Storie

“Essere” psichiatra

Roberta Antonello
20 Settembre 2015
3 commenti
“Essere” psichiatra

La relazione può uccidere come la mancanza di relazione.
Ero arrivata a Genova da poco (1981).
Mi chiamano per una persona che è in malattia. E’ stato messo in malattia per problemi psichici ma a lui non è stato ben detto, lo psichiatra della sua azienda (lavora per conto di un’azienda nei trasporti) vista la sua non coscienza di malattia non gliel’ha detto e ha parlato di generico riposo salvo chiamarmi come psichiatra di competenza territoriale perché inizi un trattamento.

La prima cosa strana è che ci troviamo difronte io e lui senza che lui sappia perché mi hanno chiamato, il collega (se legge queste righe si riconosce) che mi aveva garantito la presenza non c’è, né ci sarà visto che non ha ipotizzato di spostare l’appuntamento.

Iniziamo a parlare, vuol tornare a guidare, non sa perché è fermo, la guida è la sua passione, parliamo di guida, motori, poi dei due figli, di dove è, poi racconta di politica, si agita ci sono complotti, un grande complotto e quando guida complottano dietro a lui, è estenuante il pericolo del complotto che può prendere anche i figli, ma sua moglie non gli crede. Dice tutto a fiume, è stanco arrabbiato per il riposo e vuol guidare.

Il medico dell’azienda avrebbe dovuto decidere, io posso solo pensare e non dire che sta parecchio male e che venuta a conoscenza di questa situazione me ne debbo occupare. Lo congedo dicendo che non posso decidere per la fine malattia e che comunque è veramente estenuato dai complotti e qualcosa bisogna fare.

In pochi giorni chiedo un Trattamento Sanitario Obbligatorio assumendomi la responsabilità con lui della decisione a prescindere dal non visto collega.
In ospedale continua la nostra non facile relazione parlando di tutto.

Ascolto, ascolto tantissimo perché non posso che ascoltare la sua vita, il suo amore per la moglie, per i figli, per la sua terra di origine, per la guida, la paura che ha per i figli, il complotto anticomunista che lo coinvolge. Malgrado tutto, malgrado l’abbia ricoverato, sono la persona a cui può parlare di tutto dopo molto tempo perché alla guida era solo per ore e giorni, solo al volante (con dietro passeggeri tumultuosi), in casa veniva zittito da una moglie insofferente e non più innamorata ma legata dalla dipendenza economica e i figli erano zittiti dalla madre e messi contro le sue farneticazioni.

Mette da parte il fatto che l’ho ricoverato, mi cerca e chiede la mia intercessione non solo sulla guida ma sulla moglie (che non lo riaccetta in casa) e sui figli. La moglie è gelida e dice a chiare lettere che non ne vuol sapere, che ha convissuto per lo stipendio e i figli, lui non vuol sentire, mi mostra poi i regali che compra per lei. Parlo con l’azienda e comunico la necessità che mantenga un lavoro ma non la guida, lui sa che intervengo e non mi aggredisce. Siamo insieme testimoni delle difficoltà, della freddezza della moglie della lontananza dei figli.

Impongo alla moglie che possa vedere i figli con me una volta alla settimana in pizzeria. Il figlio più piccolo non viene mai, il grande che ha 12 anni sì. Mangiamo la pizza e parliamo, traduco quello che il ragazzo non capisce in termini comprensibili e non tragici, un gran parlar di macchine, di calcio al posto della politica. Emme prende dei farmaci, serenase, ora lavora nel garage deposito officina. La sua risposta ai farmaci non è assolutamente dosodipendente, se non è troppo frustrato dagli avvenimenti, se i colleghi gli parlano, se può veder il figlio sta meglio. Io lavoro solo per garantirgli queste cose ed evidenziare le impossibilità (moglie e guida) condividendo il suo dolore, quanto meno riconoscendolo.

Ma la storia di Emme non è a lieto fine. Per colpa della stupidità crudele della carriera finisco in un altro servizio e lascio il ‘caso’ ad un altro. Dò le spiegazioni ma l’arrivo in quel periodo del preparato retard fa sopravalutare l’effetto terapeutico. Non so quanto e se continuano le pizze con un infermiere, succedono altre cose, mi cerca piantando un coltello sul numero del mio interno di casa.

Il servizio ha emesso un TSO ma non lo trova perché di giorno latita e il servizio di notte è chiuso quindi di nuovo sono coinvolta devo rispondere al suo rabbioso gesto disperato e mi accordo coi carabinieri: mi cercherà e io con loro lo farò ricoverare, i carabinieri mi conoscono e mi danno l’assoluta disponibilità (…se la cerca al citofono come ha fatto lo fermi parli e intanto ci faccia chiamare…insieme lo fermiamo… ) ma nella mia stessa strada dopo due giorni accoltella di striscio una persona che si era appoggiata alla sua macchina (simbolo e possesso fondamentale ).

Finisce in O.P.G. Si suicida anche se pieno di Haldol qualche anno dopo.
Il figlio cresce si ammala, solo in un appartamento rischia di morire di inedia e in un tentativo di suicidio col gas. E’ seguito, ricoverato ed inserito in una CAUP per 9 anni, ha un destino diverso, il medico psichiatra della Caup gli parla di una possibilità di uscita abitando in un’associazione Onlus dove ci sono. E’ per il figlio un medico di fiducia, ha ricevuto attenzioni e affetto.

L’unico liete fine è che il figlio mi ricorda (e il senso di quelle pizze) tanto bene da fidarsi e viene ad abitare nella Onlus. E da quel ricordo parte per costruire una nuova piattaforma dove poter vivere.

Ed io penso che avere in cura una persona psicotica dura tutta la vita e che non bisogna fare promesse e poi deluderle meglio non farle ma se si fanno mantenerle. Certo ho fatto tanti sbagli ma ho imparato a non lasciare dove avevo offerto un legame.
Un chirurgo non abbandona una sala operatoria. Piuttosto non opera. Non lascia sanguinare un paziente.

Ed infine le recenti vicende sul trattamento sanitario obbligatorio mi lasciano perplessa, ho chiesto pochi TSO, ma di tutti mi sono presa la responsabilità e la gestione che non ha mai incluso violenza fisica pur nelle situazioni più diverse aiutata da figure differenti, scelte per garantire appunto una gestione sicura e la possibilità di comunque mantenere un contatto colla persona e di dare una comunicazione fino al ricovero. Insomma non mi è mai capitato di non poter parlare con l’altro fino al ricovero e francamente non capisco come possa succedere che uno muoia . Certo il peso e la gravità di un TSO per una persona richiedono che chi lo chiede sia veramente presente e non deleghi ad altri l’esecuzione ma sia veramente presente. E può essere molto faticoso, estenuante a livello emotivo.

Ma questo mestiere bisogna sceglierlo non imporcerlo.



3 risposte.

  1. luigi ferrannini ha detto:

    Bello, dolce, ma sopratutto onesto e vero!
    Grazie, Roberta, sei ancora come ti ho conosciuto nel 1981.
    Luigi

  2. Lino Pisseri ha detto:

    Eccezionale. Ecco cosa significa “presa in carico”, termine troppo spesso ridotto a un senso burocratico. Certo, un carico è un carico, e non è semplice addossarselo. Verissimo dunque che è un compito che v cercato, non imposto.

  3. Concetta De Salvo ha detto:

    Interessante.Istruttivo. Accogliente. Concordo che la storia di una persona che sta male va ascoltata insieme alla storia vissuta e raccontata dai familiari anche dei figli di ogni età. Le persone richiedono il nostro ascolto e questo oltre ad essere relazione è anche terapia perchè le persone lo percepiscono e lo fanno proprio. Grazie, Concetta.

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