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Aggressività e dipendenza: relazioni complicate

Roberta Antonello
13 Luglio 2013
2 commenti
Aggressività e dipendenza: relazioni complicate

Da molti anni l’AIDS ha ucciso Lello. L’ho conosciuto nell’80, aveva pochi anni meno di me. Allora i drogati pervadevano il servizio, assai poco strutturato, senza un accenno all’importanza di un setting adatto a un contatto, colloquio ma anzi un inno al disordine, quasi fosse un omaggio e una aderenza alle idee basagliane (citazione di una psicologa di allora, che bello questo posto sulla strada.. dove i colloqui si fanno in macchina…sic).

Pervadevano il poco spazio con diversa prepotenza, in gruppo da soli, alcuni famigliarizzavano altri ci guardavano torvi di dover pretendere quello che gli era dovuto, il sostitutivo. Ma.. io avevo un’assoluto vuoto di idee su di loro, ognuno mi pareva diverso, e venivo masochisticamente attratta dai più turbolenti. Perché? Per capirci qualcosa dovevo conoscerli e forse proprio i più cattivi mi davano mi gettavano una sfida che mi incuriosiva.
Fare ricette, distribuire morfina, (la prima cosa che mi chiese il primario al mio trasferimento è stato : hai il ricettario giallo?  Sic)  non mi dava fastidio mi annoiava profondamente la litania del rito le balle che ci raccontavano e che raccontavo , il buon quindi tossico era lì per il sostitutivo e andava bene se non faceva casino.
Lello no, era violento, cattivo, litigava, rubava, bisognava starci attenti. Prima cosa che ho imparato, non arrabbiarti, stai attenta a come parli e come ti comporti, vai sul tempo sulla tua resistenza, comportati sempre in modo coerente, si stufirà di insultare.  Io del lei lui del tu poi io del lei lui del lei poi quando ha incominciato a farmi parte dei casini con la moglie, coi figli, coi genitori, chiedendomi di intervenire non di rispondergli, beh lì lui del tu e anche io del tu. E siamo andati insieme a casa sua, dai figli, dalla moglie, calmando le sue inadeguate risposte, solamente con la presenza. Nessun lavoro psicoterapico, niente lui mi voleva nelle sue vicende, dandomi a volte poteri impossibili, per esempio io dovevo mettere la sirena e passare davanti a tutti su una sopraelevata intasata dal traffico e un semaforo finale, oppure saltare le file di coda ecc. ecc. o convincere i genitori a cose assurde. Ovviamente non potevo ma lui pensava che potessi.
Poi la positività al HTLV3 come allora si chiamava  l’HIV. Giri per le visite, rifiuto di cura, io rimasi sbalestrata da questo rifiuto e da come si trascurava. Mi urtava come medico, nella sua testa non entrava in questo caso alcuna attenzione a quello che chiedevo. Potevo ricoverarlo per una disintossicazione regolarmente fallimentare , l’avevo convinto a permanenze in comunità (S.Benedetto) con parziale successo, un anno di tregua, lì lo trovavo calmo ma non felice, felice di vedermi ed affettuoso, mi raccontava dei ‘cetti’ interni, mi faceva restare a mangiare, ma non era l’entusiasta, diciamo che chiedeva per i suoi bisogni alla comunità, per i due figli, accolti ed aiutati, lui a differenza della moglie entrata in una diversa cascina  sembrava non riuscire a metter casa lì. Lavorava ma la notizia del suo allontanamento senza preavviso non mi stupiva. Certo era di nuovo lì a chiedere, urlare, bere, star male e il fisico peggiorava ed io fui presa dal panico, dopo un ricovero in medicina da dove fu cacciato decisi per un T.S.O. perché si convincesse a curarsi di nuovo in comunità. Fu drammatico , non mi colpì con un pugno perché alla fine lo deviò sull’armadio di metallo ma era furioso, io non riuscivo a scrivere e parlare. Ricovero in S.P.D.C. e ritorno in comunità, lo accompagno.
Lo vado a trovare dopo un pò e così mi dice- Roberta tu hai corso un grande rischio, non fare così, non puoi imporre una tua idea a me, la cura. Io non lo capisco e ti avrei uccisa e come me può farlo un altro, io te lo dico per il futuro, con gli altri. Lascia, non tutti vogliamo curarci, io dalla comunità me ne andrò, non ce l’ho con te continua ad aiutarmi ma per quello che accetto. – lo ascolto è serio e in contatto, so che ha ragione, perché devo cambiare la sua vita per forza, devo accettare l’umile lavoro di una vicinanza fino alla morte. Così è stato. Ho fatto cose incredibili, ricoverato a malattie infettive gli portavo il vino perché altrimanti non sarebbe rimasto. Mi fermò il prof. Robert che parlò col mio primario. Il primario diede l’assenso.
Poi visse in una casa occupata con una donna gli ultimi mesi della sua vita, beveva, aveva lo sguardo sempre più lontano, mi diceva- hai ragione dovrei togliermi il metadone- lo diceva per me credo e io accettavo di credergli, non feci pressioni, non lo lasciai e andai a trovare i famigliari quando morì.
I tossici cattivi di Voltri mi hanno protetto altre volte, ricordo uno che prendendo un mio braccialetto d’oro vistoso scherzava- via dottoressa stia più attenta in questi luoghi, e un altro che per sbaglio stava per aprire il mio bagagliaio e appena mi ha visto- scusi si figuri se facciamo qualcosa a lei-
Ma chi mi ha fatto soffrire ma mi ha insegnato il limite e il rispetto è stato Lello e sono grata a lui.


2 risposte.

  1. paolo ha detto:

    Non ti ringraziero ‘ mai abbastanza per esserti presa cura di Lello!! Grazie Paolo e Samanta

  2. obliqua ha detto:

    beh… io …sono io ad essere commossa perchè se non esistesse quel comunicare fuori dai propri luoghi abituali, quell’intercciarsi di relazioni che hanno permesso di avere notizie di te, figlio di Lello, che ricordo bambino come tua sorella, insieme a tua mamma, non avrei ora questa tua comunicazione. Cioè tu mi ringrazi ma sopratutto mi dai una conferma, una speranza e la fiducia che il mio lavooro abbia un senso.
    Ciao qualcosa abbiamo imparato insieme con dolore RA

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