Malattia

I Ragazzi delle Tughe

Gianni Guasto
1 Novembre 2014
2 commenti
I Ragazzi delle Tughe

Certamente non me lo aspettavo. Dopo trent’anni di lavoro nei Consultori della ASL, a contatto con bambini, madri, adolescenti, coppie, bambini vittime di abuso sessuale, malaccudimento e violenze d’ogni genere, coppie in crisi e famiglie distrutte da un tragico incidente o da una saga interminabile di sventure accumulatesi di generazione in generazione, non mi aspettavo di incontrare una realtà che potesse ancora sorprendermi, incuriosirmi, affascinarmi, o atterrirmi.

E’ accaduto alle Comunità Terapeutiche per adolescenti Tuga 1 e Tuga 2, a Creto e a Orero, dove dalla scorsa primavera presto una consulenza settimanale, iniziata pochi mesi dopo il mio pensionamento.
Si tratta di un’esperienza incredibilmente ricca, per la varietà delle situazioni e per il loro alto grado di drammaticità.
Abbiamo a che fare con vite stroncate sul nascere da abbandoni precocissimi: ragazzi reduci da adozioni fallite, che sono soltanto l’ultima tappa di un lungo inferno iniziato al momento della nascita, e poi proseguito attraverso lunghe serie di violenze e abbandoni che passano inevitabilmente per orfanotrofi russi o brasiliani, lager persino difficili da immaginare. Come Pedro, ad esempio, che da bambino fu rinchiuso in una gabbia assieme a cani che gli azzannarono un braccio, dopo che aveva trascorso molto tempo legato al letto assieme a un compagno poi morto, sembrerebbe, di stenti. Durante quel soggiorno, Pedro racconta di aver patito la fame, tanto da aver mangiato anche la razione del compagno, come lui incatenato al letto. Poi quando l’altro morì, a lui rimasero il senso di colpa per avergli sottratto il cibo, e la convinzione di averne causato la morte, pensieri che persistono ancora oggi. E chissà che nella sua mente l’episodio non sia messo in angosciosa relazione con l’essere stato “mangiato” dai cani. Oggi Pedro è obeso e diabetico, in un infinito contrappasso che lo costringe a sentirsi continuamente sorvegliato per impedire le frequentissime trasgressioni alimentari. Sorvegliare per proteggere invece che sorvegliare per punire: come si può, fin dove si può.
E poi c’è Isham, il ragazzo scappato a tredici anni da casa, in un’odissea degna della penna di Ghassan Kanafani, l’autore di Uomini sotto il Sole: fuggito da un padre violento e da una famiglia troppo numerosa e povera del Marocco, Isham s’introduce clandestinamente in un traghetto che lo porta in Spagna: “mi sono tuffato in mare, racconta, e sono entrato attraverso l’apertura da cui esce l’acqua quando la nave è in movimento. Sia alla partenza che all’arrivo ho rischiato di annegare perché l’acqua mi saliva fino al collo. Poi, durante il viaggio, l’aspirazione era fortissima e mi dovevo tenere molto stretto per non essere risucchiato; per fortuna, il viaggio è durato soltanto quattro ore. Arrivato in porto, sono uscito, mi ha trovato la polizia e sono stato portato in una comunità, e poi in altre ancora. Ne ho cambiate quattro. Alla fine sono scappato infilandomi in uno spazio stretto, fra le ruote di un camion, dove sono rimasto nascosto per tre giorni, finché non sono arrivato a Genova. Durante il viaggio non ho mangiato, e riuscivo a dormire soltanto quando l’autista, che non si è mai accorto di niente, si fermava, perché durante il percorso il rumore del motore era troppo forte e non riuscivo a dormire. A Genova, la polizia mi ha visto e mi ha portato qui”. Ascoltando il racconto, non mi sono particolarmente preoccupato di capire se Isham mi stesse narrando un’esperienza realmente vissuta oppure una vicenda arricchita di particolari fantastici; mi colpivano di più l’assenza di partecipazione emotiva al racconto, la mancanza di dolore, di angoscia, di raccapriccio, e soprattutto quel gelo, come di chi sia ormai mitridatizzato dalla morte.
E ancora Nikolaj, diciassette anni, un ragazzo russo adottato da una famiglia italiana, che continua a fuggire verso il nulla. Scappa, ruba una bicicletta, commette piccoli reati e va verso mete indeterminate: nessun progetto, nessuna destinazione. Anche stamattina voleva scappare: ce lo ha persino preannunciato, e per questo voleva i suoi venti euro del deposito cassa, che spetta agli educatori amministrare. Andar via, in nessun luogo particolare, per non fare mai più ritorno né in comunità né a casa. E’ un desiderio di farsi riacciuffare e riportare in salvo? Può darsi: ma ho come la sensazione che questa spiegazione non sia sufficiente, e che serva soprattutto a tranquillizzare me; alla fine qualcuno sarà trovato e riportato in salvo, oppure quel nulla che sta alla fine del viaggio è una tragica realtà lucidamente intuita? E quei pensieri di morte che ne accompagnano il presentimento, non sono forse reazioni “normali”?
Quella di voler fuggire verso nessun luogo è una caratteristica frequente fra ragazzi che mettono i loro genitori adottivi di fronte a prove estreme, che quasi sempre falliscono. Anche perché nessuno ha provveduto, in questo Paese dai servizi che si pretendono avanzati, a organizzare percorsi di sostegno e consulenza ai genitori adottivi.
Nessuno pensa mai che la memoria dei ragazzi, anche quando adottati molto piccoli, conserva tracce importanti delle esperienze traumatiche vissute durante i primi anni. E tutti ci comportiamo come se fossero nati il giorno dell’adozione, mentre  il cammino verso la salvezza e una vita normale è segnato da queste fratture che si fanno particolarmente dolorose durante l’adolescenza.
Dalla grande lezione di John Bowlby abbiamo appreso che, nei primati, il passaggio dalla dipendenza totale all’autonomia è costituito da una polarità fra l’esplorazione progressiva del territorio e il ritorno precipitoso alla “base sicura” rappresentata dal corpo della madre non appena l’ambiente diventa minaccioso. Ciò induce a riflettere (come suggerisce la studiosa Arietta Slade nell’articolo Imagining Fear, Attachment; Threat, and Psychic Experience, comparso sul n. 3/2014 della rivista Psychoanalytic Dialogues) che la paura e la ricerca di riparo sono elementi costitutivi della costruzione dell’autonomia, nel momento in cui ci si deve impadronire dell’ambiente per poterlo abitare. E’ una questione di sopravvivenza psichica: e l’adolescenza è il tempo dei distacchi, delle esplorazioni del territorio, delle fughe senza punti di riferimento, e delle grandi paure, che neppure troppo di rado sono mortali. Perché l’adolescenza stessa è un incontro con la morte.
E i ragazzi che incontro alle Tughe sono così: a volte inconsapevolmente nostalgici di un bene perduto -forse la madre biologica- che vorrebbero raggiungere in vaghi e impossibili viaggi di ritorno; a volte sognando di evadere da prigioni che rappresentano una situazione adottiva cui è diventato impossibile riconoscere o restituire valore. A volte, persino tentando di recidere ogni superstite legame affettivo per poter vivere in uno stato di estrema esposizione al pericolo, come se ciò li ponesse definitivamente al riparo da ogni paura.
O a volte, come capita a Pedro, avendo perduto ogni speranza di un rapporto genitoriale sufficientemente supportivo, non già perché essi siano privi della capacità di valutare la realtà o spinti da eccessi di quella che tautologicamente chiamiamo “oppositività provocatoria”, ma, semplicemente, perché il legame parentale stesso sta lentamente svanendo anche dalla mente dei genitori che, lasciati soli davanti a un compito impossibile, troppo rapidamente disinvestono dal figlio, curando, tutt’al più, la ferita narcisistica del loro fallimento genitoriale senza vedere nulla al di là della loro umiliazione personale.
In queste condizioni le Comunità (almeno le due che ho conosciuto da qualche mese a questa parte) riescono a produrre un alto grado di affettività e di contenimento, riuscendo un po’ sorprendentemente a reggere l’impatto con situazioni che a volte diventano estremamente violente e pericolose; ma è una goccia nel mare, perché manca quasi del tutto un contesto capace di supportare realmente il percorso globale della loro vita. Da soli non ce la possiamo fare.
Se pensiamo alle esperienze infantili (le nostre per esempio) supportate da famiglie “sufficientemente buone”, notiamo che il percorso di emancipazione è sempre piuttosto lungo, e può persino arrivare a sfiorare la quarta decade, complici gli studi universitari e ogni altro benefit giovanile. Perciò è tanto più stridente il confronto con chi, privato della prima infanzia a causa di abbandoni, violenze e solitudine, ha cominciato a vivere “normalmente” verso i sei-sette anni, attraversando una nuova nascita, per essere poi costretto a interrompere ancora e ancora il percorso di accudimento, con la separazione dalla famiglia adottiva e il cambio di una o più comunità, fino a sboccare, al diciottesimo anno di età, in un “nessun dove”.
Per ragazzi dall’esperienza di vita così frammentata, la cui speranza in relazioni accuditive funzionanti è stata messa a tanto dura prova, ci sarebbe bisogno almeno teoricamente, di percorsi comunitari di durata molto superiore a quelli oggi possibili, e di sbocchi in situazioni sicure, come treni che accompagnano a destinazioni ben precise, anziché in luoghi deserti e privi di riferimenti. Ma ciò significherebbe andare molto oltre il ventesimo anno di età, confliggendo con ogni normale criterio organizzativo, per non parlare dei costi economici. In alternativa, si potrebbe tentare di salvare, là dove si può, i rapporti con le famiglie adottive, ma ciò esula dalle forze degli operatori delle comunità, e sembra che nessun servizio pubblico prenda in considerazione questo compito.
Allora, la fuga verso il “nessun dove” non è forse una follia insensata di persone che hanno smarrito, o non hanno mai avuto, un senso di realtà sufficientemente sviluppato, ma è un’oscura e inquietante e purtroppo realistica premonizione.
Resta soltanto la speranza che una conclusione così pessimistica sia sbagliata, e che quel tanto di sicurezza di base che le Comunità riescono a seminare nei loro ospiti, dia frutti che non osiamo neppure sperare.


2 risposte.

  1. marco borreani ha detto:

    Faccio un commento brevissimo, ed in qualche modo un pò stridente, perché trovo interessante l’argomento. Quello che ho imparato come Psicologo della squadra (composta di 16 ragazzi ) del Savona Hockey Club che attualmente gioca in serie A2 è che le condizioni psico-fisiche che si hanno sono quelle che si hanno, certo si potrebbe anche vincere sempre se si avesse il campione , se si potesse spendere di più, se non fosse accaduto quel fallo ,ecc una serie di alibi supportati da condizioni reali e sacrosante ma i punti di vista possono essere due : il primo è quello del lamento, della recriminazione per cui la “responsabilità” è sempre di altri : l’avversario, le particolari condizioni psichiche di alcuni giocatori , l’ influenza della partita precedente,ecc la seconda soluzione, quella più difficile, riguarda la responsabilizzazione , la presa d’atto che di vittime non ce ne sono mai che la sconfitta o la prossima vittoria dipendono da loro e solo da loro, quindi bisogna rendere al massimo per quello che si può fare in campo , sottolineare questa “dura” realtà è compito di chi si pone come tecnico se è accettato, e può cominciare dicendo ai ragazzi che:[b][i] ” se si perde… non è perché, forse, si gioca male?”[/i][/b] . Nel mio caso significa riprendere le questioni più noiose per uno sportivo cioè quelle dell’Etica dello sport che sono parte fondamentale della Vittoria . Naturalmente scrivo da una posizione diversa perché nello sport si esce dalla questione patologica e si entra nell’ambito dello sviluppo , della creatività, dell’invenzione e sebbene, in questo percorso, si vedono scorrere qui e là certe condizioni che si riconoscono subito come “patologiche ” si nota come siano state ritorte in modo virtuoso , come siano state rese utili, ma ripeto, si tratta di persone che debbono far emergere il massimo potenziale mirato ad un risultato, dunque il parallelo regge solo per quello che riguarda una piccola parte del [b][i] “nessun dove”[/i][/b] . E’ questo gioco di parole che mi ha spinto a scrivere . I ragazzi che giocano che fanno parte di una squadra sono persone che non fuggono nel “nessun dove” ma vi anelano, anelano al [b][i]”dove” [/i][/b]che non c’è e lo cercano, ci lavorano, lo desiderano come luogo entro cui mostrare quello che nessun Altro può immaginare e ha potuto fare per cui nella mia esperienza la [b][i]”fuga verso il nessun dove “[/i][/b] è invece una follia necessaria per un giovane perché lì cerca quello che non c’è ancora , ma che lui intravede e spera di trovare per mettersi in mostra facendo l’attaccante, il portiere ecc. cercando di diventare il migliore di tutti (per gli uomini) ( per le donne è altra cosa) . Ciò che conferisce una tonalità patologica a tali fughe verso questo “dove” , verso questa[b][i] isola che non c’è[/i][/b] sta nell’aver aggiunto il [b][i]”nessun”[/i][/b] .Una società sportiva si pone come l’altro della legge, come famiglia , come recupero , come distribuzione di affetti , di regole , di strategie di tattiche , ma è sopratutto luogo che promuove la legge della “prossima Partita” ed i giovani impressionano per la indistruttibilità del loro desiderio potente messo in moto da questo[b][i] “niente”[/i][/b]. Potenza del desiderio da “maneggiare ” con estrema cura , ma da maneggiare ineluttabilmente.
    Un caro saluto

  2. obliqua ha detto:

    sono d’accordo con Marco.. anzi trovo molto bello il suo stimolo. Riporta speranza, fiducia. Il mondo il territorio le mille situazioni che ancora aspettano questi ragazzi sono risorse che noi dobbiamo vedere con loro e per loro, risorse che non sono solo specialistische o imprendibili. Da vecchia psichiatra ho visto sfruttare risorse che non vedevamo in pazienti psicotici, in border in persone ‘segnate’. Nulla tolgo alla cura, alla tecnica, alla necessità di spiegare al famigliare ed al contesto, supportare ecc. ma penso che insieme la fiducia e la speranza possano fornire una visione del mondo più ricca e possibile proprio a questi ragazzi e che di questo abbiano bisogno.

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