Studi e ricerche

La dipendenza dal potere

Antonio Maria Ferro
16 Febbraio 2014
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La  dipendenza dal potere

La  dipendenza dal potere.

di Antonio Maria Ferro

In una lettera del 1932 Einstein chiede a Freud: “Vi  è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?”. Einstein insisteva con Freud perché, grazie anche alle sue conoscenze sul modo in cui l’inconscio influenza il pensiero, suggerisse come prevenire ulteriori “ricadute nella barbarie” dopo le distruzioni della Prima Guerra Mondiale.

Freud così rispose ad Einstein: “Probabilmente lei ha ragione, sappiamo così tanto dell’inconscio dell’essere umano, che sarebbe possibile ricondurre eventi terribili come la guerra, l’assassinio, alle loro motivazioni inconsce ma…è triste pensare ai mulini – i mulini di Dio – che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina”.
Freud, nella sua risposta, ricordava ancora come vi siano sempre stati uomini in grado di manipolare la realtà al fine di soddisfare la sete di potere, riuscendo a camuffare i loro progetti “criminali” come principi universali.

Freud in “Psicologia della masse e analisi dell’Io” ribadisce come la psicologia individuale sia in realtà sempre e, comunque, psicologia sociale. L’individuo, da un lato sperimenta dalla nascita “fenomeni sociali” che costruiranno il suo modo di essere nel e col mondo, modalità che hanno a che fare con la naturale tendenza all’empatia e alla spinta sociale.
Dall’altro è influenzato da processi, da noi chiamati narcisistici, che mirano al soddisfacimento immediato delle pulsioni ed al rifiuto delle esigenze del “altro da noi”.
Freud pone poi queste domande “ cos’è una massa ? come influenza il singolo?
Quali modifiche può produrre ?”
E’ evidente come l’individuo “immerso in una massa differisce dall’individuo isolato”.
Le Bon autore di “Psicologie des foules” (1895), citato ripetutamente da Freud, ritiene che alcune caratteristiche individuali scompaiano nella massa per fare spazio, ad esempio, al “inconscio razziale”, al pensiero “omogeneo”, tutti funzionamenti mentali dove prevale la spinta ad essere identici piuttosto che quella di essere individui in relazione con un gruppo.
Il fondamento inconscio di questa spinta all’identico è – per Le Bon- l’appagamento di “un sentimento di potenza invincibile” collegato ad un forte rallentamento-cedimento del senso di responsabilità.
Il senso di responsabilità è sempre individuale -ricorda Freud-  ed è collegato al tollerare i conflitti, l’ambiguità della nostra natura umana fino ai sentimenti di colpa che abitualmente frenano gli individui rispetto all’appagamento egoistico di spinte pulsionali.
Quando prevale invece la spinta ad essere identici, essere membri di una massa, la coscienza morale e l’angoscia sociale possono venire meno.
Si tratta di una ipnosi collettiva molto forte proprio perché reciprocamente esercitata.
L’individuo non è più se stesso ma un automa incapace di essere guidato dalla propria volontà” scrive Freud.
Freud ricorda ancora come la massa sia impulsiva, mutevole, irritabile, in gran parte mossa da spinte inconsce che afferiscono ad un inconscio collettivo primitivo ed arcaico. Qui non ci sono più dubbi, incertezze e i sentimenti sono sempre semplicissimi e molto esagerati. “La massa richiede azione, forza, talvolta brutalità nella regressione al funzionamento arcaico che fu tipico dell’orda primogenia
Freud introduce il tema “perturbante del fascino per la dipendenza dal potere”: in particolari situazioni sociali, storiche, l’individuo-massa vuole essere dominato, oppresso e temere il proprio padrone “ dal quale è suggestionato, affascinato e con il quale tutta la massa tende ad identificarsi”.
Scrive Freud:  “tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti crudeli, distruttivi, che abitualmente sono tenuti a bada dalla ragione e dalla cultura relazionale e sociale, esplodono verso il soddisfacimento personale”.
L’anima delle masse è in realtà assimilabile all’anima dei primitivi, dove non c’era ancora spazio per il conflitto, dove non c’è “sete della verità ma piuttosto bisogno di illusioni” .
Il capo  di una massa, vero rinato padre primogenio, è un individuo che fiuta, sente queste aspettative: egli si presenterà così con idee semplici, forti, non conflittuali, talvolta fanatiche ed assolute. Deve avere comunque la capacità di raggiungere il successo rapidamente.
Egli penserà anche per loro che, come massa, saranno così più leggeri ma potenti, uniti, meno angosciati e soli. Infatti la relazione massa-capo, nel suo acme, è euforizzante, sembra dare una potenza illimitata per cui nessun obiettivo è irraggiungibile, nessun pericolo è insuperabile.
Secondo M.C. Dougal (The Group Mind, 1920) la massa è eccitabile, impulsiva, violenta, incoerente ma risoluta: essa è affascinata da passioni rozze e sentimenti superficiali. Freud considererà poi nel testo due masse artificiali, organizzate, per durare nel tempo: la chiesa e l’esercito che sono per lui “masse altamente organizzate, durevoli, artificiali “. Ricordo solo che in queste masse organizzate esiste un capo supremo, il Cristo per la Chiesa e il comandante per l’Esercito, un capo che ama, comanda  e punisce in modo uguale tutti gli elementi della massa sempre con criteri imparziali ed eguali per tutti i membri della massa stessa.

Il pensiero comune potrebbe essere rappresentato così : NOI TUTTI SIAMO UGUALI DI FRONTE AL CAPO CHE CI AMA IN MODO UGUALE.
Questo legame amoroso unisce poi anche gli appartenenti alla massa tra di  loro. Qui Freud focalizza il fenomeno fondamentale della psicologia collettiva : l’assenza di libertà del singolo all’interno della massa.
Per Freud è la massa religiosa che ha più capacità di tenuta purché permanga l’amore per tutti quelli che l’abbracciano e crudeltà e intolleranza per tutti quelli che non ne fanno parte.
Avviene così anche per tante battaglie in società scientifiche, psicoanalitiche, sportive dove l’altro è comunque il nemico e dove non vi è spazio per una passione che rispetti le individualità.
La riflessione che Freud sviluppa in “Psicologia della masse e analisi dell’Io” trova fondamento anche nell’analisi di quella che fu “l’orda primordiale”, prima forma sociale dove il gruppo dei nostri antenati era sottoposto al dominio illimitato di un maschio forte. L’orda poi, grazie anche al totemismo, aprirà alla religione, alle istanze morali e quindi si modificherà: il mito di Giove, ultimogenito di Krono, che uccide (o esilia) il padre e la nascita dell’Olimpo racconta di questo. Nel clan totemico nasceranno i doveri sociali che permetteranno anche la nascita della famiglia come formazione collettiva socio-naturale.  
Freud ricorda che come nell’orda primitiva, perché la massa duri e funzioni, è necessario che il capo ed i suoi adepti più fidati mantengano i membri in uno stato di regressione della vita psichica a modalità primitiva.
Il carattere perturbante della formazione collettiva quando si fa massa è ora chiaro ed è legato alle sue origini nella struttura dell’orda primordiale.
La massa, oggi come allora, vuole essere dominata da una figura simile al padre primitivo che essa deve sentire molto potente e prepotente.
Il singolo allora, per essere massa, rinuncia al proprio peculiare ideale dell’Io che ha a che fare comunque con l’essere individuo e “ lo sostituisce con l’ideale collettivo incarnato nel capo”.

P.C. Racamier in “Pensiero perverso e decervelage” 1992, scrive che queste modalità sono aberrazioni del funzionamento mentale che attengono più all’ipernormalità, agli abusi del potere, della finanza, alla stupidità ed alla tracotanza piuttosto che alla psicopatologia. Egli definisce la perversione narcisistica come “una modalità particolare di mettersi al riparo dai conflitti interni facendosi valere, divenendo potenti, a scapito dell’ambiente circostante”. Anch’egli ricorda che crescere come individui pensanti, addirittura empatici, comporta l’elaborazione di molti lutti da immagini idealizzate e/o narcisistiche di Sé, tollerando i conflitti, le inevitabili ambivalenze dei nostri animi, tollerando di confrontarci con rispetto, curiosità con “l’Altro da noi”. L’autore  scrive che nel decervelage tutto questo percorso è attaccato e/o negato facilitando così lo sviluppo della “dipendenza dal potere” di cui già aveva scritto Freud. Il decervelage di Racamier è simile all’antipensiero di cui scrive Bion, forse il più grande psicoanalista della seconda metà del ‘900. Quindi verranno attaccati, talvolta annullati gli spazi mentali del mondo intrapsichico, che apre alla dimensione della conoscenza di Sé attraverso l’autoriflessione, e del mondo interpsichico che apre al riconoscimento degli spazi mentali degli Altri, individui, gruppi, istituzioni, popoli con i quali dialogare abbassando così i ponti levatoi dei castelli delle nostre chiusure ideologiche ed autoreferenziali.
Per Racamier i capi assoluti si muovono sempre nello spazio della perversione relazionale, dove essi trovano piacere e potere nei giochi manipolativi e seduttivi e nel “far valere” narcisistici. Così l’Altro non esisterà come persona, individuo, ma come parte del Sé narcisistico, grandioso, del capo che lo utilizzerà come un vero utensile, un mezzo disumanizzato in quanto ormai membro di una massa asservita. Quindi la perversione narcisistica è sempre un affare collettivo, interattivo e gli altri esistono, per questa particolare forma del potere, solamente per servirsene. Per l’autore la perversione narcisistica costituisce “senz’altro il più grande pericolo che possa esserci nella famiglia, nei gruppi, nell’istituzione e nella società” perché rompe i legami amorosi e rispettosi, attacca l’intelligenza, favorisce il pensiero anti-umano, la stupidità egoistica. Questi sono strumenti fondamentali per chi si vuol porre come potere assoluto, mai discutibile. La perversione narcisistica allora è sempre anche perversione morale, è anti-morale: può tuttavia camuffarsi con l’ipernormalità e l’ipermoralità, ma si svela nell’attaccare il pensiero creativo, i cambiamenti, la crescita individuale. Questa modalità di pensiero quindi è rivolta all’agire, al fare agire, alla manipolazione ed alla suggestione: offre un pensiero povero ma apparentemente efficace nella sua semplicità. Il capo assoluto, il dittatore ad esempio, eccelle in questa capacità di trasmettere “non-pensieri seducenti”: si tratta di pensieri-azioni che aborrono la ricerca di verità, quella sottile, leggera nei termini del Calvino delle lezioni americane, non altisonante, inevitabilmente labirintica e conflittuale. Racamier ricorda che gli individui che si perdono nella seduzione dell’essere massa divengono meri utensili, guardati con interesse, anche adulati finché utilizzabili, ma altrettanto facilmente rottamabili come oggetti degradati.
L’autore ricorda come questi “capi” non se ne vanno da soli ma vanno abbattuti mettendo a nudo il loro potenziale perverso, la loro malignità distruttiva che come una epidemia micidiale avvelena la vita, la gioia di vivere, la ricerca del bene individuale e comune e così conclude “penso con forza e con tenacia alla vittoria della verità che si libera sulle menzogne purulente, alla vittoria dell’autenticità sul taroccato, della conoscenza  che si guadagna sulla imbecillità che si vanta, alla vittoria del fascino della creatività libidinale sui miasmi sterili della perversità. Si, penso con fervore alla qualità dello spirito”.

Paul Parin in “La dipendenza dal potere. Appunti per una politologia
psicoanalitica” 2009, definisce l’ultimo decennio del XX secolo e il primo del XXI come l’era della dipendenza. Egli ricorda come “ Singoli gruppi possono diventare dipendenti a prescindere dall’età, possono iniziare durante l’infanzia, l’adolescenza e anche in età avanzata, per costrizione o scelta. Dipendenti non si nasce, lo si diventa.
La dipendenza può colpire il singolo, ma di norma, perché sopravviva, è necessaria una società che prenda atto della sua esistenza”.
In realtà, le dipendenze sono ben più diffuse di quelle da sostanze stupefacenti, anche se credo che l’enorme aumento dell’uso delle droghe di ogni tipo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, abbia contribuito e contribuisca a creare un terreno fertile ai meccanismi della dipendenza dal potere, proprio per la ridotta capacità di usare il pensiero in modo riflessivo che la maggioranza delle droghe produce.
Ricordo come già negli anni 70 l’uso delle sostanze e soprattutto la facilità del loro mercato e produzione venivano messi in relazione con la necessità del “potere” di appiattire le spinte alla ribellione delle masse giovanili di allora, soprattutto nei ceti sociali più disagiati.
Per Parin una forma particolare di dipendenza “che oggi produce devastazione in tutto il mondo” è appunto la dipendenza dal potere. Per lui è insufficiente la spiegazione della teoria marxista che legge il “potere” come bisogno di mantenere profitti molto elevati a scapito delle classi sociali meno abbienti.
Vi sono infatti situazioni di esercizio del potere entro gruppi chiusi, istituzionali, professionali, addirittura scientifici o culturali “che non garantiscono alcun vantaggio economico” così come – per Parin –  resta misterioso il meccanismo che porta un intero paese o più paesi a sottomettersi ad una dittatura.
Per lui il potere in realtà coarta le potenzialità di pensiero ed emotive delle persone favorendo la regressione a pulsioni narcisistiche.
Parin parla di “egoismo assoluto” per cui gli interessi del potente sono più importanti di tutto: tutto ciò che si oppone a questa progettualità perversa va mortificato o addirittura annientato.
Il potere “mette al servizio di questo bisogno tutte le sue capacità e talenti, soprattutto la capacità di influenzare gli altri”; perché questo avvenga e si mantenga nel tempo, i sistemi di potere devono creare “modelli, sentimenti di appartenenza in cui vi è sovrapposizione tra le fantasie inconsce dei potenti e quelle dei loro seguaci”. E’ necessario quindi un certo numero di seguaci, in gruppi piuttosto grandi, che condividano il sistema del potere. Questo può avvenire quando l’individuo perde o rinuncia alla propria dimensione di persona che utilizza il pensiero riflessivo e si fa massa; qui resta fondamentale il contributo di Freud espresso nell’opera Psicologia delle masse ed analisi dell’Io.
A questo proposito, Simona Argentieri (2008),psicoanalista romana, introduce, nello scritto L’ AMBIGUITÀ , una riflessione che coglie il denso intreccio tra psicopatologia e psicopatologia della vita quotidiana ,quando osserva come vi sia sempre più :
“Una sorta di ambiguità del pensiero che consente a livello individuale e collettivo di eludere la fatica delle proprie scelte e delle proprie scelte, in una deriva silenziosa ma inarrestata… dove è considerata ormai normalità una mentalità dominante dove sembra esservi sempre meno spazio per il conflitto, per la responsabilità ,forse anche per la colpa, e comunque per l’etica e dove trova spazio sorprendente la malafede ed il rifiuto di un tempo e di uno spazio mentale individuale e collettivo per il pensare”
Giovanni Jervis, parafrasando Freud (1901) e la sua PSICOPATOLOGIA DELLA VITA QUOTIDIANA, scriveva ,a questo proposito nel MANUALE CRITICO DI PSICHIATRIA, della ” politica della vita quotidiana per la costruzione del benessere psichico, processo dinamico che prosegue per tutta la vita”(1993)
 
Il presupposto per Parin è comunque “un gruppo che condivida la stessa dipendenza, un gruppo di potere unito dalla medesima ideologia”.
L’ideologia o meglio l’ideologismo, è uno strumento per realizzare fantasie narcisistiche che escludono sempre l’esistenza dell’ “altro da sé” che viene ridotto a mero oggetto parziale del Sé grandioso del potente, vero nuovo padre primogenito capo dell’orda. Insomma, chi detiene il potere in modo assoluto giustifica come normale, addirittura giusto tutto ciò che fa.
Egli scrive che il neoimperialismo riattualizza oggi “forme passate di colonialismo” ed utilizza la globalizzazione per uniformare territori del mondo sempre più ampi ad un unico sistema di potere, dove lo stesso vessillo della democrazia rischia di divenire un modo “razionale e molto fine” per legittimare la brama del potere e le pretese egemoniche moderne delle grandi lobbies economiche mondiali.
La dipendenza dal potere ha quindi una matrice culturale e sociale “la forma in cui la dipendenza dal potere si estrinseca di volta in volta è legata alla forma della società, forma che è modificabile”. Egli, forse in modo utopistico, ritiene che la psicoanalisi potrebbe avere la funzione di identificare le “shared fantasies”, “le fantasie condivise che stanno alla base di questa dipendenza” e hanno un potere eccezionale di funzionare come collante tra il potere e i gruppi di potere ad esso assorbiti.
Come per i drogati, anche la dipendenza dal potere viene abbandonata solamente quando il contesto sociale si modifica in modo sostanziale. Tuttavia in questi casi il gruppo al potere cercherà in tutti i modi di resistere all’attivazione di veri processi democratici che, in apparenza,  esso stesso ha istituito.
L’autore ricorda ancora come “la stragrande maggioranza dei potenti in campo politico……si occupa ben poco di tutto ciò che esula dalla loro dipendenza” ovvero dalla gestione e mantenimento del potere: essi “non hanno alcun interesse per tutti gli altri aspetti della vita di ogni persona”, di un gruppo sociale, di un popolo. Egli parla di una nuova “epidemia portata dall’esterno, una malattia infettiva” che è in grado di comprendere ed aggregare gruppi umani ampi in una dimensione di aconflittualità, morte dell’individualità e del pensiero riflessivo sottomessi appunto dalla dipendenza del potere.
L’elemento di connessione e di attrazione mortifera è proprio – per Parin – il comportamento dipendente in sé e per sé. E’ molto difficile oggi il ruolo di controparte a questo potere cercando di intervenire per fermare il fenomeno perché le capacità di manipolazione e di induzione ad “aderire alla dipendenza di volta in volta dominante” sono oggi molto forti e resi più potenti paradossalmente dai media e dalla globalizzazione.
Uno stratagemma semplice del potere è il messaggio: “su di noi incombono delle minacce – che abitualmente non vengono neppure specificate – e ci sono persone, vale a dire quelle che ci sono adesso al potere, che possono proteggerci da queste minacce”. In realtà, il più delle volte queste minacce non sono rischi reali per la salute e la vita delle persone,  ma rischi di messa in crisi dei poteri assoluti che, con queste modalità, li mascherano e li trasformano in paure, minacce per la massa.
Concludendo e facendo proprie le riflessioni di Parin, credo non si debba pensare in modo manicheo, che occorra sconfiggere le forze cattive a favore di ipotizzate forze buone, ma piuttosto si debba accogliere l’ambivalenza naturale dell’uomo portato sia al bene che al male.
L’egoismo assoluto – il narcisismo primario di Freud – di ogni vivente non va rifiutato di per sé ma piuttosto vanno individuati e tutelati in maniera costante i meccanismi – anch’essi presenti – dell’empatia, della relazione con l’altro, tollerato e rispettato come “altro da Sé”. Questo “rispetto” vale anche per i rapporti tra i popoli, tra pensieri e ideologie diverse come le religioni, anche tra teorie scientifiche e modelli culturali. Questa attenzione ed invito alla continua vigilanza può apparire ed essere solo un pensiero utopico, tuttavia su questa dinamica conflittuale tra dipendenza dal potere e vivere come massa e dall’altro l’amore per la libertà e per il vivere individui tra individui si sviluppa la storia dell’uomo…… ed i giochi restano oggi comunque ancora aperti.

BIBLIOGRAFIA

Freud S.” Psicologia delle masse ed analisi dell’Io” (1922).opere complete, vol IX, Bollati Boringhieri ed.
Racamier P.C.” Pensiero perverso e decevelage”(1992)
Parin P.”La dipendenza dal potere.Appunti per una politologia psicoanalitica ” in Psicoterapia e Scienze Umane” (2012) vol. XLVI n.1



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