Cronaca

Io, un matto trattato senza pietà

8 Novembre 2021
4 commenti
Io, un matto trattato senza pietà

Commento alla testimonianza di Vitaliano Trevisan tratta da “La Repubblica” – Cultura – del 05/11/2021

  Fatta la tara a possibili amplificazioni e/o invenzioni, parte di quanto scritto è credibile, poiché corrisponde a quanto tanti anni fa ho sperimentato personalmente da responsabile qui a Savona. Che cosa ha portato a questo stato di cose?

  Per quanto ho potuto vivere direttamente, gli SPDC sono nati fra mille difficoltà. La prima è stata  la necessità di reperire in tempi brevissimi, per imposizione di legge, un ambiente destinato ad accogliere  chi fino al giorno prima entrava in Ospedale psichiatrico, e dotato dei minimali requisiti di sicurezza: ciò   ha potuto  condurre a soluzioni di ripiego, inadeguate, frustranti per tutti. Le dimensioni – 15 posti – dei nuovi reparti  destinati a sostituire, se non interi Ospedali psichiatrici, almeno reparti per acuzie di dimensioni 4-5 volte maggiori ha comportato un affannoso lavoro di dimissioni affrettate seguite dal frequente revolving door. Fenomeno questo legato anche alla ideologica  negazione della possibile utilità di una accoglienza residenziale protratta, evocante il fantasma del manicomio. Essa ha, non solo all’inizio ma per molti anni, ostacolato l’attivazione di dignitose e terapeutiche strutture a ciò dedicate; anche se, evidentemente, le ormai classiche esperienze di Comunità terapeutica ne offrivano già un affidabile background teorico.

   Divergenze su questo e su altri aspetti hanno contribuito a una non piena e concorde collaborazione fra il personale dei nuovi Servizi territoriali, allora ideologicamente orientato alla negazione di una esigenza residenziale breve o protratta, e quello del SPDC, trasferito d’autorità dalla precedente più confortevole collocazione manicomiale: fonte ciò di forte malumore nel personale infermieristico, che fra l’altro veniva guardato con supponenza da quello ospedaliero, dotato di ben altro titolo professionale.

   Questo è stato solo un aspetto di un nostro difficile inserimento   in Ospedale, anche perché è stato accolto con diffidenza e malumore l’arrivo di un Servizio vissuto non certo come una nuova e arricchente dotazione, ma come una squalificante intrusione. Ricordo il commento di un collega internista: “ma come, ci portate qui i matti?”.

  Quanto alla Amministrazione, a lungo non ha considerato rilevante il problema della psichiatria ospedaliera, dando la precedenza a  esigenze capaci di offrire un maggior ritorno di consenso: devo confessare che a ciò ha contribuito una limitata capacità politico – diplomatica – mia per primo – di ottenere i fondamentali miglioramenti logistico – ambientali. Migliorata invece la qualità del rapporto fra personale e pazienti, grazie a un paziente lavoro di riqualificazione e coinvolgimento, e anche all’inserimento di nuove figure.

   Negli ultimi anni molti di questi aspetti sono ulteriormente cambiati in meglio, e così a quanto mi risulta – ormai dal di fuori – il livello delle prestazioni; mi chiedo perché ciò non sia accaduto nel descritto reparto di Montecchio. Ma ogni Servizio ha la sua storia.

Ulteriori impressioni riguardanti l’articolo

Marco Vaggi

Mi sembra triste più che scandaloso che un giornale di tiratura nazionale conceda, solamente per catturare l’emotività dei lettori, due pagine del quotidiano per una storia evidentemente di parte senza pensare di metterla a confronto con le considerazioni di chi con competenze tecniche e nel rispetto della legislazione vigente lavora quotidianamente per cercare di curare persone malate. 

Giovanni Giusto

Sono, non solo d’accordo, ma mi domando se esiste una SIP. Penso che questo sia lo spazio idoneo per favorire possibili commenti e Vi invito a farlo.

Enrico Di Croce

Difficile che i media si sottraggano agli stereotipi, alle rappresentazioni  polarizzate (i matti pericolosi, la psichiatria oppressiva… ). Ma non credo si possa nemmeno negare che l’articolo racconta un pezzo di realtà.  È un fatto che l’assistenza tende sempre più alla polarizzazione fra abbandono e neo-custodialismo. Sappiamo bene che molti Spdc, e non poche strutture residenziali, hanno un  triste funzionamento para-carcerario, incentivato da Csm evanescenti. La SIP, se servisse a qualcosa, dovrebbe aiutare a distinguere e sostenere chi ha ancora la forza di lavorare diversamente. 

Andrea Narracci

Io penso che come funzionino mediamente i SPDC ospedalieri in Italia sia un problema.

La testimonianza è sicuramente di parte e sarebbe più che giusto sentire anche l’opinione dei curanti.

Nonostante questo credo che il problema di una non sufficiente presa in considerazione dei pazienti e delle “loro ragioni” o, meglio, del loro punto di vista, esista negli SPDC.

D’altronde, la Psichiatria, in Italia, almeno nell’80% dei casi, pretende di curare soltanto attraverso la diagnosi e la conseguente terapia farmacologica e questo non basta.

La maggioranza dei casi psichiatrici gravi, per avere la speranza di poter vivere delle trasformazioni in senso terapeutico avrebbero bisogno di interventi che, purtroppo, non vengono effettuati.

Mi riferisco alle linee guida nazionali: coinvolgimento della famiglia, introduzione della riabilitazione fin dalle fasi iniziali del disturbo, utilizzazione delle forme di psicoterapia più accreditate: individuale, della famiglia, di gruppo, etc. etc.

A me sembra evidente che noi abbiamo dei Servizi Dipartimentali che rispecchiano quello che viene insegnato in maniera preponderante nelle Università.

I reparti dove si formano i futuri psichiatri, psicologi, infermieri, terapisti della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali sono i SPDC  ospedalieri, dove risulta molto difficile andare al di là di avere la capacità di prendere in considerazione i sintomi del paziente. Tutto il resto rimane nelle retrovie, durante il ricovero e, purtroppo, per il resto del trattamento a cui un paziente viene sottoposto.

Credo che sia ora di intervenire su questa distorsione in maniera chiara.

Enrico Di Croce

Condivido al 100% quello che scrive il dr. Narracci. Aggiungerei che all’impoverimento teorico della psichiatria si aggiunge quello ideale. Ormai si sente dire poco, ma io continuo a pensare che noi lavoriamo sia per il benessere dei nostri pazienti che per i loro diritti. 

Giovanni Giusto

Se avete la voglia leggete il numero del Vaso di Pandora dal titolo: L’ambiente curato cura, recensito anche da Pisseri su questo sito, il problema dell’accoglienza, della cura e dell’ambiente fisico e mentale, influisce sui risultati terapeutici, lo descrivono numerosi studi, in tutti campi della Medicina e chirurgia La psichiatria tende a dividere esasperare estremizzare rinunciando al suo ruolo di disciplina specialistica per diventare esempio si direbbe oggi di bla, bla, bla. L’assenza di una società scientifica, seria, fa il paio con la decadenza dell’insegnamento universitario. Riflettiamo….


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4 risposte.

  1. Luigi Ferrannini ha detto:

    Condivido le considerazioni di Marco Vaggi

  2. roberta ha detto:

    fuori da questo dibattito nello specifico parlo comunque di una esperienza ospedaliera che riporta ad un problema di base, non della psichiatria solamente…. è una mia recente esperienza che si collega comunque a quello che la pratica medica conosce da sempre … la relazione e il suo fondamentale rapporto con chi è in mano di altri… scusate l’autoreferenzialità ma da la dimensione a mio parere di chi ha scritto quell’esperienza non catturato da nessun aggancio…
    “Amara è l’esperienza di dover ricorrere al Pronto Soccorso di un grande ospedale. Attesa, lamenti, domande bloccate in gola in assenza di interlocutori, sguardi scambiati stupefatti, spaventati, pietosi e interrogativi, suoni sirene saracinesche passaggi di persone estranee veloci lontane .
    Tempo dilatato lungo sete bisogni corporali , io sono tra le urgenze differibili.
    Ma smetto questa descrizione delle mia amara permanenza in un ospedale per una esperienza dolce breve ma impressa come lunga, lunga come quelle 9 ore.
    Devo fare una radiografia, ho dolore e paura, so che dovranno cambiare la mia posizione che sentirò ancora più dolore, il tecnico è uno sconosciuto, io non riesco ad arginare il mio spavento, sono una bambina che vorrebbe non essere lì. Il tecnico mi dice che ha tutto il tempo che vuole, chiama mia moglie, chiede notizie, mi sposta lentamente , sta attento ai miei lamenti, sono sul lettino, mi dice di fare quello che posso e intanto mi accompagna nelle posizioni, la prima , poi la seconda poi la terza poi un’altra, e parla con mia moglie e controlla anche quello che non è scritto nella richiesta di controllare, la recente protesi, e poi mi riposiziona in carrozzella, non dice cosa ha trovato, mi porta dal radiologo e mentre aspetto il radiologo ritorna e mi fa una carezza sui capelli dicendomi un ‘andrà tutto bene’ che mi ricorda quello del lockdown con parole diverse. E’ un ragazzo, io una vecchia scomposta dal dolore e dall’età. Ma quella carezza gentile, quel gesto rispettoso e dolce mi ha mutato l’esperienza.
    Non l’ho ringraziato e non potrò farlo ma scrivo come invito a mantenere nel proprio agire tecnico anche quella umanità che si può esprimere anche a parole e gesti e non essere trattenuta dalla professionalità, basta che sia delicata e rispettosa come quella del giovane tecnico”

  3. federico russo ha detto:

    Io non credo che ci siano storie di una parte o l’altra, quando si parla di salute. Ci sono punti di vista. Se fossimo meno difesi e preoccupati di essere messi alla gogna (cosa non facile, lo dico davvero) sarebbero forse meno occupati pazienti e familiari di cercare sempre nel “sanitario” il colpevole. I servizi di salute mentale, non solo i SPDC, fanno acqua, si arrangiano, sopravvivono, tra procedure sempre più insensate e storture della pratica quotidiana. Inutile nascondersi dietro al dito. Il racconto di Trevisan fa eco al bellissimo romanzo autobiografico di Mencarelli, con cui ho avuto occasione di parlare durante un dibattito. Molto meno accusatorio. Ma non per questo meno doloroso. Per tutti noi. Per rivedere a fondo questa salute mentale naufraga e alla deriva io partirei dal SPDC. Proprio come spesso accade a chi comincia ad urlare la propria sofferenza. Da li cominciano il “percorso” molti pazienti. Da lì credo si debba cominciare a rivedere il nostro modo di lavorare.

  4. roberta ha detto:

    condivido… è il commento che sento più vicino

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