L’essere lasciati da una persona significativa è molto doloroso. Molte sono le emozioni che possono essere correlate a questa situazione ed essere percepite più violentemente quando l’abbandono avviene in maniera del tutto improvvisa.
Essere lasciati può produrre una profonda ferita e porta a riflettere se non addirittura a mettersi in discussione; il vuoto che, se non viene elaborato difficilmente permetterà la creazione di un nuovo equilibrio, tenderà a livello inconscio a condizionare il nostro modo di relazionarci con gli altri in futuro. Pensando alla paura dell’abbandono è difficile non pensare all’attaccamento come un legame affettivo che si sviluppa tra il bambino e il cargiver per garantirne la sopravvivenza.
I ricordi e la paura dell’abbandono
All’interno del gruppo di lavoro, nella paura dell’abbandono, si rappresentava il meccanismo evolutivo atto a mantenere non tanto il singolo al sicuro, quanto le interdipendenze che si erano create; quella totalità dinamica nata negli anni e fondata sulla consapevolezza di star compiendo un lavoro di comuni intenti. Era chiaro che non sarebbe stato semplice e che quel vuoto, pieno di mille emozioni non espresse, andava sciolto per permettere a ciò che sarebbe arrivato di avere spazio a sufficienza per essere riconosciuto. Era chiaro che per incontrare il nuovo dovevamo riuscire a lasciare andare; dall’ideale dell’ostrica dovevamo passare ad aprire orizzonti di esperienza e di speranza. Tutto ciò andava fatto e doveva essere trasmesso agli ospiti perché mentre la conclusione di una terapia rappresenta un compiuto, l’interruzione rappresenta uno strappo improvviso dove “l’aiuto di un alleato che viene da fuori viene meno”.
Pianificare ciò che non si vorrebbe, per quanto contro intuitivo possa apparire il concetto, è stato il primo passaggio ovvero quel meccanismo essenziale che, così come il principio di realtà, ci ha aiutato a navigare nella complessità dell’evento. Si è rivelata importante l’uso di una comunicazione trasparente sia con gli ospiti che con il personale; creare uno spazio dove poter esprimere la reazione iniziale, con i primi all’interno dell’assemblea settimanale e nella riunione di equipe con gli operatori.
Comprendere per proteggere
All’interno dell’équipe abbiamo svolto una pseudometanalisi, partendo proprio dai nostri vissuti, per ipotizzare ciò che poteva scatenarsi nella mente degli ospiti dopo la comunicazione. Sinceramente credo che questo comprendere per proteggere sia stato molto utile anche a noi operatori per agevolare il passaggio da oggetti di una decisione esterna a soggetti determinati a preservare ciò che fino ad oggi era stato costruito.
Le emozioni chiave che avevamo ipotizzato, e probabilmente in parte esperito, passavano dal senso di abbandono, alla rabbia, dall’ansia e dall’incertezza fino a pensieri inerenti al lutto e alla perdita. Ricordo che la scelta, avvenuta pochi giorni dopo, di produrre un video per la raccolta dei pensieri e dei vissuti è nata dalla ricerca di un’immagine priva di staticità ed il più autentica possibile. Volevamo enfatizzare l’elemento emozionale attraverso una narrazione diretta e spontanea che permettesse di mostrare e condividere contemporaneamente. Volevamo trasformare ciò che era sentito in qualcosa che trascendesse i limiti di una classica raccolta dei vissuti perché, scomodando anche Carl Jung, “non c’è trasformazione delle tenebre in luce e dell’inerzia in movimento senza emozione”.
L’accettazione del cambiamento e i ricordi
La comunicazione agli ospiti è avvenuta all’interno dell’assemblea settimanale ed espressa direttamente dal Direttore sanitario, con tempistiche che avrebbero permesso un’iniziale processo mentale ed emotivo di accettazione del cambiamento e dato modo di poter confrontarsi individualmente con colei che ci stava salutando. Si è rivelato importante poter comunicare agli ospiti che, prima dell’inserimento completo della nuova Direttrice sanitaria, avremmo vissuto un momento di passaggio, un ponte tra ciò che era e ciò che sarà, in cui le avrebbero potute vedere entrambe.
Durante il tempo intercorso in questa terra di mezzo, è stato dato molto spazio ed attenzione ad eventuali momenti di vulnerabilità sia del singolo, operatore e ospite, sia del gruppo di lavoro. Come in una danza il tutto doveva adattarsi, ridisegnarsi e riequilibrarsi per cui risultava necessario chiudere e contemporaneamente aprirsi a conoscere. La visione del video insieme a Chiara, nell’ultimo pomeriggio “in servizio”, ha rappresentato il momento conclusivo nella terra di mezzo e (forse) il miglior regalo che potevamo farle.
Ad oggi, non saprei dire, se siamo riusciti a conservare e ad aprire, a mantenere l’identità iniziale ed accogliere ma, sono sicura che mentre a “Manhattan” Woody Allen continua ancora a chiedersi se “i ricordi sono qualcosa che abbiamo o che abbiamo perso” noi, qui a Rocchetta, superiamo questo dualismo scegliendo di conservare i ricordi di questo percorso fatto insieme. Ciao Chiara!



