Ho conosciuto Guido quasi trent’anni fa nel laboratorio di ceramica della Comunità Terapeutica Redalloggio, dove ho lavorato prima come tecnico della riabilitazione e successivamente come coordinatore di struttura.
Ho capito subito che l’impostazione che Guido aveva dato alla sua attività con i pazienti era diversa, non si limitava ad insegnare una tecnica per creare oggetti in argilla, cosa che ovviamente avveniva, ma c’era dell’altro e andava di pari passo con il percorso terapeutico-riabilitativo.
Nel frattempo La Redancia, creata e voluta tenacemente dal prof Giovanni Giusto, iniziava ad aprire Comunità con diversi gradi di riabilitazione, rivolte non solo ad adulti, ma anche a giovani adolescenti e ad autori di reato, in ognuna di queste veniva chiesto a Guido di avviare un laboratorio di ceramica.
Ho visto molte “prime volte” e quando il paziente con la terra tra le mani, chiedeva a Guido: “ora cosa faccio?” Lui rispondeva: “giocaci!”
Ciò significa, esprimiti in assoluta libertà, senza censura e senza giudizio; l’oggetto creato dal paziente diventa così un elaborato psichico, un mezzo di comunicazione dove talvolta le parole sono difficili da trovare, un modo per raccontare la propria storia, un importante mezzo relazionale.
L’attività di ceramica così condotta ed interpretata, è parte integrante del percorso di cura, nulla è lasciato al caso, la comunicazione tra Guido e gli operatori è puntuale e rigorosa, è una risorsa, talvolta una chiave di volta, una svolta.
Guido Garbarino è un amico, è un ceramista, è un collega, che si prende cura e cura attraverso le mani e l’argilla, con una sensibilità e un senso clinico sorprendenti, affinati certamente con l’esperienza sul campo, ma secondo me, in lui istintivi ed innati come la sua capacità nel toccare la “terra”.



