Vaso di Pandora

Cari mamma e papà perché ho paura?

Commento all’articolo di M. Ammaniti pubblicato su La Repubblica il 20 febbraio 2018
Massimo Ammaniti ci offre un importante contributo alla comprensione dell’angoscia  provocata – al di là di alcune motivazioni reali – dal movimento migratorio in atto; fa riferimento fra l’altro alla teoria dell’attaccamento di Bowlby, applicandola a considerazioni di psicologia sociale e al timore del cambiamento sempre presente in noi e sollecitato dall’attuale momento storico.

Ciò mi ha fatto ricordare la cornice teorica fornita da Enzo Paci in “Tempo e relazione” nel 1965, ben prima quindi che il  “non razzismo” e la  capacità di accogliere il nuovo e diverso propri di noi “italiani brava gente” venissero messi alla prova. Nella sua elaborazione, il filosofo assumeva i contributi della psicanalisi e delle teorie della complessità, negli aspetti che in entrambi gli approcci riguardavano il cambiamento, l’identità e i problematici rapporti fra essi. Non saprei riassumere decentemente quanto scriveva: preferisco offrire alla riflessione di tutti un breve florilegio.
“L’identità che consideri come reale è l’aspirazione all’origine, all’unità con la madre, unità dalla quale ti sei distaccato nascendo, entrando nel mondo … La vita non procede se non emergendo, se non distinguendosi sempre di nuovo, se non dicendo continuamente un doloroso addio… L’uomo vive soltanto in quanto è in una situazione e in una relazione e cioè in quanto è distaccato dall’identico … “. Siamo molto vicini alle considerazioni di Ammaniti.
Ma il cambiamento, per definizione necessario, è certamente una sfida non semplice:  “Possiamo noi definire lo svolgimento storico – temporale se non ricorriamo a un principio immutabile che non sia travolto dalla corrente del tempo? Possiamo filosoficamente servirci di un principio statico senza bloccare lo svolgimento e il processo in una concezione chiusa e dogmatica della realtà?”
Potremmo tradurre chiedendoci che cosa oggi , nell’apertura al cambiamento, possiamo e dobbiamo considerare irrinunciabile: tanto per fare un esempio, il rispetto della persona (magari della donna?) declinabile peraltro in forme diverse. “Tuttavia nessuna sintesi ci libererà dal dilemma secolare che in forme sempre nuove ci ripresenta il rapporto fra il divenire e l’essere”.
Non si torna al passato: con trasparente riferimento alle teorie della complessità, Paci scrive: “Ogni forma, nella relazione universale degli eventi, si muove in una direzione temporale che va da un punto a un altro, ma che non può mai ripetere il processo o ripercorrerlo in senso inverso. Ciò significa che la relazione è irreversibile …  Ciò che avviene non solo è interdipendente, ma la sua stessa realtà di evento è nello spazio–tempo e si muove secondo una direzione”. Potremmo tradurre dicendo che un battito d’ala di farfalla nel – diciamo – Botswana cambia, e per sempre, la nostra realtà europea; ed è illusorio negarlo.
Dunque, “la relazione irreversibile è la forma universale e necessaria di ogni accadere storico”. Certo, forse tutti pensiamo si debba lasciare  spazio a quell’importante stato d’animo che è la nostalgia: ma questa non dovrebbe stimolare acting verso un impossibile recupero reale del passato: tanto per dire, il ritorno a una Italia, o una Europa, decentemente sbiancate. Vale la pena ricordare che Hitler nel Mein Kampf riteneva la Francia in irrimediabile decadenza perché “negrizzata”. Mussolini estendeva questo giudizio alla imponente realtà multiculturale degli USA: erano così allo stremo, diceva, che un solo bombardamento su New York sarebbe bastato a metterli in ginocchio (!).
Paci chiarisce il suo pensiero anche azzardando  un paragone con eventi della evoluzione delle specie: “la poderosa specie dei   rettili si arresta in forme troppo permanenti e sicure. Ma, sempre, il tentativo di eliminare il rischio si paga molto caro. L’evoluzione passa ai mammiferi i quali, in confronto ai rettili, sono estremamente indifesi e quindi più aperti alla scelta e all’evoluzione … hanno potuto realizzare un equilibrio maggiore dei dinosauri i quali si erano riposati troppo sulla propria vittoria … Mentre una sfida severa conduce a perfezionamenti sempre più complessi, una sfida troppo debole, o una troppo forte, sono negative.  Per l’uomo “ l‘importante è imparare a rispondere.”
Sembrano righe scritte oggi: penso ci possano aiutare.
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