardanti il disturbo ossessivo – compulsivo, infermità che l’Organizzazione Mondiale della Sanità colloca fra le dieci più inabilitanti.

Parlano positivamente dell’efficacia degli interventi terapeutici, in primo luogo di quelli farmacologici e delle varie forme di terapia cognitivo – comportamentale, spesso fra loro associati.  In effetti, ciò appare confermato da una vasta letteratura: in linea di massima, secondo i contributi più autorevoli un risultato positivo si riscontra nel 60% circa dei casi; un apporto italiano è la metaanalisi di Gava, Aguglia e Col. Più sporadici gli studi a indirizzo psicodinamico o comunque privilegiante la relazione, che notoriamente si trovano a disagio nel confronto con l’approccio quantitativo o propriamente epidemiologico – statistico.
Nel non raro insorgere del disturbo in età pediatrica, alcuni autori suggeriscono di associare interventi sulla famiglia, anche di tipo psicoeducazionale.  L’efficacia degli interventi familiari è confermata dalla metaanalisi condotta da J. Thompson – Hollands e coll su 29 studi. L’expressed emotion è considerato fattore prognostico.
Non sono molte, tuttavia, le evidenze di un persistere del buon risultato nel tempo, che sia verificabile (diciamo) per qualche  decennio, e ciò, malgrado una esperienza ormai prolungata:  già circa 50 anni fa autori come Wolpe suggerivano una tecnica che a me non  pare molto diversa dalla  Schema therapy proposta da Basile nel suo articolo: la desensibilizzazione specifica consistente nell’esporre il paziente allo stimolo temuto, con tempi e modalità tollerabili e gradualmente crescenti.
Tecnica, naturalmente, applicabile soltanto se il disturbo si manifesta esclusivamente o prevalentemente come risposta, appunto, a uno stimolo, a una specifica situazione; ciò che lo avvicina alquanto alle fobie.   Mi pare comunque difficile pensare che questo tipo di intervento realizzi cambiamenti strutturali e pertanto molto persistenti.
Ciò, specie se si considera la complessa dinamica del disturbo ossessivo, con particolare riguardo al suo stretto rapporto  con i temi della aggressività e della colpa, d’altronde  ben evidenziato anche in questi articoli. Nulla di nuovo, poiché già Shakespeare ce lo  insegnava, con Lady Macbeth “ossessivamente” impegnata, dopo il delitto, a strofinarsi instancabilmente le mani: “ Ma queste mani non saranno mai pulite?  Qui c’è ancora odore di sangue: tutti i profumi d’Arabia non lo cancelleranno da questa piccola mano”.
Quindi non può  essere che strutturale il rapporto con la depressione, condizione così strettamente legata ai problemi di aggressività: c’è chi, proprio su un piano nosografico, sostiene, se non una identità, quanto meno una stretta parentela fra le due condizioni. Porta sostegno a questa posizione l’efficacia degli antidepressivi nelle sindromi ossessive.
Già Freud parlava, a proposito delle ossessioni, di conflitto fra amore e odio, e di lotta difensiva con  ricerca di formule protettive.
Venendo ai nostri tempi:   Levenkron (New york, 1991) evidenzia il forte rapporto dei sintomi ossessivi con temi di aggressione. Moore (Berlino, 2017) segnala nel Padua Inventory anomalie nella subscala di perdita del controllo motorio. Kendall e  Selby tornano sul tema dell’aggressività endodiretta e autopunitiva nella depressione e nell’OCD,  presente anche in forma di autocritica spinta.
   Il senso difensivo delle organizzazioni ossessive di fronte al problema della aggressività – necessariamente connesso a quello della colpa – appare limpidamente anche a livello sociale. Nell’ambito di quella struttura di gestione dei conflitti che è lo Stato, essi vengono regolati da leggi e procedure precise  e dettagliate (almeno nelle intenzioni).
Qualcosa di simile si tenta anche nei rapporti fra Stati, ma con scarso successo poiché capita che l’inefficacia di mediazioni e norme condivise e sicure porti allo scontro armato. Tuttavia anche nell’esercito, organizzazione fatta per potersi impegnare nel conflitto violento,  l’aggressività  viene contenuta per mezzo di quello strumento di controllo che è la disciplina con le sue norme complesse e minuziose: dall’andatura fatta di passi ossessivamente ritmati fino alla rigida codificazione di comandi e saluti, tutto serve a garantire che la violenza omicida, funzione centrale di questa istituzione, sia strettamente canalizzata , finalizzata, rivolta all’esterno del gruppo e, per ulteriore garanzia, posta sotto il controllo di un potere che (di solito) non è militare. Questo sistema di garanzie, pur se più elastico, non è tuttavia assente neppure nelle altre organizzazioni.
La modalità ossessiva è dunque una risposta umana generale, al di là della sua dimensione meramente psicopatologica, che forse si caratterizza più che altro sul piano quantitativo, divenendone quasi una caricatura.



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