Ludopatie

Il gioco è patologico?

Giovanni Giusto
4 Febbraio 2016
3 commenti
Il gioco è patologico?

Domanda che è di moda soprattutto per merito (?) dei media che danno ampio risalto alla ludopatia.
Io ho sempre pensato che il gioco e la capacità di giocare è fondamentale per la crescita neuropsicologica e utile per evitare l’invecchiamento precoce.
Quale tipo di gioco?
Ogni tipo di situazione ludica che ci metta in contatto con il piacere.

Piacere di stare insieme, di concorrere, di vincere di confrontarsi con le proprie capacità ed i propri limiti.

Se così fosse potremmo allora sostenere che il problema non è tanto il gioco in sé quanto l’esperienza di piacere e tutti quei meccanismi neuropsicofisiologici che comporta compresa la dismissione di endorfine e l’azione sui neurotrasmettitori cerebrali.

Non è semplice confrontarsi con il piacere e con il desiderio, quando essi diventano fonte esasperata di riferimento personale senza un’adeguata definizione dei confini del sé si rischia di perdere il contatto con la realtà. Lo stesso avviene per il cibo, il sesso, il fumo, le sostanze stupefacenti ecc.

Il grado di compromissione della personalità possibile è evidentemente diverso rispetto ai distretti corporei interessati ed alle conseguenti patologie possibili.
L’occasione fa l’uomo ladro recita un adagio popolare, ma in questo caso la domanda che potremmo porci è: chi diverrà ladro e chi no ed ancora quale responsabilità ha colui che crea l’occasione?

Se seguiamo questo ragionamento potremmo chiederci se e che responsabilità ha lo Stato che guadagna dalla vendita delle sigarette, dal gioco del lotto e dalle varie lotterie (gratta e vinci ecc.).

Siamo quindi a valutare il problema della dipendenza.
Ritengo che sia un rischio che non si può evitare, che non va sottovalutato, che ha delle oscillazioni statistiche in virtù delle epoche storiche e delle abitudini, penso che scarsa incidenza sul fenomeno abbia l’offerta purché sia chiaro il rischio: ” chi tocca muore ” si legge sui tralicci dell’alta tensione.

Ecco è un po’ così: bisogna scriverlo e dirlo a chiare lettere, ma non necessariamente si realizza almeno nel caso del gioco che se interpretato correttamente, non esasperato da sottostanti bisogni compensativi diventa un utile momento (sottolineo) distraente ovvero che ci permette di uscire dalla di situazione ripetitiva e annichilente della quotidianità e ci riconcilia con il ricordo dei momenti di spensieratezza infantile in cui fantasie e realtà si incontravano favorendo la crescita e
la separazione non traumatica.



3 risposte.

  1. Cinzia Zaccaro ha detto:

    La lettura dell’articolo sulla ludopatia è in effetti molto esaustiva sul tema, spesso molto superficialmente abusato dai media. Per quanto riguarda la mia esperienza di ascolto ai genitori e figli preadolescenti, il problema dell’abuso di giochi di ruolo al computer è molto attuale nelle famiglie, che spesso non riescono a modularne i tempi. E’ anche occasione di scontri spiacevoli, a tratti con risvolti violenti che spaventano il genitore che teme la dipendenza e che sembra aver perso il controllo e il contatto col figlio. I ragazzi sembrano coinvolti in una spirale di ingordigia telematica, dove il tempo proposto dai genitori risulta sempre tiranno o inadeguato alle richieste del gioco in questione. Per quanto mi riguarda devo riconoscere che il “racconto” del “gioco” è stato spesso, nella difficile comunicazione con la fascia tredici-quattordici, una facilitazione nell’entrare in contatto con l’adolescente. Il fascino è giocare con amici o altre persone spesso lontane, la scelta del ruolo di combattimento è molto adeguata a quello che sei o vorresti essere. E’ prevista un’attenzione, una prontezza di risposta e una previsione di intervento che concede nulla all’improvvisazione. Gli errori sono
    irreversibili. Lo sguardo luminoso della narrazione del gioco di ruolo a me così disinformata e inadeguata è sempre stata per me una facilitazione costante, così presente e coinvolgente. Mai come in quei momenti il
    ragazzo è sentito da me così vicino e aperto alla consultazione. Rimane tuttavia il problema della ingordigia dei tempi di gioco, il pericolo che il terapeuta avverte sulla propria pelle quando il racconto diventa così “irreale” nell’elenco dei morti giustiziati, nei tempi di esecuzione così selvaggi e nell’avvicendarsi delle trasformazioni e delle nomine che si guadagnano più sei violento e attento
    nell’uccidere. Sembra in ogni caso che il gioco ti trasporti in una dimensione parallela alla realtà della tua camera, in un tempo che l’adolescente trova insostenibile essere limitato da consegne
    genitoriali. Mi chiedo se può essere la via di una dipendenza; questo, è chiaro, indipendentemente dalla storia di ogni ragazzo e di ogni famiglia di appartenenza con le relative caratteristiche e problematiche.

  2. Guest ha detto:

    La parola “gioco” ha tante diverse accezioni che è necessario dirci di che cosa stiamo parlando. C’è un senso, diciamo, onnicomprensivo, poiché quasi ogni situazione interpersonale può esser letta come gioco: da quelle intrise di piacere come i giochi amorosi fino alle strategie aziendali miranti non a piacere immediato ma all’efficacia, e teorizzate nella “teoria dei giochi”. Ci sono i giochi infantili, fonte di piacere ma anche preparazione a “giochi” più decisivi.
    Un ambito più ristretto è quello del gioco puramente ludico, superfluo, senza altro fine che non sia lo svago non impegnativo: essenziale per tutti noi. E infine il gioco d’azzardo, parente dell’uso di sostanze con cui condivide la ricerca di onnipotenza e la sfida del rischio. Questi in sé non mi paiono aspetti necessariamente patologici: il problema è viverli senza perderne il controllo. Fra l’altro, essi sono presenti anche in attività accettate e, per qualcuno, ammirevoli come gli sport estremi, l’alpinismo, le corse in auto: la differenza è che in queste attività l’abilità tecnica sostiene un ruolo essenziale: la persona “dipende” fondamentalmente da sé stessa e dalla propria capacità di gestire il rischio, e ciò mi pare incompatibile con l’instaurarsi di una vera dipendenza.

  3. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    A quelli che dicono che la vita è un gioco! Che razza di gioco è quello che, a prescindere dalla strategia scelta, il risultato è noto in anticipo? Intendiamoci, non sono turbato dalla certezza del risultato! Il fatto è che questa vita mi appare spesso un terribile e rischioso gioco d’azzardo. Non so se valga la pena accettare la scommessa. Fondamentalmente non sono il tipo cui piace correre rischi inutili e normalmente preferisco minimizzare i rischi che non posso evitare. E poi, scusate, ma che gusto c’è a giocare in un mondo dove tutti si mettono a barare e bene che vada c’è sempre qualcuno che cerca di avere la meglio in qualcosa su qualcun altro.
    Ok, come non detto! Mi avete convinto! Allora, se proprio si deve giocare, mettiamo in chiaro subito almeno tre cose: le regole del gioco, la posta in gioco, e la durata. E se proprio non riesco ad avere buone carte in mano, proverò se non altro a giocare bene una mano scarsa! Fin qui credo di poterci arrivare! E poi diciamocelo francamente: si possono negare la giustizia, la bellezza, la verità, la bontà, lo spirito, la serietà, Dio persino! Ma il gioco della vita proprio no! Quello non si può negare…Quello è un rischio inevitabile…! Pensiamoci bene: la vita è quello strano gioco in cui l’unica vera mossa vincente è semplicemente quella di giocare. Allora, che ne dite di una bella partita alla vita? Tratto da il “Pessimista per principio, ottimista per temperamento” (compendio di citazioni)

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