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Cos’è l’inner game? Impariamo a migliorare l’autocontrollo

L’inner game, anche noto in italiano come gioco interiore, è il dialogo incessante che ha luogo, di continuo, all’interno della mente di ciascuno di noi. Tale dinamica, come sappiamo bene data la nostra esperienza di vita, si verifica ogni giorno, in tutti i contesti del quotidiano. Il termine si deve a Timothy Gallwey e John Henry Douglas Whitmore, due padri del coaching. Nel 1974, la coppia diede alle stampe The inner game of Tennis, un volume che sarebbe divenuto caposaldo della disciplina. Esso ha portato a una riflessione di cruciale importanza su potenziale e performance. Inizialmente, i principi del gioco interiore sono stati applicati principalmente allo sport, dal momento che avevano una capacità motivazionale enorme, specialmente nella dimensione delle discipline individuali. In seconda battuta, sono stati estesi anche al mondo della formazione personale e professionale.

Affrontare il proprio inner game

“C’è sempre un gioco interiore in corso nella nostra mente. Non importa in che altro siamo impegnati. Il modo in cui lo affrontiamo è quello che, spesso, fa la differenza tra il successo e il fallimento.”

È l’esperienza di Gallwey a dare origine alla teoria dell’inner game. Il formatore californiano, grande appassionato di tennis, era istruttore di questa disciplina e decise di scrivere il libro proprio per aiutare le persone ad apprendere al meglio la tecnina e il mindset vincente per affrontare, racchetta alla mano, le sfide più impegnative di questo sport. Il concetto cardine della sua riflessione è che ogni atleta gioca sempre due partite. Una si svolge sul campo, contro l’avversario o gli avversari di turno, mentre l’altra all’interno della propria mente, contro una porzione di sè stesso. L’avversario mentale è il terribile sé pensante, nemico giurato del sé agente che vive nell’ombra analizzando, giudicando e criticando mentre l’agente segue istinti e intuizioni, disinteressandosi di eventuali errori.

Il sè pensante è la figura che definisce le strategie da seguire e ordina alla sua controparte come comportarsi. È antipatico e prepotente e mette sempre in discussione l’agente, valutandone l’operato in maniera spesso anche severa. La parte che pensa, infatti, è frequentemente influenzata da fattori esterni come la mancanza di fiducia nei propri mezzi, la paura del fallimento, il terrore del giudizio altrui, l’ansia da prestazione e la difficoltà di concentrazione. L’inner game è lo scambio continuo tra queste due entità, opposte eppure collaborative, le quali esistono l’una in funzione dell’altra. Per affrontare al meglio sfide e situazioni, le due dovrebbero trovarsi in condizione d’armonia ma, sovente, il sé pensante prevarica l’agente e lo mette sotto forte pressione. Quando ciò accade, la prestazione si rivela spesso al di sotto delle aspettative.

La formula della performance

Inner game: un ragazzo disteso su un campo da tennis
L’inner game è un infinito set di tennis tra sé pensante e sé agente

Secondo Gallwey la performance dipende dalla differenza tra potenziale e interferenze. In formula, il formatore lo scrive così: P=p-i. Pur trattandosi di un ragionamento sviluppato concentrandosi sul tennis, e allargato poi a tutti gli altri sport, resta valido per ogni ruolo e ambito della vita quotidiana, anche in situazioni ben lontane dalla contesa sportiva. Dallo studente alle prese con un esame al manager incaricato di raggiungere obiettivi complicati, tutti giocano la partita contro il proprio sé pensante. L’inner game si svolge nella mente e ha a che fare con la sfera del pensiero, delle convinzioni e delle credenze. Non si tratta di nulla di tangibile. Il vissuto di una persona influenza profondamente il suo gioco interiore. La maniera più efficace per vincere l’inner game è quella di affrontare al meglio qualunque cosa alimenti il cosiddetto overthinking.

Un avversario di nome overthinking

Per gestire in maniera vincente l’inner game dobbiamo allontanare da noi ogni distrazione e riconnetterci al presente. Concentriamoci sulla realtà, sul qui e ora. Lasciamo andare ogni altro pensiero. Spesso le nostre abitudini e la formula dell’abbiamo sempre fatto così, una delle argomentazioni preferite da un sé pensante desideroso di limitarci nell’agire, causano sbagli ed errori. Per comodi e rassicuranti che siano, gli automatismi creano insicurezza e insoddisfazione. Dobbiamo lasciarli andare, così come dobbiamo privarci di zavorre come quelle create dai problemi più grandi di noi, che ci offuscano la mente e ci rendono insoddisfatti. Overthinking? No, grazie!

Miglioriamo l’autocontrollo e vinciamo l’inner game

Il sé pensante è un avversario molto astuto. Ci conosce bene e sa sempre quali armi sia meglio usare per limitarci. Non ci avversa per cattiveria ma, semplicemente, è profondamente conservatore e insegue il quieto vivere. Fosse per lui, non dovremmo mai rischiare e sviare dal seminato. Per semplificare, potremmo dire che il sé pensante vuole sempre optare per la soluzione più semplice e alla portata di mano. Nello sport come nella vita, però, talvolta è necessario rischiare per vincere e non sempre si può giocare in maniera conservativa.

Questa parte di noi così cerebrale, ad ogni modo, non è certo imbattibile. Il nostro autocontrollo e la nostra forza di volontà sono perfettamente in grado di sconfiggerla. L’inner game non è soltanto appannaggio del sé pensante, anche l’agente può dire la sua.

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