Partendo dall’articolo “Amare l’AI: il 10% dei giovani americani non frequenta più persone. Da Kupid a Kandy, così l’intelligenza artificiale sostituisce la fidanzata” di Massimo Gaggi, apparso sul Corriere della sera.
Aggiungo io: cronaca di un fallimento.
Se uno Stato assiste senza reagire ad un simile disastro, vuol dire che ha fallito l’essenza della sua esistenza, cioè della ragione per cui esiste. Come accennato nell’articolo, un altro Stato, la Cina, prova a reagire.
E, naturalmente, noi piccola provincia dell’Impero americano, a cui abitualmente strizziamo l’occhio, non possiamo che aspettarci di finire nella stessa situazione.
Dunque, il dieci per cento degli adolescenti preferisce parlare con uno strumento che non è organizzato per rispondere in base ad una sua linea di pensiero, ma in relazione a quello che l’algoritmo ritiene che possano essere le risposte più confacenti alle aspettaive chi lo interroga.
D’altronde, per quale motivo i cervelli di questo dieci per cento di adolescenti americani dovrebbe preferire di parlare con i cervelli di suoi simili umani piuttosto che con l’AI?
Parlare con l’AI costa meno energia perché l’AI non è organizzata per fornire risposte che non corrispondono alle aspettative di chi formula le domande, mentre i cervelli di altri umani, simili a noi, c’è il rischio che producano risposte che non corrispondono alle aspettative di chi formula le domande.
Una delle teorie più affascinanti della Psichiatria-Psicoterapia di questo ultimo secolo, ipotizza che un futuro paziente schizofrenico abbia cercato di svilupparsi in una situazione in cui, piuttosto che potersi mettere alla ricerca di aspetti propri nella lettura di quello che accade intorno a lui, egli debba imparare ad immedesimarsi nelle aspettative, in genere di uno dei due genitori, di una persona più grande di lui che si assume il ruolo di chi si occupa di lui, in una situazione in cui l’importanza di questo rapporto, tra il piccolo e il grande, finisce per essere superiore a quella del rapporto tra i due grandi (situazione pre-edipica che non diventa mai edipica, cioè in cui il piccolo può sperimentare l’esclusione e sentire di seguitare ad essere amato; viceversa egli sperimenta di essere amato purché sia sempre con l’altro e non se ne separi mai).
Ora, che cosa ci troviamo di fronte: che le meraviglie dello sviluppo tecnologico permettono di ricostruire la stessa situazione con un organismo “virtuale ma vero”.
Non è un caso che sia un dieci percento degli adolescenti a farlo: probabilmente sono i meno in grado di vivere il confronto-contrasto con gli altri che caratterizza l’adolescenza e che, sicuramente è più difficile da vivere che con qualcuno/qualcosa che ti dice sempre quello che ti aspetti e a cui impari a chiedere quello che l’altro si aspetta che tu chieda.
È per tutto ciò che ritengo che l’unico vero antidoto, di cui ci possiamo dotare, sia di insegnare ad avere facilità a confrontarsi con l’altro che, forse, è il nostro bene supremo.



