Vaso di Pandora

C’e posta patriarcale

Sabato mattina. Giunge alla mia attenzione un articolo in cui si racconta la storia dell’ennesimo femminicidio: a Genova, Giulia di soli 23 anni viene uccisa a colpi di pistola nella sua abitazione dal fidanzato Andrea che poi si è tolto la vita. Nella stessa pagina, il riferimento ad altre donne, liguri, 25, uccise in poco più di 5 anni.  

Mi viene chiesto di commentare la notizia. Leggo con fatica. Giulia, donna giovane, fragile e vulnerabile, che ha vissuto il dolore più grande, quello di aver perso una figlia, nata prematura. Giulia che cercava un legame che la facesse stare bene, sostenuta, consolata. Forse risarcita. Anche se non esiste risarcimento quando si perde un figlio. Trova Andrea, però. Uomo che da punto di riferimento diviene punto di non ritorno: possessivo, geloso, controllante che isola Giulia da tutti. Dalle amiche, dalla famiglia. Che tradisce la promessa d’amore.

La vita, di nuovo, ti gioca un brutto scherzo, Giulia.

Giulia, donna giovane, fragile e vulnerabile, che forse alla fine aveva capito che doveva liberarsi.  

Leggo e la mia reazione resta tiepida. Senza troppo coinvolgimento. Mi rendo conto che non si tratta di una difesa, purtroppo. C’è qualcosa che ha che fare con la drammatica consapevolezza che non c’è nulla di nuovo. Che succede sempre così. Mi spavento, la mia reazione mi spaventa. Come se mi trovassi davanti a qualcosa a cui oramai mi sono abituata.

Non posso scrivere nulla. Non mi viene niente da dire. Sento che c’è qualcosa di sbagliato.

Sabato sera. Canale 5. C’è posta per te. Una storia, l’incipit: una giovane donna, Valentina, chiede aiuto per convincere il marito a tornare con lei dopo un tradimento. Storia già vista, penso. Ma poi qualcosa cambia. La nota presentatrice, donna, come il format richiede, narra la vicenda: Valentina e il marito Stefano si sarebbero conosciuti quando lei aveva 16 anni, il primo amore, l’unico, un matrimonio felice, l’arrivo di tre figli e poi qualcosa cambia. Lui inizia a trattarla male.

Lo sguardo della giovane viene inquadrato, si fa cupo. Abbassa gli occhi.

Stupida, incapace, inutile. Valentina parcheggia male, sei una cogliona. Davanti ai figli. Valentina chiede una mano in casa, di essere aiutata con i figli e lui le risponde che se ha voluto la bicicletta, ora deve pedalare. Ma come, Maria De Filippi, nota presentatrice televisiva e sulla carta sensibile alle tematiche legate alla violenza sulle donne, cosa sta succedendo? Hai iniziato questa storia dicendo che dovevi aiutare Valentina, a tornare con il marito dopo un tradimento, sei sicura di non avere sbagliato?

Le umiliazioni riportate continuano, snocciolate come la lista della spesa. Un Natale, alla presenza di genitori e suoceri, Stefano esorta Valentina a raccogliere delle patatine cadute per terra, lei gli chiede di occuparsene perché impegnata nella preparazione del pranzo. Lui si avvicina alle patatine, le schiaccia e poi le dice di muoversi a raccoglierle, che quello che lui dice deve essere fatto, subito.

Valentina trova sul lavoro una persona dolce e attenta, accogliente e delicata. Tradisce, pensa di essersi innamorata, vuole chiudere con Stefano. Lo dice. Lui lo riferisce a tutti. Le famiglie si schierano contro di lei: sei una brutta persona, hai rovinato tutto.

Valentina vuole chiedere perdono, si sente colpevole. Vuole tornare con lui.

Alla consegna della posta, quando lui appare nel video, lo sguardo di Valentina si fa implorante. Scorrono le immagini del loro matrimonio, dei tre figli. Valentina piange, la chiama la nostra favola.

Cogliona, stupida, inutile. Ma che favole ti hanno raccontato, Valentina, da piccola?

Ho rovinato tutto tradendoti, mi manca tutto di te.

Cogliona, stupida, inutile.

Lui entra in studio. Tracotante, grezzo, impassibile. Cornuto davanti a tutti, un orgoglio da difendere. Nessuna capacità di ascoltare. Riconosce di non aver mai dato una mano in casa, che si aspetta che sia la moglie a lavare, stirare, cucinare, badare ai figli. Oltre a lavorare, perché Valentina lavora anche quattro ore fuori casa. Solo quattro ore, ci tiene a dire lui. Che mentre lei fa tutto, lui sta sdraiato sul divano. Guardo un film. Lo dice, sorride. La presentatrice fa lo stesso, sorride.

Prima tutto era perfetto, lei faceva tutto perfetto. Oggi vado da lei due volte la settimana per i figli, ceniamo e poi lei mi spoglia. E io ci sto. Sono omo! Ma è solo uno sfogo, io non la amo. Non la perdono.

Il pubblico fa partire un applauso.

La presentatrice insiste nel sottolineare la gravità del tradimento, ma prova, per la prima volta, a metterlo in relazione alla gravità dei comportamenti di Stefano nei confronti della moglie. Ma tutto fila via come se non fosse stato detto niente.

Valentina soffre, chiede perdono. Si umilia, di nuovo.

Lui si gode lo spettacolo. E la presentatrice parla di perdono, che le sembra che lui la stia punendo e che si stia punendo, perché forse la vuole ancora.

La presentatrice insiste, vuole che lui ci ripensi. Che dia alla povera Valentina un’altra possibilità.

La mia irritazione cresce. Quello a cui sto assistendo mi spaventa, come la mia reazione all’articolo di giornale.

Lui, come il format richiede, decide di aprire la busta. Lo sguardo di lei inquadrato dalla telecamera si rilassa, sorride. Lui si alza a fatica. Lei gli va incontro, lo abbraccia, lui rimane rigido. La scansa.

La presentatrice ride, ancora. Gli dice che ha capito che non è cattivo, che è stato un piacere averlo conosciuto.

Il giorno dopo leggo che il programma ha ottenuto un netto di 4.898.00 telespettatori con uno share del 30,16%.

Vorrei che tutti quei 4.898.000 telespettatori potessero riflettere, pensare a quello che è andato in scena.

Cogliona, stupida, inutile.

C’è posto in prima serata per il patriarcato e la normalizzazione della violenza sulle donne in tv.

Le donne dovrebbero essere aiutate a rifiutare queste modalità, a fuggire, lontane, non incoraggiate a tornare; i genitori e i suoceri dovrebbero sostenere le coppie in equilibri più sani. I figli dovrebbero essere educati con l’esempio ad una cultura del rispetto e non del patriarcato.

Provo dolore per Valentina, che avrei aiutato a liberarsi. A non umiliarsi più. Provo estremo dolore per Giulia. Vittima di un paese che condanna la sua morte, ma che permette la messa in onda di altrettanta violenza.

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Commenti su "C’e posta patriarcale"

  1. Provo dolore per tutte le donne che si umiliano e provo veramente un grande schifo per tutte queste trasmissioni che strumentalizzano e speculano sul dolore di tante persone mettendolo in onda con leggerezza banalizzandolo. E la gente guarda tutto ciò senza rendersi conto di essere complici di una violenza.

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  2. Ho seguito distrattamente (e la moglie che guarda quel programma, per niente educativo) la storia cui tu, Silvia, fai riferimento nel tuo articolo. Di fronte al comportamento arrogante del marito (fisicamente e vestito come mamma tv vuole) ho provato rabbia, ribrezzo: egli è il tipo uomo che nutre quella mentalità maschilista, causa, purtroppo, di tante problemi e tragedie nella famiglia.
    Ho amarezza per quella donna che chiedeva perdono per il suo “peccato”, che supplicava il marito a riprenderla con sé. E qui ho compreso quanta fragilità e bisogno di affetto c’era in lei, perché è solo questo che può portare a desiderare di tornare insieme a un uomo che la sottomettere. Lungo purtroppo è il cammino verso un maturazione culturale che porti il maschio a essere rispettoso della donna, della sua compagna.

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  3. Non è facile commentare questo articolo per via dell’intensità della sofferenza che emerge in varie forme . Penso però sia essenziale affrontare questi temi utilizzando tutte le nostre competenze con uno sguardo molto allargato per andare oltre la mera osservazione ed anche la narrazione empatica dei fatti. Intanto ritengo indispensabile, per contenuti così sensibili , riprendere la riflessione proposta nell’autunno scorso da Giovanni Giusto sulla spettacolarizzazione della sofferenza. Aggiungerei che varrebbe la pena di conoscere e prendere in esame obiettivi e indicazioni esplicitati che guidano chi produce la trasmissione (per esempio: ci si propone sentire le ragioni del “cattivo “? ) . Fatto salvo che i soprusi non vanno comunque tollerati , penso che il nostro più importante contributo stia nello sforzo di promuovere una comunicazione valida cioè adeguata che è alla base di ogni progetto per la salute mentale . È davvero insensato esporre una coppia o due persone con una relazione così disfunzionale ,mi viene da dire , “al pubblico ludibrio “ ! Mantenendoci nell’ambito di quanto ci compete il nostro specifico contributo potrebbe chiarire la fondamentale importanza del contesto : magari adoperandosi perché si comprenda che l’esibizione di relazioni malate con personaggi della realtà vissuta rappresenta per l’appunto una perversa spettacolarizzazione della sofferenza con un grave carico di responsabilità sociale .

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  4. Molto spesso i protagonisti delle storie raccontate in TV che strappano lacrime ed applausi ,variamente partecipate da esperti che non riesco a definire colleghi, sono interpretate da attori pagati per seguire il canovaccio degli autori.
    In passato un nostro operatore che si occupava per noi di teatro terapia ( alcuni lo ricorderanno) è stato chiamato per interpretare il ruolo del povero abbandonato,triste,trascurato ; infine redento dal conduttore…
    Cattivo gusto,disonestà intellettuale,perversione… vedete voi come classificare tutto ciò

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  5. Ho orrore per queste spettacolarizzazioni di sofferenze. Le ritengo veicoli pericolosi per essere sempre di più fuori da un pensiero riflessivo. Disgustosa risposta a desideri di allontanare da noi il male e guardarlo negli altri.
    Questo aldilà delle falsificazioni.
    Ed è anche un modo perverso per girare la testa da un’altra parte invece di pensare a queste complesse tragiche realtà. Basta guardare inorridirai e dipingere di rosso una sedia? So che questa frase non piace ma non vuole essere contro movimenti ma invito ad una visione più ampia che Caterina chiede.

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