Istintivo oltre che doveroso il dolore per le vittime del rogo di Crans-Montana, che avevano appena assaggiato la vita. E per i loro familiari: perdere un figlio è troppo contro natura. Un figlio che, nell’ordine normale delle cose, ci sopravviverà è la nostra sola garanzia reale di vittoria sulla morte. La vita può essere davvero crudele. Ci si sente in colpa: ci si chiede che cosa abbiamo sbagliato, cosa si deve fare per impedire che questa orribile cosa si ripeta.
Non ho molto da dire sulle colpe, a quanto pare gravissime, di chi ha predisposto un locale inadeguato e impropriamente destinato all’organizzazione di raduni e feste, nonché su quelle della autorità che ha mancato “in vigilanza”: è un capitolo di interesse criminologico, e c’è solo da augurarsi che la Giustizia faccia il suo corso senza sconti. Per lo psichiatra c’è poco da dire: è verosimile che le motivazioni di chi ha preparato e utilizzato locali impropri (in cui fra l’altro utilizzare materiali incendiari), nonché delle autorità preposte ai controlli, siano le più banali: un interesse economico grezzo, brutale, disonesto. E qui si porrebbe un discorso sociopolitico di ampio respiro, troppo: su di esso l’opinione dello psichiatra vale quella di qualunque altro; egli non può che unirsi alla generale deprecazione e condanna per il gravissimo evento.
La vulnerabilità dei ragazzi
C’è invece spazio per una riflessione psichiatrica su un tema specifico pur non centrale: la vulnerabilità dei ragazzi coinvolti in questa tragedia. C’è chi, del tutto impropriamente, li accusa di avere usato incautamente i fuochi incautamente loro forniti, e di avere, dopo, accolto con leggerezza i primi segni di allarme: si dice che continuassero a ridere e scherzare come nulla fosse. Questa accusa non solo è ingiusta e profondamente crudele, ma sbagliata: questo loro comportamento inadeguato è frutto certo di fisiologica leggerezza e di impreparazione, ma credo soprattutto di dinamiche proprie dei grandi gruppi. Assurdo censurare il loro comportamento, come qualcuno ha fatto: se c’è stata una sottovalutazione, credo vada invece capita. Credo che una buona chiave di lettura stia nella “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud, a sua volta ispirato dall’opera di Le Bon.
“Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Sigmund Freud
Recuperiamo questo testo fondamentale, a partire dalla definizione di massa: un agglomerato di persone medio-grande, unito da un pensiero comune a forte carica emotiva, con sospensione del giudizio critico. È temporaneo: le persone che lo costituiscono di massima non necessariamente si frequentano prima o dopo del costituirsi di questa massa critica. Esempi: la folla che acclamava entusiasta Mussolini; o, più pedestremente e innocuamente, la folla di tifosi di football in cui ogni singolo giunge a mettere in crisi i confini del sé: l’espressione “abbiamo vinto” pone in penombra il fatto che chi ha giocato e vinto sono i giocatori.
Una bella descrizione ci dà Alessandro Manzoni a proposito della rivolta del pane e della mutevolezza della folla protagonista: se si riesce a convincerla che un tale non merita di essere impiccato, non occorre altro perché lo elegga a proprio leader (e viceversa: vedi ancora, in tempi più vicini, il percorso di Mussolini). La folla diviene quasi un Sé collettivo: al suo interno il singolo pensa, sente, agisce in maniera affatto diversa da quello che da lui dovremmo attenderci, nella circostanza costituita dalla sua inclusione in una moltitudine umana che ha acquisito la qualità di una massa psicologica.
La potenza invincibile del far parte di un gruppo
Motivano e sostengono questo cambiamento alcuni fattori: uno è che l’individuo nella massa acquista, per il solo fatto di essere incluso in un grande numero, un sentimento di potenza invincibile, che ha su di lui un forte impatto seduttivo. E per l’individuo – massa, adesione e coesione a una sorta di mitologia collettiva sono sostenute da fenomeni di suggestionabilità e contagio mentale.
Come si applica tutto ciò alle festose riunioni di ragazzi, in discoteca o in locali analoghi? Solo in parte, poiché i fenomeni descritti sono relativizzati dalla atmosfera di base a carattere ludico: si tratta di un gioco coinvolgente ma fugace. Tuttavia, può essere difficile staccarsene, se non aderendo a nuovi atti di carattere rituale che ne segnano la conclusione: le luci si spengono, il locale chiude, si torna a casa. Parentesi chiusa, più o meno pacificamente: si riprende la routine quotidiana in attesa della prossima festa.
Le prime reazioni al rogo di Crans-Montana
Ma stavolta non è andata così: la realtà fattuale ha fatto una irruzione violenta ed estremamente repentina, che ha reso molto difficile accettare che il gioco fosse finito: a una illusoria assenza di problemi è subentrato istantaneamente un problema insolubile, estremo, terrorizzante. Difensivamente, per un po’ i ragazzi avrebbero tentato (a quanto pare) di includere nel gioco perfino gli evidenti segnali di allarme e pericolo.
Un’altra specificità di questa situazione e di altre analoghe è la presenza della musica che, peraltro, la potenzia: esercita una fascinazione che finisce col ricordare quella esercitata (un tempo?) sui dervisci danzanti o rotanti: setta islamica sufi che ad una specifica preparazione teorica univa, e forse tuttora unisce la pratica della c.d. danza turbinante, guidata da una musica, quale mezzo per conseguire una estasi mistica.
Questa si rasenta, o si consegue, in quella importante variante che è la situazione del concerto, dove la musica diviene esibizione coinvolgente, con i visi degli spettatori – ascoltatori esprimenti una adorante ammirazione per il musicista – leader esperto nell’arte di trascinare e ammaliare; li abbiamo visti tutti, in TV o di persona: ma non è il caso di cui oggi parliamo anche se all’artista assente può sostituirsi il cellulare come oggetto transizionale.
Le dinamiche di gruppo
Ci interroga la frequenza attuale con cui si verificano queste dinamiche di gruppo e il loro coinvolgere seduttivo, soprattutto di adolescenti. Ciò ha rapporto con quella che Lacan – ripreso oggi da Recalcati – chiamava evaporazione del padre? Forse il benvenuto rifiuto dell’autoritarismo ha messo in crisi anche una rassicurante autorevolezza, lasciando spazio ad alternative?
E forse dai tempi di Lacan la situazione si è complicata causa il moltiplicarsi delle informazioni spesso discordanti con l’onnipresente digitale in tutte le sue forme, che tende a sostituire o spiazzare una educazione magari sbagliata ma basata su un rapporto persona a persona, mirata e (si spera) affettivamente pregnante. Un esempio di questo conflitto concorrenziale è la attuale proposta di vietare l’uso dei cellulari a scuola.
Forse questa sottoposizione a proposte discordanti è per i ragazzi fonte di angoscia (più o meno negata): brutto non sapere a chi credere, quando l’eccesso di informazione diviene disinformazione: induce a rinunciare a pensare, cercando maggior rifugio nel frastuono assordante, e istupidente, di certe feste, a “distrarsi”: etimologicamente, trarsi altrove, rivolgere l’attenzione a qualcosa apparentemente non problematico.
Purtroppo in questo caso il prezzo pagato è stato altissimo, sconvolgente. Doveroso il chiederci come potremmo impedire che ciò si ripeta. Doverosa, in questo caso come in altri, la domanda d’obbligo: “che fare?”



