L’autorizzazione dell’AIFA al primo trial clinico sulla psilocibina in ambito psichiatrico non è solo una notizia scientifica, rappresenta un coraggio intellettuale che merita di essere raccontato.
Il Prof. Giovanni Martinotti, coordinatore dello studio, ha passato anni a costruire le basi scientifiche per questo momento. Chi ha avuto modo di conoscerlo sa che dietro la sua determinazione c’è la frustrazione quotidiana di ogni psichiatra che si confronta con pazienti per cui gli antidepressivi tradizionali non sempre portano a risultati soddisfacenti. E sono tanti, troppi: solo il 37% raggiunge la remissione al primo tentativo (dato STAR*D), il 20-30% sviluppa depressione resistente dopo multiple linee terapeutiche e circa un paziente su tre non risponde adeguatamente ai trattamenti standard.
Il costrutto neurobiologico
La psilocibina funziona in modo completamente diverso dalla fluoxetina o dalla sertralina che prescriviamo ogni giorno. Mentre questi farmaci puntano ad aumentare la biodisponibilità della serotonina inibendone la ricaptazione a livelli sinaptico, la psilocibina sembra agire come un “interruttore generale”, riorganizzando le connessioni neurali in modo più duraturo.
Profarmaco della psilocina, la psilocibina agisce prevalentemente come agonista parziale dei recettori serotoninergici 5-HT2A [1], con affinità significativa per i sottotipi 5-HT2C e 5-HT1A [2]. Inoltre, porta all’attivazione immediata di cascate intracellulari (PLC, PKC), al rilascio di glutammato e all’attivazione AMPA/NMDA
Il meccanismo neuroplasticità-dipendente coinvolge:
- Attivazione della via mTOR (mammalian Target of Rapamycin) [3]
- Upregulation del BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor) [4]
- Modulazione della corteccia prefrontale e delle reti neurali del default mode network (DMN) [5]
- Neurogenesi ippocampale e rimodellamento sinaptico [6]
Inoltre, la psilocibina agisce sul Default Mode Network, una rete cerebrale che nei depressi diventa iperattiva, intrappolando i pensieri negativi in un loop di ruminazioni. È come se il cervello fosse bloccato su un canale televisivo che trasmette solo brutte notizie, e la psilocibina permettesse di cambiare canale. [7]
È affascinante pensare che una o due somministrazioni possano generare benefici che persistono per mesi. Gli studi americani e inglesi lo hanno mostrato chiaramente: pazienti che non avevano risposto a alle terapie convenzionali, potevano ritrovare una qualità di vita che avevano dimenticato di poter avere. Non è magia, ovviamente. È il frutto di anni di ricerca avanzata. [8-9]
L’intuizione: eliminare gli allucinogeni
Qui sta forse l’aspetto più rivoluzionario dello studio. La Dott.ssa Francesca Zoratto, che coordina la ricerca per l’Istituto Superiore di Sanità, ha messo il dito su un punto cruciale: cosa succederebbe se riuscissimo a mantenere i benefici terapeutici eliminando gli effetti psichedelici?
Pensateci un momento. Molti dei nostri pazienti sono già spaventati dall’idea di prendere un antidepressivo “normale”. Figuriamoci se dovessero affrontare un’esperienza allucinatoria di ore. La psilocibina non-psichedelica potrebbe essere la chiave per rendere questa terapia accessibile a persone che altrimenti non la prenderebbero mai in considerazione.
Non è solo una questione di accettabilità. È anche praticità clinica. Immaginatevi di dover gestire i pazienti in esperienza psichedelica nei servizi già sovraccarichi. Con una formulazione che mantiene l’efficacia eliminando gli effetti dispercettivi, potremmo trasformare questa terapia da trattamento di nicchia a opzione terapeutica di più ampio spettro.
La medicina personalizzata entra in psichiatria
Uno degli aspetti che mi entusiasma di più di questo studio è l’approccio metodologico. Finalmente stiamo portando la medicina di precisione anche in psichiatria, un campo che per troppo tempo ha navigato a vista con il “proviamo questo, se non funziona proviamo quello”, spesso prendendo “in prestito” farmaci nati per tutt’altre indicazioni.
L’idea di utilizzare tecniche di neuroimaging avanzate per identificare chi risponderà meglio al trattamento è significativa. Invece di sottoporre i pazienti a mesi di tentativi farmacologici, potremmo identificare a priori chi ha maggiori probabilità di beneficiare della psilocibina basandoci sulla connettività cerebrale, sui marker infiammatori e persino su specifici polimorfismi genetici.
È un po’ come avere una mappa del cervello che ci dice: “Questo paziente risponderà bene alla psilocibina, questo invece ha bisogno di un approccio diverso”. Non più tentativi basati sull’esperienza personale, ma terapie mirate.
Le sfide organizzative che ci aspettano
Naturalmente, non sarà una passeggiata implementare tutto questo nella pratica clinica. Ho lavorato abbastanza nei dipartimenti di salute mentale per sapere quanto sia difficile introdurre novità, figuriamoci una così radicale.
Dovremo ripensare completamente i nostri spazi. Non si può somministrare psilocibina in un ambulatorio qualsiasi. Servono ambienti controllati, personale formato, protocolli di emergenza. E poi c’è la formazione: quanti di noi psichiatri sono preparati a gestire stati alterati di coscienza in contesto terapeutico? È un salto culturale enorme.
Ma forse è proprio questo il punto. La medicina psichedelica ci costringe a uscire dalla comfort zone del “prescrivi e controlla dopo un mese”. Richiede presenza, attenzione, un approccio più umano e meno meccanicistico. In fondo, potrebbe essere proprio quello di cui la psichiatria ha bisogno.
Il coraggio di guardare oltre
Quello che mi colpisce di più della ricerca di Martinotti è il coraggio intellettuale. In un paese dove la parola “droga” evoca ancora reazioni viscerali, avviare uno studio sui psichedelici richiede una determinazione non comune. Significa affrontare pregiudizi, resistenze burocratiche, scetticismo collegiale. L’Esketamina è già su questo percorso ma l’uso della ketamina in anestesiologia era già accettato e la somministrazione del suo enantiomero S in psichiatria ha destato meno reticenze.
Quando vedi un paziente che ha provato di tutto: antidepressivi, antipsicotici, stabilizzatori dell’umore, TMS, TEC e continua a soffrire, capisci che il vero rischio non è nell’esplorare terapie innovative. Il rischio maggiore è nel non farlo.
Gli studi internazionali ci dicono che la psilocibina potrebbe aiutare anche nei disturbi post-traumatici, nelle dipendenze, perfino in alcuni aspetti delle demenze. [10-11-12] Stiamo parlando di una rivoluzione terapeutica che va ben oltre la depressione resistente.
Verso una psichiatria più umana
Se dovessi scommettere, direi che tra dieci anni la medicina psichedelica sarà parte integrante dell’armamentario terapeutico degli psichiatri. Non per tutti i pazienti, ovviamente, ma per quelli che hanno esaurito le opzioni convenzionali e continuano a soffrire.
Quello che mi affascina è che potremmo assistere a una psichiatria più umana, dove il farmaco non sarà più l’unico protagonista ma diventerà parte di un processo terapeutico più ampio. La psilocibina, come molti altri psicofarmaci ovviamente, sembra funzionare meglio quando è integrata con il supporto psicoterapeutico, ricordandoci che la guarigione è sempre un processo complesso che coinvolge mente, cervello e relazioni.
Il lavoro del team italiano non è solo ricerca scientifica. È un atto di fiducia nel futuro della salute mentale, la dimostrazione che anche nel nostro paese è possibile guardare oltre i tabù quando c’è la sofferenza umana da alleviare.
E questo, credetemi, fa ben sperare per il futuro della nostra disciplina.




Ricca, interessante e ben documentata riflessione – proposta. Una sola marginale annotazione: farmaci psicotropi con effetto perturbante hanno attirati l’attenzione della psichiatria anche ufficiale, accademica, già 60 anni fa e oltre. Timothy Leary, psicologo e scrittore, esaltava i farmaci psichedelici come LSD e appunto psilocibina quali liberatori, nella visione fortemente politicizzata propria di quella beat generation, che trovava espressione nell’opera di Autori come Burroughs, Corso, Ferlinghetti .
Ma non è mancato neanche l’interesse dell psichiatria ufficiale: in quella che allora, prima della divisione delle due discipline, si chiamava Clinica delle malattie nervose e mentali, è stata attivata un ricerca sulla LSD, ma più che altro a scopo psicodiagnostico: si sperava che lo studio di quella psicosi indotta potesse aiutare l’approccio a quelle, diciamo, spontanee.
A quei tempi tale tentativo esplorativo non ha fatto molta strada, anche perchè il provocare artificialmente un turbamento mentale sollevava problemi di ordine etico. Quello esposto da Davide Bianchi è ben diversamente strutturato, e sollecita interesse e speranze
Non vedo un grande progresso nell’uso di una ennesima sostanza introdotta dall’esterno. Ammesso che possa produrre qualche risultato, sarebbe ora di accettare che questo metodo di lavoro, di introdurre sostanze dall’esterno in individui malati, produce risultati parziali. Viceversa,, a questo punto, potrebbe essere più’ sensato passare alla utilizzazione del metodo di mettere le persone malate nelle condizioni di reagire. Magari con l’aiuto di una sostanza immessa dall’esterno.
Non è la stessa cosa disporsi a fare gli psichiatri medici in primo luogo oppure inquadrare e gestire la situazione patologica dal punto di vista psicoterapeutico, magari con l’ausilio di un farmaco, come si fa nelle Comunità Terapeutiche