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Fotografia della psichiatria in Italia

Roberta Antonello
16 Marzo 2016
2 commenti
Fotografia della psichiatria in Italia

Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 15 marzo 2016

Mi sono piaciuti i grafici che ci danno un’immagine più efficace di disquisizioni su come vada la psichiatria in Italia. Mi sono piaciuti più che le fascinazioni delle comunicazioni di auto aiuto tra gli utenti, io che mi occupo da circa vent’anni di auto aiuto, della gabbia farmacologica, delle affermazioni, non perché non le condivida ma perché rischiano di banalizzare, di dare un’immagine superficiale e di settore. Prendiamo più psicologi e più figure “leggere”. Non leghiamo. Ci vogliono più operatori.

La relazione nella psichiatria è asimmetrica, lo psichiatra e l’esperto ascolta se stesso, la sua formazione, la sua cultura, e con questo bagaglio affronta il paziente.

Il paziente casualmente s’incontra con una certa cultura, con una certa visione della malattia mentale, con un certo tecnicismo, ma non ha potere, non è ascoltato (se non all’interno della relazione terapeutica quando ha la fortuna di poterla raggiungere e magari continuare con un professionista). Ma anche quest’ascolto, quando c’è, è staccato dall’insieme del contesto in cui il paziente, il malato si trova, dal circuito in cui entra e da cui rischia di non uscire più. Insomma il potere del paziente come in tutta la medicina è relativo se non inesistente.

Quindi se vogliamo parlare di figure “leggere” veramente dobbiamo pensare a includere persone con esperienza di malattia nella nostra formazione, se questo non avviene vuol dire che sbaglia il sistema in generale. Nella medicina ci sono i protocolli, ma si sbaglia, in un pronto soccorso per un dolore toracico dopo un ECG e un primo prelievo di sangue per eventuale aumento degli enzimi dopo 4 ore mi è stato fatto un altro prelievo, oibò sbagliato, per un disguido e all’infermiera a cui facevo presente che dovevo rifare il controllo degli enzimi non è passato per la mente di ascoltarmi, aveva la provetta pronta, non ha pensato, non si è chiesta perché ero lì, se ero credibile, dandomi del tu (ho settant’anni), ha continuato il suo lavoro acefalo. Ore perse esami inutili ma soprattutto senso di frustrazione nel dover ricorrere alla conoscenza del camice bianco per potermela sbrigare tra una marea di persone in attesa stupita come me e meno privilegiate dalla mia conoscenza medica.

Sistema medico, non solo in psichiatria, anzi forse in psichiatria ogni tanto la rabbia, la violenza, la reazione del paziente svegliano qualcuno che è costretto a chiedersi perché è stato aggredito. Ora ovviamente non critico i protocolli, anzi, ma critico non aver preparato il personale ad un approccio umano che riconosca la parola dell’altro, che limiti ulteriori sbagli oltre che sofferenza.

In psichiatria abbiamo un mare d’informazioni, di possibilità, di approcci, di cultura, di testi fondamentali, di scoperte scientifiche, di mezzi… ma se non si parte con un capovolgimento del nostro modo di pensare, di essere noi i veri esperti, questi mezzi si traducono in ottime pratiche (vedi il dialogo aperto finlandese la psicoanalisi multifamiliare le psicoterapie e i farmaci usati con cognizione sicuramente in molti luoghi, i gruppi di auto aiuto ecc.) ma non influiscono sull’intero sistema e così scopriamo come si vede dai grafici che vengono fatti i trattamento sanitari obbligatori anche per demenze senili e organiche, che appunto si lega e si pensa che solo più operatori servano (il Pronto Soccorso non mancava di operatori) che ci sono magiche esperienze come i gruppi di uditori di voci quando è evidente che magico è semai saper ascoltare realtà vissute che possono essere anche utili per non morire mentalmente prima di soffocarle con antipsicotici e questa non è una specialità dei gruppi degli uditori di voci, ma il bagaglio culturale ed esperienziale sia di chi si occupa di psichiatria per passione che dei pazienti. Che c’è una base comune per poter agire capendoci e ascoltando e non solo coi pazienti per introdurre cambiamenti stabili. Denunce, lamenti, accuse o richieste lasciano indifferente uno stato di cose in cui solo le assicurazioni nella medicina generale sollevano monetizzando e nella psichiatria permettono uno stagnare e dimenticare quello che già sapevamo oltre a comunicare malamente con una società già impoverita dalle informazioni dei media, dal primato del successo e del risultato.

L’enfasi sulle risorse e sull’esperienze particolari non serve se non è dentro una cultura umana (e non solo in psichiatria). La nostra memoria è corta, diventiamo dementi e ripetiamo gli stessi errori. E’ un invito a guardare i grafici!



2 risposte.

  1. Pasquale Pisseri ha detto:

    Nulla di nuovo per gli addetti ai lavori. Ma è importante che il tema venga sollevato da un quotidiano così importante e così letto da un vasto pubblico, che si rompa il silenzio che tende a calare sul problema, con una coppia di articoli che, al di là dei titoli un po’ sensazionalistici, nel testo sono poi seri ed equilibrati.
    Infatti anche se il rischio di degrado certo non riguarda soltanto l’intervento psichiatrico, in questo trova una specifica radice proprio nel calo dell’interesse collettivo. Esso è legato al nostro sentire – difensivamente – la follia come qualcosa che non ci riguarda e non ci può riguardare.
    In un racconto di cui non ricordo l’autore, un drago minaccia un villaggio, e la reazione degli abitanti è: “Il drago è una
    cosa, il villaggio un’altra: non ci può essere un drago nel paese”.
    L’interesse al problema è quindi labile, e anche la fiammata che ha reso possibile la riforma psichiatrica è stata, credo, alimentata da un particolare atteggiamento riduzionistico collettivo: un parziale fraintendimento della lezione basagliana che ha fatto intravedere al grosso pubblico la possibilità di ridurre il problema della follia a problema politico: solo così, nella particolare temperie di quegli anni, è divenuto possibile ammettere che ci riguardava tutti.
    Potrà prima o poi la collettività riconoscere che la follia è parte dell’uomo e perfino potenzialmente creativa? Intendiamoci, in qualche caso eccezionale – dal Tasso a Nietzsche a Van Gogh – è stato inevitabile riconoscere questa creatività, ma si è fatto ricorso allo stantio schema “genio e follia”, e la parola “genio”, stretta parente del termine arabo “Jinn”, veicola un senso di alienità, di lontananza alla comune umanità, di inquietante come il genio della lampada.
    E’ possibile operare al fine di depotenziare questa tenace impostazione difensiva?
    Certo, quando la follia deborda e diventa ingombrante è necessario contenerla. Ma forse è vano pensare di “guarirla”; forse è più realistico gestirla al meglio, con un pragmatismo che si valga di interventi farmacologici, psicologici, sociali. Il tutto avendo come guida non tanto un problematico modello di piena salute mentale quanto il perseguimento di una miglior qualità della vita e il rispetto di tutti.
    Tuttavia anche questo criterio è problematico: chi valuterebbe la qualità della vita? L’operatore come rappresentante della collettività, col rischio di nuova deriva autoritaria? La persona sofferente, così spesso nemica di se stessa?
    Inevitabilmente, più domande che risposte.

  2. Guest ha detto:

    La psichiatria come specialità della medicina ha fatto rispetto alle altre pochissimi progressi da cinquantanni a questa parte, a differenza ad esempio della cardiologia e della ortopedia.
    Di chi la responsabilità?
    Mi piacerebbe sapere le opinioni dei colleghi
    Gg

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