Vaso di Pandora

Una vita con i malati psichiatrici: il lungo diario

Commento della Redazione agli articoli apparsi il 29 novembre 2015

UNA VITA CON I MALATI PSICHIATRICI: IL LUNGO DIARIO

La Repubblica

SALUTE MENTALE. LA CORSA A OSTACOLI DELLE FAMIGLIE

Il Corriere della Sera

Questi due articoli, per utile casualità giunti contemporaneamente, ci danno un’idea di quanto complessa e contraddittoria sia la situazione della assistenza psichiatrica: da un lato abbiamo l’esemplarità della grande esperienza del gruppo Redancia, di un intervento residenziale – e non solo residenziale – in cui una terapia ambientale multidimensionale  fondata sulla comprensione dei bisogni del paziente, sull’ottica gruppale e sui collegamenti offerti da un lavoro di rete realizza un intervento più che dignitoso e di durevole  efficacia; dall’altro l’intervento di Tonino Aceti mostra quanto, sul piano nazionale, resti ancora da fare per offrire al cittadino un’assistenza soddisfacente. Quale coordinatore nazionale del Tribunale dei diritti del malato, egli dedica quest’intervento alla psichiatria.

Segnala cronica insufficienza di personale specializzato, carenza di appoggio alle famiglie e di percorsi individualizzati e integrati con il sociale; ne conseguirebbe un eccesso di ricorso ai Trattamenti Sanitari Obbligatori. Troppo lunga sarebbe l’attesa per accedere ai Servizi, tanto che  in altro documento si afferma che per una visita psichiatrica si può dover aspettare anche 13 mesi: cosa questa a stento credibile e tutta da verificare, anche perché non corrisponde alla diretta esperienza di noi operatori o ex-operatori. Nella variegatissima condizione di questa nostra area può essere che in qualche luogo accada anche ciò.

Se dunque è evidente che denunce di questo tipo meritano un esame critico, esso comunque sembrano  mostrare una intenzione costruttiva, esente da rigurgiti reazionari e richieste di ritorno al passato. Credo ce ne vorrebbero anzi di più: esaminando un po’ delle innumerevoli denunce  e proteste rivolte a quel tribunale, ci si rende conto che una frazione ridottissima riguarda la psichiatria. Sarebbe bello ma molto ingenuo pensare che ciò sia dovuto all’ottima condizione dell’assistenza psichiatrica: la ragione è un’altra, la disattenzione della collettività nei confronti del problema.

E’ questa una spiacevole involuzione, perché se c’è qualcosa che può incrementare il rischio di nuova istituzionalizzazione (magari morbida) indicato da Antonello nel volume “Comunità Terapeutiche” curato da Giusto, Conforto e Antonello, questo qualcosa è il silenzio: quel silenzio che aveva consentito, nell’inconsapevolezza generale, la degenerazione manicomiale fino ad aspetti d’infamia. La riforma psichiatrica ha potuto realizzarsi in un momento, forse irripetibile,  di mobilitazione collettiva con grande spinta a un globale rinnovamento; oggi quel momento è passato e si rischia di tornare all’oblio, perché certo non si sono risolte le dinamiche che lo motivano.

Per tutti è difficile avvertire momenti di identificazione con il paziente mentale, sentire che il rischio di disturbo psichico ci riguarda tutti, non diversamente da ogni altro malessere; anche la persona ben intenzionata, nel sollecitare lo sviluppo di Servizi psichiatrici adeguati può sentirsi – irrealisticamente – come fosse un benefattore a favore di una popolazione “altra”; non come un cittadino che pretende anche a proprio favore servizi adeguati in ogni campo; in questo senso, il manicomio è in tutti noi.

Da parte sua, il paziente mentale grave solo con molta difficoltà riesce a sentirsi titolare di diritti e ad agire per tutelarli, anche perché mostrare il proprio malessere gli è fonte di vergogna e dolore.

Il rischio che ne consegue è dunque che pazienti e operatori della Salute Mentale finiscano col condividere una condizione di isolamento dalla collettività, anche se non necessariamente dietro alti muri: che, come si esprime Antonello, “i pazienti, docile gregge di bravi operatori, transitino dalla comunità al Servizio territoriale alla vacanza insieme al cinema e al teatro”. La discussione, l’interazione dialettica con la pubblica opinione potrebbe e dovrebbe costituire un buon antidoto.

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