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Corona Prato ed Io

10 Maggio 2020
1 commento
Corona Prato ed Io

Ho sentito tante riflessioni, commenti, pareri in questo periodo (meglio dire le ho lette al pc ma le ho sentite rimbombare dentro di me insieme alle mie emozioni più o meno decifrabili).

E così mi pare più utile raccontare la mia esperienza e quella della PRATO piuttosto che esprimere pareri di cui ahimè non sono ancora capace.

La paura, la mia paura, mi ha fatto abbastanza presto comunicare allarme all’intero gruppo di sostenuti/volontari.

La paura era per me, per gli altri, per la mia salute, per la mia responsabilità. Momenti di solitudine pensando all’ineluttabilità di un pericolo possibile per me, momenti di allarme, di comunicazione ansiosa anche comunicata al gruppo. E attorno altrettanti momenti di stupore, di incertezza, di incredulità, poi di paura di solitudine di spavento di richiesta. Ma stranamente né di rabbia né di negazione. La mia paura, evidentemente ben manifestata, ha forse rinforzato la prudenza ed una accettazione di limiti , ha rassicurato ? O mi hanno curato?

Io ho fatto una grande fatica a mantenere i quotidiani contatti telefonici, non ho fatto colloqui, ho parlato, ascoltato, una grande fatica a non distinguere un giorno dall’altro un’ora dall’altra perché solo segnate dalle reciproche comunicazioni e fermare nel possibile le richieste di ascolto, per poter pensare un attimo, riflettere non andare in automatico, è ovvio non ci sono riuscita, se poco o tanto non so, ma ne sono stata consapevole. E la mia compagna e un’altra volontaria raccoglievano e provvedevano alle necessità perché nessuno uscisse ed altri hanno aiutato dall’esterno per commissioni, per la farmacia per dare mascherine per acquisti ecc. mentre io fronteggiavo anche la mia paura perlopiù sola (ho fatto una quarantena per un piccolo rialzo termico e mal di gola). Questa l’onda per me.

Quale effetto dell’onda sui “pratini” ? Tutti hanno sofferto la mancanza di contatti fisici, di persona, delle riunioni, del gruppo di auto aiuto, della routine dell’associazione, delle abitudini consolidate, ma molti hanno ritrovato la possibilità di comunicare scrivendo (antica abitudine della PRATO) oltre che chiamando al telefono, storici scrittori delle proprie emozioni si sono accomunati a nuovi scrittori, compresi non sostenuti come la musicoterapeuta e l’assistente sociale. Gli scritti sono circolati, una volontaria/sostenuta ha dato gli argomenti/stimoli oltre a raccoglierli. Io li ho pubblicizzati.

Essere in contatto anche se separati e comunicare ha fatto percepire forse legami nel gruppo anche tra chi si sentiva diverso, e provare affetto attenzione emozioni inaspettate. Liberi i lamenti e gli sfoghi scritti e detti, il panico e i dubbi o piuttosto lo stupore, l’incertezza. Comunicati. Cambio di abitudini, passeggiate nuove con vicini nei 200 metri, notizie dal telegiornale più di prima. Poi la convivenza forzata dal corona per due persone, improvvisato cohousing e lo stupore nel piacere anche di questa convivenza, e di trovarsi autonoma dai genitori per una persona e in grado di prestazioni (sanificazione della casa con candeggina ed alcool ecc. )un salto improvviso e come dice lei forse “macchinato” che la lascia perplessa.

La conoscenza di vicini, la costituzione di nuove solidarietà e di nuove abitudini che si vorranno o dovranno lasciare. E infine anche la familiarizzazione con lo ZOOM. Ma anche la stanchezza alla fine il dolore vissuto da soli l’esigenza di vedere di nuovo la sede il luogo la casa comune il gatto la faccia degli altri.

Ho avuto ed ho paura, la stessa che mi fa avere paura quando sento un pericolo di suicidio, un pericolo di aggressione, e ci devo ragionare, pensare per affrontarla, in questi quasi 50 anni che faccio la psichiatra. Ed ora ancora la stessa ansia e paura che devo affrontare e ragionarci anche per me. Responsabilità, limitatezza delle mie capacità , dolore per i limiti che vengono dall’esterno, dall’ineluttabile. Ed anche sofferenza per la mia solitudine e non posso o forse non so condividerla.

E ora questa fase 2.

La prima fase ha comportato per me cambiamenti, il continuo uso del telefono, una privacy limitata dalla necessità, il sentirmi invasa dalle richieste ma anche dal mio bisogno di verificare che tutto andasse con minor danno possibile per tutti, sia in termini di sicurezza che di salute mentale. I volontari/sostenuti hanno fatto i volontari per se stessi mostrandosi responsabili ma anche hanno richiesto un appoggio superiore , anche loro hanno fatto dei cambiamenti che ricambieranno ancora con la fase di uscita, staccandosi, riacquistando alcune funzioni (spesa farmaci ecc.) e sarà difficile di nuovo . E con la minaccia del contagio. Qualcuno tornerà al lavoro forse. Altri patemi d’animo per tutto il nostro gruppo.

Ma non è così per tutti i cittadini?

Ecco ho usato il termine sostenuti/volontari: preciso che il termine è dovuto alla richiesta di una adesione, di un contratto alla pari per chi entra nella PRATO. Liberi cittadini. Alla pari, non nel senso tutti pari ma assenza di una delega connessa al rapporto curanti/curati sostenuti e sostenenti. Questo è un pericolo perché la libertà può essere estremamente faticosa per chi ha problemi psicologici. Come per chi non ne ha. Ed anche un peso di ansia per chi è abituato a curare ben consapevole che a volte interviene, come fa qualsiasi umana persona quando vede un altro in pericolo, ma non per un suo ruolo definito e riconosciuto (che implica delega e responsabilità gettata su altro). Forse… spero… attiva risorse. Come nei cittadini che non schiacciati dal bisogno ne hanno avuto possibilità o forse più chiamati al pensiero piuttosto che alla recriminazione lamentela, educati da una cultura… tanto invocata nelle comunicazioni ma quanto possibile quando sei nel bisogno? Materiale e mentale. E non ti bastano le osservazioni ma un sostegno materiale e mentale.

Detto questo sono relativamente ottimista sulle capacità di affrontare anche questo periodo della fase 2. Relativamente pessimista per l’incertezza che comunque accompagna tutti noi. Sufficientemente realista per sapere che comunque staremo sempre tra un relativo malessere e un relativo benessere più forse vaccinati da questa esperienza.

Da questo virus.

Che ha sconvolto ma anche scoperto pensieri assopiti nall’atrofia della quotidianità prevista, e forse nella mia senilità.


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Una risposta.

  1. Antonio Maria ferro ha detto:

    Ecco l’esperienza clinica , la buona capacità di leggere e leggersi con umanità e “ competenza” psicodinamica. Ricordo spesso che Racamier mi ricordava che non dobbiamo mai smarrire la natura psicologica del nostro operare e della sua comprensione. Un abbraccio quindi Roberta ed un invito ai servizi psichiatrici, pubblici e privati a raccontare e raccontarsi sul loro operare in tempo di pandemia.
    Mi sembra , haime , di notare un certo smarrimento soprattutto della psichiatria pubblica a progettare e “ rilanciare” L operare psichiatrico nella Comunità

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