Vaso di Pandora

Dal grande schermo alla mente umana: La psicologia nei film

I migliori film che trattano di psicologia 

L’arte è, da sempre, un modo per esprimere noi stessi, per creare un legame con il mondo esterno, e far valere le nostre idee e la nostra personalità. Dai quadri, alla fotografia, fino al cinema o alla musica, tutto è arte, e tutto è prezioso. Ognuno di noi, a seconda della propria essenza, si sente più vicino ad un genere piuttosto che ad un altro, più simile ad una corrente invece che ad un’altra. Ciò accade anche con i film, che possono trattare di psicologia,, dai quali puoi trarre importanti insegnamenti e spunti di riflessione

Perché i film sono così importanti per la maggior parte di noi

Il mondo del cinema è un mondo che sembra così grande da chi lo guarda da fuori, fatto di luci e lustrini, di veri big del mestiere. Chiunque, almeno una volta nella vita, ha sognato di incontrare il suo idolo, l’attore del cuore, quello che lo ha fatto emozionare, ridere, stupire, con una scena che resterà per sempre impressa nella sua mente.

 I film possono essere visti in due modi: vengono solo guardati, senza coinvolgimento, esprimendo magari solamente un grado di piacimento; nel secondo caso, invece, c’è chi guarda il film e lo sente vicino alla sua sensibilità, chi si immedesima nella storia, chi si riconosce in un determinato personaggio. Tutto ciò capita maggiormente quando parliamo di film psicologici. L’universo che narrano è talmente complesso da arrivare in modo differente ad ogni spettatore.

Quali sono i migliori film che trattano di psicologia, che meritano di essere visti?

La lista è davvero lunga, ma ci sono alcuni film che occupano un posto importante nella lista dei film psicologici e che vale la pena vedere almeno una volta nella vita. Alcuni dall’apparenza leggera si rivelano poi un groviglio di fatti e di questioni complesse, ti inducono a guardarli più volte per trovare il giusto filo logico e cogliere il vero messaggio che la pellicola vuole lanciare. È questo il caso di: 

  • Se mi lasci ti cancello”, un film psicologico d’amore piuttosto intenso.
  • Split”, un thriller ricco di colpi di scena, che fa parte di una trilogia di successo. 
  • “Joker”, un altro successo, che ha smosso la mente degli spettatori, con i suoi messaggi sottointesi e velati, che tratta accuratamente il disturbo di personalità
  • L’uomo senza sonno”, intrigante e coinvolgente, ma inquietante allo stesso tempo. 
  • Her”, un film che tratta il tema dell’amore da una prospettiva completamente rivoluzionaria. 
  • Noi siamo infinito”, che affronta il tema del bullismo. 
  •  “A Beautiful Mind”, tratto da una storia vera, narra patologie importanti, che alle volte sembrano troppo lontane dalla vita di tutti noi, e che tendiamo a sottovalutare. 

Questi sono solo alcuni dei film che trattano di psicologia, ma sono sicuramente alcuni dei migliori che hanno avuto il coraggio di portare sullo schermo disturbi e patologie dell’essere umano, che possono richiedere un’attenzione particolare. 

Dal grande schermo alla mente umana: La psicologia nei film

Se mi lasci ti cancello: quando la potenza dell’amore si unisce alla psicologia in un film

Il protagonista di questa pellicola emozionante e struggente è Jim Carrey, assieme alla straordinaria Kate Winslet. La donna vuole cancellare i ricordi dolorosi della sua storia d’amore con il protagonista, e si sottopone ad un apposito trattamento. 

Quando Joel (Jim Carrey) capisce che Clem (Kate Winslet) non lo riconosce più, inizia ad immaginare tutto ciò che potrebbe accadere, e lo spettatore assiste a queste scene come se fossero accadute realmente. 

Anche Joel vuole sottoporsi allo stesso trattamento di Clem, ma sulla sua mente, l’effetto è diverso: si assiste allo sdoppiamento dello stato di coscienza, tra conscio e inconscio, che costringe l’uomo a vivere in un limbo. Cancellare i ricordi è quasi impossibile, ma dopo un forte stress, una perdita, o un fatto tragico, tendiamo quasi naturalmente a rimuovere quell’evento che ci ha segnato negativamente. Alle volte però, come dimostra lo stesso film, la rimozione dei ricordi negativi comporta anche quella dei ricordi positivi. È come se la mente dell’uomo venisse snaturata, derubata di anni e anni di vita. 

Emozioni e sentimenti vissuti, quindi, scompaiono nei loro dettagli, ma lasciano una traccia sommatoria nell’umore di fondo. Dimenticarsi di una persona con cui si ha avuto una storia, comporta il dimenticarsi di se stessi, di ciò che eravamo quando stavamo con quella persona. Relegare nell’oblio i ricordi che più fanno male, non vuol dire rimuovere qualcosa o qualcuno, ma riesce semplicemente a far ricordare senza che questo intacchi lo stato psichico ed emotivo della persona. 

Split: uno, nessuno, e centomila

Split è un thriller psicologico che tratta di un disturbo molto importante da conoscere e comprendere, ovvero il disturbo dissociativo d’identità. Parliamo di una sindrome psicologica che genera nello stesso individuo la presenza di personalità multiple. Il protagonista della pellicola, infatti, non ha una personalità, ma ne ha ben 23. James McAvoy interpreta Kevin Wendell e tutto il mondo variegato e colorato che è dentro di lui. Le vittime di questo strambo e complesso personaggio sono due ragazze, rapite e rinchiuse in uno scantinato. Lo spettatore, oltre a provare pena per le due giovani, viene completamente coinvolto in un turbinio di cambiamenti, che vedono le personalità di Wendell evolversi, succedersi, ma mai scontrarsi. È come se al suo interno vivessero più persone e ognuna trovasse il tempo giusto per venire fuori e agire. Sequestratore, bambino, donna, giovane dandy, psicotico maniaco, fino al sadico assassino: Kevin è questo e molto altro, e il film riesce a trattare ogni suo aspetto in maniera chiara, concentrandosi molto sul protagonista, ma lasciando comunque spazio alla storia stessa. 

Le due ragazze sono confuse, frastornate, perché non sanno mai chi potrebbero trovarsi davanti in quel momento, se il bambino innocente che vuole giocare, o il pazzo che vuole torturarle. Una delle capacità più grandi di questo film è proprio quella di creare empatia tra lo spettatore e il protagonista. Chiunque, dentro di sé, porta molteplici sfaccettature, aspetti che tende a nascondere, a sopprimere. Kevin Wendell è la testimonianza di come, nella mente umana, possa esserci spazio per più personalità, e di come queste emergano a seconda delle situazioni in cui ci troviamo. 

Joker: la difficoltà di sentirsi parte del tutto

Essere accettati per quello che si è, nella società odierna, non sempre è facile, soprattutto se porti sulle spalle il peso di una malattia mentale, riconosciuta dagli altri come qualcosa da deridere ed emarginare. È il caso del protagonista di Joker, interpretato da Joaquin Phoenix, il film che ha scioccato anche gli spettatori più affezionati all’universo DC. Questa pellicola ha un significato di fondo su cui è importante concentrarsi. Joker ha un disturbo antisociale della personalità. Non rispetta le regole, non è in grado di creare una forma di empatia con chi lo circonda. 

Nonostante questo, però, Arthur Fleck, lo strambo clown, che viene deriso da tutti, continua a sognare, e alla fine finisce per diventare una guida e un esempio per tutti gli oppressi della società. La risata che lo ha reso celebre è un grido di disperazione, non è follia. Joker mostra come dei pregiudizi della società possano portare a far sentire solo chi è giudicato “diverso”. 

L’uomo senza sonno: quando la memoria diventa il tuo peggior nemico

Christian Bale interpreta Trevor Reznik, un operaio che vive tra le macchine industriali, il fumo e il caffè. Sembra una persona qualunque, ma dentro di sé nasconde un importante peso, uno shock del passato, il peso di una colpa mai scontata. Trevor cerca conforto materno in figure femminili che sembrano accoglierlo: una prostituta affettuosa che progetta con lui un’altra vita, e una barista che sa ascoltarlo e condividere la sua pesante quotidianità. La magrezza esteriore del personaggio, con un colorito tutt’altro che urlatore di salute, rappresenta l’angoscia interiore che sta vivendo. La mancanza di sonno gli fa gradualmente perdere la salute psico-fisica e l’uomo finisce per incorrere in sintomi psicotici, come paranoia e dissociazione. Ad aggravare il tutto, ci sarà lo stress post-traumatico, in seguito a un incidente in fabbrica.

Her: tra fantascienza e psicologia in questo film

Può la solitudine trovare conforto in qualcosa che non è fatto di carne e ossa? In “Her”, troviamo Theodore, un uomo che scrive lettere d’amore agli altri. Nonostante lavori con i sentimenti, quando si tratta di sfoderarli nella sua vita, non ci riesce. Lavorando al PC, però, conosce Samantha, un’intelligenza artificiale, per la quale inizia a provare cose mai provate prima. Si rifugia nel suo mondo, convinto che essa possa dargli molto di più rispetto ad una qualunque ragazza in circolazione. In questo film, non viene trattato solo l’amore, ma anche il tema della solitudine e dell’incomprensione, nelle quali Theodore vive costantemente. L’amore è folle, ma questa relazione, forse, lo è ancora di più. Dopo aver rotto con l’ormai ex-moglie, il protagonista si sente solo, e solamente uno schermo tecnologico è in grado di colmare quel vuoto. 

Samantha è solo un sistema operativo, che prima o poi si evolve, ma di Theodore ce ne sono molti, perché la tecnologia e il suo sviluppo hanno fatto sì che l’uomo iniziasse a vivere una realtà sempre connessa, disconnettendosi però dagli affetti veri e propri.

Noi siamo infinito: quando l’adolescenza può essere realmente dura

In questo film di grandissimo successo, i tre giovani protagonisti vivono la loro adolescenza, tra luci ed ombre, contornata da depressione, bullismo, abuso minorile, omofobia. Sono tutti temi scottanti che, però, se portati sul grande schermo avvicinano il pubblico a determinate situazioni spesso sottovalutate. Il protagonista e narratore è Charlie, e vive la sua adolescenza come un soggetto disagiato, che non ama mettersi in mostra, in quanto timido e insicuro. Il ragazzo ha assistito al suicidio del suo migliore amico, e questo tragico avvenimento lo ha portato a frammentare il suo inconscio. Soffre di un disturbo dissociativo della personalità, e questo perché altrimenti non sarebbe in grado di reggere il dolore. 

Poi c’è Sam, la ragazza che vuole vivere la sua vita senza essere etichettata o limitata dagli stereotipi, ed è simbolo di emancipazione e libertà. Infine, c’è Patrick, che nasconde in sé una sottile omofobia interiorizzata, che accresce in lui il senso di colpa. Pensa che questa società piena di pregiudizi non gli permetta di vivere la sua vita liberamente, e per questo egli non dovrebbe meritare il vero amore.

A Beautiful Mind: la psicologia di questo film

Tratto dalla storia vera di John Nash, questo film porta sul grande schermo la schizofrenia di cui il protagonista soffre. L’uomo è un brillante matematico, e nella sua vita sembrerebbe non mancare nulla, ma essere intelligenti non toglie che si possano avere anche dei problemi interiori, che poi avranno riscontri esteriori. John soffre di sintomi di alterazione del pensiero, del comportamento e dell’affettività, che producono un forte disadattamento per la persona. La sua malattia inizia ad essere talmente incalzante da costringerlo a lasciare l’università, il suo ambiente preferito, poco dopo aver elaborato la teoria che gli farà vincere il Nobel. Il film dimostra come la mente umana abbia molte sfaccettature, e di come non sia solo logica, ma abbia anche una parte totalmente illogica. Fortunatamente, lui ha avuto la fortuna di essere sempre supportato dalla moglie, e in questi casi l’amore può essere un buon farmaco. 

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