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L’adolescenza periodo rilevatore di minacce

Redazione
15 Marzo 2014
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L’adolescenza periodo rilevatore di minacce

L’adolescenza periodo rilevatore di minacce, di potenzialità e di alienazioni: impatto dei disturbi psichiatrici dell’infanzia sui disturbi mentali in adolescenza.

Intervento del prof. M. Corcos*  al convegno “Studenti invisibili”, novembre 2012, Avigliana (TO)
*Dipartimento di Psichiatria dell’Adolescente e del Giovane Adulto, Institut Mutualiste Montsouris di Parigi

Racconterò la mia esperienza, che avviene in un servizio  di lusso, in cui ci sono condizioni particolari, direi eccezionali per i tempi che corrono.. Parlerò delle malattie mentali, disturbi estremamente gravi che conseguono a turbe biologiche in un certo numero di casi, o a traumi importanti nell’infanzia.

Rispetto a quello che è stato detto riguardo la pluri- disciplinarietà, in questi casi, a mio parere, il referente principale deve essere lo psichiatra, in relazione all’intensità e alla problematicità di questi disturbi. Non significa che non si vuole lavorare, in particolare con gli insegnanti, ma che non bisogna avere l’illusione di un’armonia perfetta. Gli insegnanti e i neuropsichiatri infantili amano entrambi i ragazzi e i giovani, ma per motivi diversi. I neuropsichiatri infantili hanno in mente di poterli guarire, riparare in qualche modo. Gli insegnanti invece hanno in mente di poter elevare e far crescere i ragazzi grazie all’educazione. L’educazione, etimologicamente, mira all’esteriore. La psicanalisi e la psicologia sono invece più dirette verso l’interiore. Sono due movimenti che non sono antitetici; il neuropsichiatria infantile e l’insegnante devono mettersi d’accordo per prendersi cura degli adolescenti.
Prima di parlare dell’insegnante e del neuropsichiatra infantile bisogna parlare della provenienza del bambino, cioè della famiglia. Non esiste alcun trattamento per un adolescente sofferente se non avviene anche un trattamento della famiglia sia quando esiste una responsabilità all’interno delle dinamiche familiari sia quando la crisi dell’adolescente destabilizza anche l’equilibrio familiare. Occorre ricordare e sottolineare che i genitori non possono accettare che i neuropsichiatri infantili e gli insegnanti possano prendersi cura dei loro figli meglio di loro. Quindi bisogna assolutamente cercare un’alleanza terapeutica, che sarà sicuramente molto conflittuale. Se tale alleanza è invece armoniosa, ciò significa che sta mancando un’elaborazione da parte della famiglia, e in questo caso, il disturbo del ragazzo potrebbe essere proiettato sugli insegnanti o sui terapeuti che lo stanno seguendo. Gli insegnanti e neuropsichiatri infantili finirebbero, in tal caso, per vivere lo stesso tormento che vivono i ragazzi stessi. Dunque, il primo punto è l’indispensabilità della presa in carico dell’intero nucleo famigliare.
Il secondo punto da analizzare è ciò che si sta sviluppando nell’adolescente, che è secondario a ciò che si è sviluppato durante l’infanzia (per non parlare poi di tutto ciò che è accaduto quando vi è stato l’incontro tra i genitori, e prima ancora, tutti gli avvenimenti nelle generazioni precedenti). Quello che si presenta nell’adolescenza è un qualcosa che si è già giocato durante l’infanzia, ma adesso si gioca con nuove carte. Tra queste nuove carte vi è la pubertà, con la metamorfosi ad essa legata, massiva, brutale, che rende il soggetto totalmente passivo e che instaura in lui la paura di essere sovrastato dai propri impulsi, che diventano aggressività e che possono giungere fino alla morte. Qualora vi siano dei fantasmi aggressivi derivati dall’infanzia che non si sono potuti agire, nel momento in cui essi si ripresentano nell’adolescenza, tutto è più complicato. Lo straripare dell’aggressività rappresenta anche lo straripare di tutto il campo emotivo. Ad esempio quando l’adolescente arrossisce, il rossore del corpo è la manifestazione del suo rossore interno, ovvero del suo Sé Sessuale; nello stesso modo, il disordine della stanza rappresenta il disordine nella testa dell’adolescente. Un’altra paura dell’adolescente rispetto alle proprie pulsioni, è la capacità di procreare, che ora possiede. Quando il desiderio del padre o della madre che si ha nell’infanzia, si ripresenta nell’adolescenza è molto pericoloso.
La miglior cosa che si possa fare per un bambino che diventa adolescente è aiutarlo a separarsi dai propri genitori, facendo in modo che accetti di separasi, perché la gestione di queste emozioni, dell’aggressività e della capacità di procreare, deve avvenire  sotto la protezione dello sguardo vigile ma discreto dei genitori. Infatti, l’adolescente è colui che chiude la propria camera e davanti mette il cartello di “Divieto d’Accesso”. L’adolescente è anche colui che non sopporta più di trovarsi nel bagno nudo di fronte ai genitori, o di fronte ai genitori nudi. L’adolescente vuole avere il proprio telefono e non sopporta che i genitori vadano a curiosare ciò che avviene su Facebook.
Se stanno troppo vicini al figlio adolescente, i genitori creano un ambiente incestuoso. L’adolescente, dunque, non può più baciare la madre nello stesso modo, o mettersi in braccio a suo padre allo stesso modo perché ciò gli provoca emozioni ed impulsi sessuali. Questo è vero per tutti gli adolescenti, ed è ancora più vero per gli adolescenti malati.
I ragazzi che stanno bene, progressivamente riusciranno a distaccarsi e, progressivamente potranno arrivare a un’individuazione, al distacco, all’autonomizzazione, alla soggettivizzazione, quindi a essere Se Stessi. Se questo sviluppo avviene in modo più o meno armonioso, gli adolescenti potranno alimentarsi e nutrirsi di tutto quello che non è la famiglia, in particolare di tutto quello che fa parte della pedagogia e della cultura, verso una creatività positiva. Se stanno male invece, non accetteranno questa metamorfosi positiva e andranno verso una metamorfosi negativa, cioè verso la distruzione, dove non esiste alcuna creatività, e quindi mostreranno sintomi psichiatrici.
Questi sintomi hanno una funzione: mettere a distanza, allontanare i genitori per poi obbligarli ad avvicinarsi. L’adolescente che è anoressico, o bulimico o che tenta il suicidio, o che si droga, prende le distanze dall’ambiente dei genitori, dalla famiglia. Infatti, l’adolescente anoressica si rifiuta di avere un corpo che le è donato dai propri genitori, e che può diventare un corpo-madre; è comunque un paradigma di separazione avere un corpo genitoriale. L’adolescente che attacca il suo corpo, che tenta il suicidio, aggredisce il corpo che deriva dai suoi genitori. L’adolescente che assume alcolici o psicofarmaci cerca di provare sensazioni distorte su questo corpo, che gli deriva dai genitori.
Allo stesso tempo, quando mette delle distanze, l’adolescente cerca anche delle attenzioni, in modo che lo si tratti come un bambino e non come un adulto in divenire: crea dunque una situazione di dipendenza con l’adulto.
Ciò che si verifica tra adolescente e suoi genitori, è la stessa cosa che si verifica poi tra il ragazzo e il neuropsichiatra infantile e/o gli insegnanti. Bisogna comprendere dunque ciò che è successo, perché le azioni messe in atto dall’adolescente con i suoi genitori sono accadute per evitare il ripetersi dello stesso schema. E l’adolescente, qualsiasi cosa accada, ripeterà con gli operatori le stesse cose che ha vissuto prima, per verificare se la sua relazione con il mondo è sempre la stessa o invece può essere diversa.
Da subito ci saranno grandi difficoltà, se si è un ottimo psichiatra o un ottimo insegnante, particolarmente umano, che vuole assolutamente crescere o guarire l’adolescente. In questo caso si fornirà, infatti, all’adolescente un’ottima visione del fatto che egli avrebbe potuto avere dei genitori migliori di quelli che invece ha avuto.  Accade sempre, sia con l’insegnante, sia con lo psichiatra, che ad un certo punto, più sembra che la situazione stia andando bene, e peggio andrà. Succederà, infatti, che quando si penserà di aver ottenuto il successo, l’adolescente ripresenterà gli stessi sintomi, per rimettere le distanze. L’adolescente che sta male non è interessato alla felicità, non vuole essere felice. La sua preoccupazione è di mantenere una continuità con ciò che egli ha vissuto nella sua infanzia.
Come mai l’adolescente sta male? Come mai resta dipendente dalla sua famiglia?
Ecco la risposta. L’adolescente regredisce ad un comportamento infantile con dei sintomi che tengono in scacco i genitori e, soprattutto, perde molto tempo a stagnare nei suoi sintomi, perché non riesce ad accettare la metamorfosi positiva verso il mondo adulto.
Stagnare, quando si parla di anoressia, è il rifiutare di arrivare ad un’identità sessuale. Se sono anoressico, non sono né ragazza né ragazzo.
Stagnare, quando di parla di disturbi del comportamento, significa sabotare la propria scolarità, per non apprendere e, quindi, per non giungere ad essere adulti.
Prima di trovare un senso al comportamento, bisognerebbe cercare di capire il fatto che l’adolescente malato vuole rimanere allo stato infantile, perché è successo qualcosa nella sua infanzia, che non se ne va. È successo qualcosa nelle sue relazioni molto precoci che non riesce ad essere digerito ed accettato. Tutto questo, grazie alla pubertà, si mette in moto in modo molto violento durante l’adolescenza.
Cosa è stato fatto per rendere l’adolescente così dipendente, fino alla demenza, affinché non si separi mai dai suoi genitori?  E questo vale non solo per la famiglia, per i genitori, ma anche per gli psichiatri e gli insegnanti. Come fare perché il giovane non si separi mai dagli adulti? La risposta è semplice. Basta traumatizzarlo, con una buona dose di umiliazione. Il trauma rappresenta ciò a cui l’adolescente si aggrapperà di più e causerà un rancore che egli si porterà dietro per tutta la vita, un rancore che in alcuni porterà al masochismo. E un masochista è più forte di chiunque altro all’interno di una relazione, perché egli può mettere in gioco tutto il suo percorso scolastico e anche tutta la sua vita. Gli altri invece, genitori, insegnanti o neuropsichiatri infantili, anche con tutte le migliori intenzioni, non metteranno mai in gioco la propria carriera e la propria vita, per aiutarlo.
Quindi, come si arriva a traumatizzare il proprio figlio?
Il modo migliore è di non farlo volontariamente. Se il trauma che s’induce è inconscio e non volontario, e se si ripete in modo transgenerazionale, da generazioni, è ancora meglio, perché rimane una cosa enigmatica e si potrà relazionarsi col proprio figlio in questo modo enigmatico per tutta la vita!
In psichiatria si osservano raramente invece dei genitori, delle famiglie, che traumatizzano intenzionalmente e con cattiveria il proprio figlio. E solitamente lo fanno mettendo in atto schemi che hanno vissuto.
Esisto due tipi di trauma.
Il più semplice, il più comprensibile, e il più raro, è il trauma che deriva da un eccesso di legame. Si tratta di genitori che creano legami eccessivi perché hanno un’ideologia educativa, religiosa, culturale, morale che li porta ad agire così.
Il più grave è il trauma che avviene quando i genitori maltrattano i figli, fisicamente, in alcuni casi fino all’abuso sessuale, o quando il maltrattamento si verifica attraverso una negligenza emotiva. Come dicono gli adolescenti «Mi possiede», «Mi entra in testa». Il ragazzo, infatti, è posseduto da quest’ideale genitoriale. E quando si tratta del corpo è ancor più grave. Nel caso di abuso sessuale, nel caso in cui un padre abusi della figlia, nel corpo di quest’ultima egli è come se mettesse una bomba che esploderà solo in adolescenza, quando la ragazza incontrerà le prime pulsioni ed emozioni sessuali e capirà, solo in quel momento, cosa le è accaduto durante l’infanzia. Quando essa incontrerà, infatti, il primo ragazzo di cui s’innamorerà, avrà davanti la figura del padre. E quel trauma, che aveva generato il suo modo di godere sessualmente, la ragazza se lo porterà dietro per tutta la vita.
Questo eccesso di legami, questa passione incestuosa, queste madri iperprotettive, questi padri troppo severi, troppo vigorosi, troppo rigidi, vengono esaminati e trattati durante la psicoterapia perché hanno determinato vissuti su cui è necessario lavorare. Se c’è stato, ad esempio, abuso sessuale, vostro padre è il boia, voi siete la vittima, qualunque cosa si possa pensare, non siete voi ad averlo sedotto, qualsiasi cosa voi abbiate sentito emotivamente, anche una forma di godimento, non ne siete la causa: è estremamente difficile ma bisogna lavorare su questo.
Gli altri casi di alienazione, che sono molto più frequenti, rimandano a traumi negativi, di vuoto: non per un eccesso di legami, ma per un’assenza di legami. Alienazione in questo caso deve essere vista come a-lienazione, cioè, appunto, assenza di legami. Nell’infanzia, per varie ragioni, qualche cosa non doveva accadere, oppure qualcosa non è successa, qualcosa non è stato trasmesso, il padre o la madre per loro problemi personali, anche per depressione, non hanno avuto la possibilità di essere sufficientemente presenti, vivi, per trasmettere corpo e anima, degli elementi che permettono a questo fiore, che è il figlio, di crescere. Non esiste, infatti, un bambino senza genitori. Per crescere, per svilupparsi egli ha bisogno di un tutore, più profondamente, ha bisogno di un genitore che possa essere uno specchio, che lo rifletta, lo pensi e gli dia delle conferme. Se questo specchio non è come dovrebbe essere, se è rovinato, non riflette più, al bambino non verrà rimandata alcuna immagine, ed esso si svilupperà con una mancanza, con un vuoto. Il ragazzo si svilupperà con quest’enigma: «Perché non ho potuto beneficiare di tutta una serie di cose che noto che gli altri bambini hanno?» E tutto ciò rimane molto più fisso del trauma, ed è molto più difficile da curare rispetto al trauma in sé di cui si è parlato prima. Con l’adolescente bisogna trattare questo tipo di nostalgia, per le cose che egli non ha avuto, conosciuto e che non conoscerà mai.
Questi adolescenti faranno rivivere la stessa situazione agli operatori durante il periodo di cura e questi ultimi dovranno per forza passare attraverso le stesse tappe.
Un consiglio che mi sembra di dover dare assolutamente ai neuropsichiatri infantile e agli insegnanti è di non provare a capire. La prima cosa da fare inizialmente è esserci, essere una presenza continuativa e coerente, sopravvivendo a tutti gli attacchi e mandando un unico messaggio, e cioè, l’ opposizione alla metamorfosi negativa coi suoi sintomi. Eventualmente in divenire si vedrà poi quale potrebbe essere invece la metamorfosi positiva. In un primo momento, come insegnanti e neuropsichiatri infantili, non si deve avere un progetto umanitario, perché se invece lo si ha e in modo massiccio, si entrerebbe in competizione con i genitori che invece non hanno potuto avere questo progetto. Gli insegnanti e i neuropsichiatri infantili saranno sicuri, autoritari, ma non idioti. Significa che non accetteranno assolutamente il sabotaggio del potenziale del ragazzo. Non si parlerà delle potenzialità dell’adolescente, ma si affermerà e si lascerà intendere che non si accettata il sabotaggio delle suddette. Si lascerà intendere questo investimento che si farà insieme al ragazzo, ma non lo si dirà chiaramente. Si deve rispondere alle domande dell’adolescente nello stesso modo con cui esse vengono formulate. Se vengono poste in modo forte e distruttivo,  si risponderà con la stessa intensità impulsiva. Si creerà così un contrappeso a ciò che obbliga il ragazzo a sabotarsi.
Gli insegnanti e i neuropsichiatri infantili sanno che la gratitudine rispetto alle azioni da loro svolte verso gli adolescenti arriverà molto più tardi, quando questi ultimi saranno riusciti ad evitare il sabotaggio e a costruire se stessi, al riparo dal loro sguardo. Ad esempio, Albert Camus ha ringraziato colui che aveva preso in mano il suo destino solo nel momento in cui egli era riuscito a prendere in mano il proprio destino. Ed ha ammesso che ciò che gli aveva fatto prendere in mano il proprio destino l’ha esiliato dalla propria famiglia. Quindi ciò che si farà per gli adolescenti, indipendentemente dal salvarli e dal renderli alla loro vita, che lo si voglia o no, li porterà ad abbandonare la loro infanzia, li obbligherà a diventare delle belle foglie, quando le loro radici saranno diventate belle secche o addirittura saranno state recise.
Analizziamo infine le relazioni e le collaborazioni possibili tra insegnanti e neuropsichiatri infantili.
È estremamente importante che ciascuno resti completamente nel proprio ambito, ma questo è evidentemente impossibile.  Gli insegnanti che hanno un’attenzione particolare verso gli adolescenti sofferenti non sono insegnanti come gli altri, per cui si interessano anche alla psicologia. Prendiamo l’esempio concreto di ciò che succede a un adolescente che entra all’interno di un sistema di cura e studi. Il sistema di cura e studio è un sistema particolare francese per i ragazzi, e in Francia esistono solo 5 centri che lo praticano. I medici vi inviano dunque solo una piccola parte dei ragazzi ospedalizzati, coloro per cui si crede che l’insuccesso e l’abbandono scolastico andrebbero a peggiorare la situazione clinica, i disturbi, la depressione. Si tratta di una struttura medico-psico-pedagogica dove gli adolescenti che sono stati ospedalizzati per cause acute, e che non possono tornare all’ambiente naturale per motivi diversi, iniziano a ripartire anche con la scuola. La riuscita scolastica per questi pazienti è proprio l’aspetto fondamentale per la loro riuscita personale. Al loro arrivo, i ragazzi sono ricevuti dal neuropsichiatra infantile e dal direttore dello studio. La prima questione da affrontare è se inserirli nel loro livello scolastico o se inserirli a un livello un po’ più basso. Gli insegnanti hanno in mente che se i ragazzi vengono inseriti al loro livello, patendo il paragone con i compagni e non raggiungendo le medesime prestazioni, possano aggravare i propri disturbi e la propria depressione. D’altro canto i neuropsichiatri infantili scelgono il livello più alto per i ragazzi, perché pensano che un livello più basso potrebbe aggravare la loro depressione. L’accordo tra i due professionisti rende possibile la riuscita e il raggiungimento degli obiettivi. Chi decide, l’insegnante o il neuropsichiatra infantile, o in altri termini, la madre o il padre? La risposta è il padre, ovvero il neuropsichiatra infantile. La decisione spetta al padre – neuropsichiatra infantile non perché egli è migliore degli altri, ma perché così è meno pericoloso per il ragazzo (perché la relazione di dipendenza con la madre è molto più difficile da gestire che la relazione col padre, per la semplice ragione che la relazione con la madre è certa, mentre la relazione col padre è incerta).
È molto importante che la coppia insegnante – neuropsichiatra infantile si conosca, lavori insieme da più anni, abbia lo stesso modo di pensare ideologico, fino ad accettare che se uno decide l’altro farà le cose in modo da andare d’accordo, per poter aiutare l’adolescente. La cifra 2, la relazione tra due individui, implica dire a qualcuno che lo detesto, o peggio, che lo amo, che per un adolescente equivale a dire “sono dipendente da te”. La diffrazione del transfert permette alla coppia neuropsichiatra infantile – insegnante di evitare questo circolo vizioso della dipendenza.



2 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    È vero che è necessario il coinvolgimento della famiglia nella presa in carico del minore problematico.Mi convince meno l’affermazione che “ciò che si sta sviluppando nell’adolescente, è secondario(sempre?)a ciò che si è sviluppato durante l’infanzia.Le problematiche dell’adolescente non sempre sono il risultato di un’infanzia scellerata ad opera di genitori scellerati.È pur vero che molti disturbi psicologici hanno radici in una relazione familiare disfunzionale, ma non sempre è verosimile un rapporto di causalità lineare.Non sottovaluterei ad esempio l’impatto del rapporto con i pari.L’approccio ai problemi di sviluppo non può essere esclusivamente un approccio unidirezionale, ma occorre praticamente considerare anche il modo con cui i figli percepiscono la relazione con i genitori e le ripercussioni che tale percezione può avere sul loro funzionamento psichico.È vero che spesso, i soggetti borderline subiscono gravi maltrattamenti e abusi in età infantile ed adolescenziale in misura significativamente maggiore rispetto ad altre patologie,ma non sempre sembra configurarsi una situazione di grave abuso.Ovviamente,è facile appurare se un genitore privo di sentimento batte crudelmente il suo bambino,lo umilia apertamente,lo deride,lo trascura,lo disprezza:ma una crudeltà simile non è tipica come ricordava Corcos.La famiglia tipo è più subdola,si comporta con minor crudeltà apparentemente,le sue nefandezze sono “cumulative”.Ma anche una “situazione familiare tipica” può produrre individui afflitti da problemi di notevole serietà.Tuttavia,le “storie tipiche” proprio in virtù della loro minore decifrabilità è necessario valutarle con prudenza.Nel caso ad esempio di un bambino o adolescente che si sente rifiutato sussiste una difficoltà nel cogliere la “misura dell’affetto”:certe situazioni, cioè, non possono essere accertate semplicemente sulla base di un comportamento manifesto.Riguardo al ruolo della percezione del bambino il comportamento dei genitori può essere considerato un evento obiettivo nel mondo reale,tuttavia esso può influire nello sviluppo del bambino solo fino e nella forma in cui egli lo percepisce.Di conseguenza è il comportamento dei genitori in quanto percepito ad essere in realtà determinante nello sviluppo della personalità più che il reale stimolo al quale il figlio/a risponde.Occorre esplorare il modo con cui il bambino e l’adolescente poi sperimentano la relazione con i genitori e quali sono le conseguenze per lui.Stiamo discutendo di quei casi in cui l’abuso o la violenza non sono manifesti e l’evento disturbante non è oggettivo cioè non ha un potenziale “traumatico” tout court.Forse il dott Corcos ha in mente più specificamente la clinica del trauma, quando riporta che “perché il giovane non si separi mai dagli adulti basta traumatizzarlo, con una buona dose di umiliazione”.Immagino che l’autore qui abbia in mente il “trauma complesso”, cioè l’insieme di microtraumi relazionali e reiterati poco espliciti che si accumulano subdolamente nel corso del processo di sviluppo. Tuttavia, anche il “trauma” non determina in assoluto effetti prevedibili.Persino nell’ambito della patogenesi della personalità borderline sono coinvolte un gruppo molto esteso di variabili potenzialmente patogene.Dunque,non è l’evento in sé quanto lo sviluppo di modelli di rappresentazione negativi relativi a se stessi, alle figure di attaccamento e a sè in relazione alle figure di attaccamento che può originare la personalità borderline in conseguenza dell’esperienza dei maltrattamenti subiti nell’infanzia.Nelle relazioni tra genitori e figli se escludiamo i casi di violenza manifesta è utile spostarsi sul versante della soggettività.Se guardiamo al trauma sul versante dell’esperienza “soggettiva”, allora l’evento “traumatico” si può descrivere come una risposta individuale dettata dall’organizzazione cognitiva, affettiva e difensiva del minore.L’esito di un evento è legato a come esso viene elaborato nel mondo interno, ma il modo in cui un evento viene elaborato nel mondo interno è associato alla qualità delle relazioni oggettuali (la qualità della “sintonizzazione affettiva” tra madre e figlia/o , ad esempio).La contrapposizione esterno-interno in tal caso non è ragionevole:i due aspetti sono interrelati.Quindi, insieme ai classici aspetti sintomatologici, eziologici e processuali è bene tenere conto dei meccanismi di identificazione nella formazione dello psichismo del figlio/a (Freud) e dei fantasmi e dei ruoli immaginari inconsci che determinano non solamente la rappresentazione di sé dei figli e la loro condotta verso i genitori ma anche la rappresentazione di sé dei genitori e la loro condotta verso i figli:atteggiamenti e comportamenti verbali, non verbali, espressioni di affetto, mancanze ecc. Come si vede le relazioni tra genitori e figli sono caratterizzate più spesso dalla circolarità piuttosto che dalla causalità lineare.

  2. Gg ha detto:

    D’accordo con Spata, sottolineo come quello delle opinioni soggettive sia il più grande problema nell’affermazione della psichiatria come scienza credibile.
    Le teorie, spesso suggestive e articolate, troppo spesso sono inverificabili.
    Allora quale soluzione se non la valorizzazione del confronto pacato, sereno e attento al bisogno della persona sofferente.
    Quindi direi che meno le ideologie sono simili meglio è …. Forse addirittura meglio lasciar stare le ideologie per affinare la sensibilità verso l’altro
    G

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