Vaso di Pandora

Esperienze di formazione presso il DSM della ASL RM/4

Alla realizzazione di questo scritto hanno collaborato:

Carola Celozzi – Psichiatra, Psicoterapeuta Cognitivo-Post razionalista, Direttore DSM ASL RM/4, Direttore Coordinamento UOC CCSSMM.
Fiorella Ceppi – Psicologa, Psicoterapeuta Familiare, Socio Fondatore e Referente Formazione LIPsiM.
Carlo Cheli – Psichiatra, Psicoterapeuta Cognitivo-Post razionalista, Direttore UOSD Interventi Precoci negli Esordi Psicotici e Referente per la Formazione DSM ASL RM.
Marco D’Alema – Psichiatra, Psicoanalista Associato al LIPsiM, Ex Direttore DSM ASL RM/6 , Presidente Associazione Pratiche Dialogiche Italia.

La pratica multifamiliare è presente da diversi anni all’interno del Dipartimento ,in particolare presso i CSM di Civitavecchia e Bracciano, e pur avendo attraversato momenti di difficoltà dovuti a criticità esterne e a cambiamenti interni, sembra essere una modalità di intervento consolidata.

Nel corso del tempo si è evidenziata la duplice esigenza di percorsi formativi che da una parte prevedessero, accanto agli approfondimenti teorico-metodologici, una continuativa condivisione della esperienza clinica e che consentissero una diffusione dell’esperienza multifamiliare anche ad altri distretti.

Ad inizio 2022 si è quindi iniziato a lavorare sulla progettazione di una iniziativa formativa che , tenendo conto di queste esigenze, si rivolgesse a tutte le figure professionali di tutti i Distretti , fosse aperta a tutte le U.O. e che fosse direttamente collegata alla pratica clinica nel GMF.

A maggio 2022 hanno preso avvio due percorsi formativi paralleli, uno presso il polo di Civitavecchia e l’altro presso il polo di Bracciano, che nel loro insieme hanno visto la partecipazione di circa 50 operatori di diverse professionalità (psichiatri, psicologi infermieri, assistenti sociali, educatori) appartenenti ai 4 CSM/ CD/ TSMREE del Dipartimento nonché operatori della CT dipartimentale.

L’attività di formazione è stata condotta da Fiorella Ceppi e Marco D’Alema, esperti esterni e da operatori del Dipartimento quali Carlo Cheli, Psichiatra,ed Alessandra Matiz,Psicologa, da diversi anni conduttori di GMF; l’esperienza si è avvalsa del supporto attivo del Direttore del DSM , Carola Celozzi, che in diverse occasioni ha partecipato personalmente agli incontri formativi.

Le giornate di formazione (sei incontri di sei ore ciascuno per ognuno dei due poli) prevedevano una prima parte di approfondimento teorico-metodologico, la partecipazione al GMF ( i due esperti esterni partecipavano direttamente al lavoro con il GMF unitamente agli abituali conduttori mentre gli altri operatori seguivano il lavoro tramite telecamera a circuito chiuso) e successivo Ateneo post-gruppo, nel corso del quale ci si confrontava sull’esperienza a partire dalle emozioni, riflessioni, spunti critici di ciascuno.

Questo progetto formativo, conclusosi a dicembre 2022 , sembra evidenziare e confermare alcune caratteristiche che sempre con maggiore chiarezza stanno connotando gli specifici paradigmi formativi collegati all’esperienza clinica e gli assunti metodologici della PMF: co-costruzione e condivisione del progetto formativo, partecipazione diretta al GPMF, funzione attiva svolta nella costituzione di nuovi Gruppi, possibili ricadute sull’organizzazione dei Servizi.

La co-costruzione e la condivisione del progetto formativo, a partire dagli specifici bisogni/caratteristiche dei diversi Servizi, permette di limitare le distorsioni derivanti da una malintesa interdipendenza formatore/formato, che non solo conferisce potere a chi detiene la conoscenza ma amplifica il potere che le attribuisce chi non la possiede; coerentemente con l’esperienza clinica, viene posta al centro la reciprocità e la pariteticità degli scambi, in termini di riconoscimento dell’esperienza individuale soggettiva.

Conseguentemente a tale atteggiamento, durante i moduli formativi è emerso con chiarezza come il sistema di intervento dei GMF si applichi ai più diversi contesti di cura e permetta la cooperazione attiva ed un confronto simultaneo tra tutte le professionalità (psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicologi, educatori professionali, assistenti sociali, infermieri, ecc.) che gravitano intorno a situazioni critiche degli individui e delle famiglie, intercettando le risorse co-terapeutiche presenti nei pazienti, nei loro familiari e anche in quegli operatori con minore propensione alla visibilità.

La partecipazione diretta al GPMF è divenuta nel tempo momento centrale del processo formativo, a partire dalla esperienza condivisa che lavorare in psichiatria è difficile, faticoso, frustrante e talvolta porta ad ammalarsi dello stesso male che si prova a curare. L’esperienza vissuta attraverso la partecipazione al Gruppo consente a ciascuno di verificare come sia possibile produrre cambiamento mettendosi personalmente in gioco all’interno delle interdipendenze per poterle modificare; in questo modo gli operatori coinvolti possono trarne direttamente beneficio per le soddisfazioni derivanti dai progressi nel trattamento dei pazienti e delle loro famiglie ma anche dai benefici profondamente trasformativi che si ottengono indirettamente rispetto alla propria virtualità sana. Infatti, nello scambio attivo ma non obbligato ( il silenzio è comunque sempre accolto) e nel coraggio di esporsi che si acquisisce durante il percorso esperenziale degli incontri si forma il cosiddetto pensiero complesso (Badaracco), quello del gruppo nel suo insieme , diremmo gruppo di persone, gruppo di ruoli, gruppo di emozioni, gruppo di pensieri, gruppo di contributi espressi. Gruppo che funziona, come descritto dallo stesso Badaracco, come una “mente ampliada”.

Gradualmente si innesca un interessante effetto “volano” nella diffusione della cultura multifamiliare e nella costituzione di nuovi Gruppi MF, tramite la funzione attiva svolta dai conduttori che, utilizzando il funzionamento del GPMF come contesto aperto, stimolano la partecipazione diretta di ogni operatore interessato a farlo; in questo senso accogliere nel proprio Gruppo operatori provenienti da altri Servizi permette a questi ultimi di sentirsi motivati, sostenuti ed incoraggiati nel momento in cui provano ad avviare un nuovo Gruppo oltre che aiutati a prevedere e fronteggiare le abituali resistenze che si incontrano a livello istituzionale.

Tutto questo supporta ogni cambiamento possibile, costituendo uno stimolo, un’ arena di allenamento, una dimensione protettiva rispetto ad eventuali fallimenti affinché non blocchino ulteriori tentativi di trovare strade più libere da comportamenti ripetitivi. Una opportunità considerevole per i servizi di salute mentale e per tale motivo non possiamo che sperare di superare le resistenze registrate.

Le ricadute sull’organizzazione dei Servizi appaiono, infatti, come il livello più profondo e complesso di un percorso formativo organizzato in termini multifamiliari e al momento, pur essendo presenti segnali significativi in questa direzione, le esperienze avviate appaiono instabili ed esposte a movimenti regressivi, quasi che si riproducessero a livello istituzionale le stesse reazioni terapeutiche negative messe in atto dalle famiglie di fronte alla comparsa di possibili cambiamenti. Già 15 anni fa Badaracco ci ricordava quanto sia irto il percorso per smettere di generare minotauri e non essere più obbligati a costruire labirinti.

Per concludere, qualunque sia la formazione e l’orientamento degli operatori partecipanti, qualunque sia la loro visione sui meccanismi patogenetici dello sviluppo e dell’articolarsi della sofferenza psichica, la pratica multifamiliare rappresenta l’opportunità, nei servizi di salute mentale, di ritrovarsi nella condivisione di una prospettiva comune e del convincimento che la cura dei pazienti complessi non può prescindere dal prendersi cura delle dinamiche familiari e della storia personale, costituendo, il contesto interpersonale peculiare del GMF, un fattore di potenziamento delle possibilità di ri-appropriazione di vissuti critici non viabili in altri setting. Un’attenzione che va oltre il confronto all’interno di una singola famiglia e che non esclude nè il paziente, né il caregiver/familiare, né l’operatore dalle posizioni centrali, quelle che permettono di esprimere pareri sulle situazioni difficili e perturbanti e sulle soluzioni possibili, mentre il terapeuta, sgravato da vincoli di ruolo talvolta rigidi, può permettersi un ascolto diverso, più meravigliato rispetto alle risorse presenti anche nelle interdipendenze più problematiche, nonché un ruolo di facilitatore di se stesso nelle proprie libertà espressive.

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