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Un”cigno nero” al potere. Ovvero, “L’ispettore Callaghan” alla casa bianca?

Felice Alessandro Spata
17 Novembre 2016
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Un”cigno nero” al potere. Ovvero, “L’ispettore Callaghan” alla casa bianca?

Tra cinema, economia e morale, ecco la falsa “Etica dell’eroismo” di Mr Trump

Ebbene chi l’avrebbe mai detto? A un presidente nero succede un “cigno nero” alla Casa Bianca. Per intenderci, non possiamo negare che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli USA abbia sortito un forte effetto e sia stata una sorpresa per tutti gli osservatori. Lo si potrebbe definire un evento raro “a bassissima probabilità, e altissimo potenziale di danno” (Taleb, Il cigno nero, 2008), difficile da prevedere rispetto alle normali aspettative dei corsi e ricorsi storici.

Nemmeno l’elezione di Ronald Reagan ci lasciò così basiti a suo tempo. Sicuramente si tratta di un avvenimento inatteso, talmente inconcepibile che persino il neoeletto si vocifera sia rimasto incredulo. Da più parti e con molte ragioni si dice che l’elezione di Trump è un evento storico e perciò stesso inaspettato per definizione, dunque, e sebbene col senno di poi possiamo provare a cercare delle giustificazioni, non riusciamo a farcene comunque una ragione. Come si fa a trovare una spiegazione razionale all’assurdo? Di certo sappiamo che questa elezione non mancherà di svolgere sulla collettività un ruolo importante, ma spero comunque non fondamentale nella storia.

L’unico fattore positivo, secondo me, dell’elezione di Donald Trump è l’ennesimo fallimento delle previsioni statistiche preelettorali: la gente, almeno negli Stati Uniti, non si fa influenzare dai sondaggi. O più semplicemente i sondaggi sono in assoluto veramente inutili e sono buoni giusto per imbastirci intorno pletoriche e spesso noiose trasmissioni televisive. I sondaggi funzionano con gli iscritti ai partiti, con i militanti, forse, ma falliscono inesorabilmente con gli indecisi o con quelli che si vergognano semplicemente di ammettere la propria preferenza. Gira una storiella sui sondaggi: Il 50% degli elettori afferma di aver votato per Trump, il restante 50% mente. Ci dicono anche che risultano decisivi negli USA per la vittoria del candidato presidente i confronti televisivi che oltretutto secondo tutti i commentatori più accreditati Trump aveva toppato irrimediabilmente. Altra leggenda sfatata e il mitico “Quinto potere” è servito.

In ogni caso, non sono tra coloro che pensano all’alternativa ai democratici o alla sinistra come a qualcosa di necessariamente votato al terrore. E tuttavia, considero Trump un sicuro estremista, e faccio fatica a non pensarlo semplicemente come un male assoluto.

Di sicuro stiamo vivendo un’esperienza improbabile, ma neppure tanto poi, vista l’aria revanscista che tira anche in Europa. E dopo le imprecazioni, i libri, gli articoli, le varie ricostruzioni giornalistiche, cercando di capire cosa è successo esattamente, ma invano, ti ritrovi seduto in poltrona guardando “La signora di Shanghai”e improvvisamente sprofondi in un sogno proprio come “O’Hara (Welles) col suo sguardo allucinato dentro quel labirinto di specchi al padiglione del luna park mentre assiste al duello finale tra Elsa (Hayworth) e Arthur (Sloane), ambientazione perfetta per la metafora conclusiva dell’impossibilità di distinguere tra verità e menzogna. Lo shock di questa nuova esperienza è grande, ma pressante è anche la tentazione di chiuderci in noi stessi, per difenderci dall’ennesima macchietta andata al potere, ma con ricadute, questa volta, che si annunciano immensamente più catastrofiche per il pianeta di quella che fu a suo tempo l’elezione in Italia di quell’analogo satiro di Berlusconi i cui “bunga bunga” e le dubbie frequentazioni mafiose e piduiste non potevano però di certo influenzare i destini del mondo.

Quindi, penso che è ingiusto e moralmente e politicamente sbagliato pensare all’esperienza della presidenza Obama come alla prova ulteriore della necessità di abbandonare “l’idea di una possibile realizzazione dell’“impossibile” appellandosi oltretutto al concetto che l’essere umano è per sua natura limitato e imperfetto.

Detto questo, non credo affatto che con Obama abbiamo vissuto per l’ennesima volta la sconfitta dell’ “illusione dell’utopia al potere” e l’ulteriore conferma che la realtà ha sempre la meglio alla fine su qualsiasi ideale. Allora, – Eccone un altro che non è riuscito a conciliare l’afflato dell’ideale con l’affanno dell’esperienza (quotidiana) -. “Ideale” versus “esperienza”. Messa in questi termini non può che scaturirne un’antinomia irresolubile. “Il conflitto non può essere tra la dimessa accettazione delle nostre imperfezioni e una sorta di ostinazione, “folle” e settaria, sull’attuazione dell’utopia” (Zupancic, 2012). Queste sono le due facce della stessa medaglia, forma estrema di un’idea che condanna in tutti i casi alla frustrazione perenne e termina nell’apatia, nell’indifferenza, nell’immobilismo.

Il problema purtroppo è, secondo me, che abbiamo lasciato per troppo tempo che a sciogliere questa incongruenza fossero “politici-muratori” e “statisti-geometri” quelli che ad esempio affrontano le questioni, tipo quella dell’accoglienza dell’immigrato, alzando muri in cemento armato e disegnando perimetri di filo spinato.

Dunque, non sprofondo nella depressione per la vittoria di Trump, non penso che la mia passione o il mio impegno, le mie idee siano fondati sul nulla. E la sconfitta della Clinton non segna la fine della sbronza e l’inizio della splendida presa di coscienza della “realtà” delle cose. Questo, ovviamente, non vuol dire che quando un progetto politico, un’idea non si realizzano secondo le nostre aspettative, dobbiamo continuare a difenderli ostinatamente, come se nulla sia accaduto.
Ma d’altra parte bisogna ammettere che certi “salvatori della patria” hanno gioco facile considerato che di fronte si ritrovano sempre più spesso quelli che non hanno saputo governare efficacemente l’”Ideale”, ma anzi hanno ridotto quella che poteva apparire come una nobile causa a una “scusa, un alibi per non fare ciò che occorre fare” o per non fare ciò che occorrerebbe fare meglio. E allora può capitare ad esempio che l’Ideale del “Bene della comunità” o la “Legge dell’ospitalità” o “l’Etica come ospitalità” (Derrida, si veda tra gli altri per la discussione, “Margini della filosofia”, “Della grammatologia”, “Addio a Emmanuel Lévinas”) finiscano per essere recepiti come pure invenzioni dei benpensanti buone soltanto per danneggiare il desiderio (il diritto) del singolo individuo”, quello con i gorgoglii perenni alla pancia, per intenderci, soprattutto.

Trump il “keynesiano” lo chiamano, quello che intende rompere con la tradizione liberista del laissez-faire, quello che sostiene l’industria pesante, l’economia dei posti di lavoro veri, non quelli fasulli della moderna economia dei mercati finanziari mondializzati, non quelli fittizi delle speculazioni di borsa o del mercato senza controllo e “capace di raggiungere da solo il fantomatico equilibrio”. Come se l’ economia fosse una scienza “esatta”; come se non sapessimo che il “mercato” del capitale è una “macchina” che se abbandonata a se stessa è destinata periodicamente e inesorabilmente all’autodistruzione. Ben lo sapeva il senatore repubblicano John Sherman che nel 1890 redasse l’omonima legge Antitrust passata alla storia come lo Sherman Act “con il quale salvò verosimilmente l’idea stessa di capitalismo così come lo conosciamo oggi”. Eppure anche allora ci fu qualche imbecille che non poté fare a meno di dargli del comunista.
Dunque, dopo i fascisti in Italia abbiamo sdoganato anche l’evasore fiscale a livello planetario, ne abbiamo ufficializzato l’importanza e la necessità vitale nell’organizzazione economica, finanziaria e amministrativa della società capitalistica contemporanea. L’evasore fiscale è il motore dell’economia, senza l’evasione fiscale il sistema sarebbe collassato da un pezzo, qualcuno dice. L’evasione fiscale, il “lavoro nero”, il “profitto in nero” (gli unici neri che Trump è disposto a tollerare, oltretutto) sono le strategie messe in atto e tacitamente approvate dal “sistema” che altrimenti “non sopravviverebbe alla propria esosità intrinseca”.

Anzi più che l’evasore è la figura dell’ “elusore fiscale” più precisamente ad essere stata legittimata. Il suo fantasma è stato evocato e questo si è “presentificato” ai massimi livelli della vita pubblica mondiale. Dunque, è stato ratificato colui che “aggira” il sistema e lo fa servendosi delle opportunità messe a disposizione dal sistema medesimo. Un sistema che ti dice che evadere le tasse è illegale, immorale, è peccato persino e poi ti mette a disposizione i paradisi fiscali internazionali dove puoi stoccare le tue ruberie indisturbato. Quel sistema di leggi che forte della propria farraginosità nasconde nei suoi meandri qualche escamotage che il bravo commercialista saprà scovare immancabilmente per farti “risparmiare qualcosina”. Questo sistema che “difetta di Super-Io”, come argomentato a suo tempo, ti solleva dai sensi di colpa sostituendo l’etichetta disonorevole di “evasore” con quella più esemplare di “elusore”. È tutta una questione linguistica seppure condita dalle immancabili volgarità dirette a donne e uomini americani e stranieri assortiti e dalla pelle scura preferibilmente. E improvvisamente ti senti meno indegno. E inaspettatamente ti capita di diventare persino presidente degli Stati Uniti d’America. Minchia, signor tenente, tra un po’ gli daremo pure “Le chiavi del paradiso” sulla fiducia.

Definirlo un fascista semplicemente rischia di semplificare eccessivamente il personaggio Trump e l’idea che rappresenta. Si propone come da copione, in qualità di uomo antisistema, che combatte l’establishment (di cui ovviamente fa parte, alla grande) e un certo tipo di vizi radicati, ma soprattutto egli ci appare come colui che “si ricorda finalmente dei dimenticati”. Sulla memoria del soggetto non si discute, almeno.

“Dirty Donald” insuperabile icona capace di rappresentare perfettamente le inquietudini di questo periodo storico americano e non solo. Ritratto emblematico di una società post-moderna dove i fatti obiettivi contano sempre meno e fantasie e menzogne e appelli emotivi e convinzioni personali hanno sempre più la meglio sull’opinione pubblica. Forse il tutto è dovuto a questa attitudine naturale del nostro sistema cognitivo alla semplificazione della realtà, estrema difesa contro le brutture dell’esistenza. Ma dove scovare poi la “verità”in una società in crisi che non sa come adattarsi alla realtà delle differenze e non sa o non vuole integrarle nella quotidianità?

Ottusità sessuata, alquanto sociopatico, discretamente monomaniaco, la cui insensibilità non ha una vera giustificazione se non una indefinita repulsione per le diversità di qualunque genere.

Una larga fetta di elettorato Yankee spaventato e arrabbiato, voglioso delle “cose genuine di una volta”, ha trovato immediatamente in Trump una figura da applaudire “senza se e senza ma”. Nella maggioranza “silenziosa” in cui cova subdolamente “un fondo di fascismo” e che agogna legge e ordine come l’aria per respirare, il meccanismo d’identificazione è subito scattato grazie ad un insieme di tratti molto peculiari: l’eccesso parodistico (la volgarità verbale becera, la pacchianeria degli arredi della lussuosa abitazione, la capigliatura artefatta dal colore improbabile, l’enormità di certe affermazioni) il dichiarato “disprezzo” verso tutto ciò che sa di politichese e burocrazia, la “mafiosità” dell’atteggiamento nei confronti di amici e parenti, l’orripilante qualunquismo, la grossolana predisposizione al politicamente scorretto e alle cattive maniere, la misoginia, l’attitudine smaccata alla bugia, l’ostentazione becera della ricchezza. “Dirty Donald” si segnala come individuo ostico, asociale, molesto persino per gli esponenti del suo stesso partito repubblicano, ma alla fine ha portato lo stesso a casa il risultato, e si afferma con sicurezza, come oggetto risoluto e forcaiolo, in un contesto di “democratica ambiguità e mollezza istituzionale” dove imperversano insicurezze e preoccupazioni sociali ed economiche; novello“Giustiziere della notte” ha la pretesa di ovviare alle numerose mancanze di un sistema che appare sempre più incapace di garantire equità e sviluppo, ma dove risaltano anche le ripetute uccisioni di neri ad opera di poliziotti dalla pistola forse fin troppo facile e che evocano tutto il sapore degli antichi scontri razziali tra bianchi e neri del secolo scorso. Il problema della violenza che esplode periodicamente tra polizia e neri d’America definirlo soltanto “problema locale”, come fanno certi politici nostrani, mi fa tornare in mente gli sceriffi del film “Mississipi Burning” quando definivano davanti agli agenti dell’FBI Anderson (Gene Hackman) e Ward (Willem Dafoe) “problema locale” certe proteste dei neri nella contea di Neshoba, Mississipi, che sfociavano, a causa della frustrazione scaturita dalle brutalità continue subite dai neri del posto, in atti di vandalismo, ma sempre circoscritti ai “quartieri” neri (i neri che sfogavano la rabbia su se stessi, ma “finché si ammazzano tra di loro… va tutto bene, anzi ci risparmiano pure la fatica di doverli eliminare”) sminuendo così la gravità di un fatto che dovrebbe invece assurgere a metafora di una rovinosa tendenza che viviamo tutti i giorni e in svariate regioni del pianeta.

Non è poi così sbagliato dire che in questo caso tra l’elettorato e il suo presidente ci sia un rapporto a specchio perché è evidente che entrambe le parti sono accomunate dalla stessa concezione dell’esistenza caratterizzata dalla totale assenza di logicità e dall’individualismo allarmato e aggressivo.

Qualcuno (il solito intellettuale provocatore evidentemente, ma non di sinistra, spero) si è spinto a dire che è un uomo con un “alto senso morale” questo Trump. Ma a quale morale aderisce esattamente Donald “non pago le tasse e me ne vanto” Trump? A quale “morale superiore” si appellerebbe uno che non fa mistero di odiare tutti e tutto? La sua ha tutta la parvenza di una errata interpretazione dell’Etica dell’eroismo, “l’etica fuori-Legge” che si trasforma nelle sue mani nell’etica del “fuori –legge”, quella a buon mercato di chi si oppone a “questo sistema” ma che non trova niente di meglio da obiettare (forse perché così gli è immensamente più comodo) che violare semplicemente una legislazione positiva (non pago le tasse perché il sistema è iniquo con me e come me versano altri milioni di americani cui renderò giustizia, fiscale, s’intende. ..Gli immigrati musulmani in particolare sono tutti potenziali assassini e sovversivi e una bella rastrellata non mancherà di renderci tutti più sicuri). Nemmeno nei film del controverso ispettore Callaghan, a suo tempo definito fascista (forse ingiustamente, ma dipende sempre dai punti di vista) che usa ripulire le città con metodi piuttosto sommari si arriva a questi livelli di qualunquismo . In “Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan” Dirty Harry (Eastwood) nonostante la sua fama di spietato forcaiolo si erge persino a paladino della Costituzione (statunitense) quando dice: “Odio il sistema, ma finché qualcuno non apporta i giusti cambiamenti, rimango dalla sua parte”. Forse è vero lo avevamo mal giudicato. Forse Harry non era poi così carogna. Probabilmente questo riferimento cinematografico è troppo grezzo per il palato del neo presidente americano o forse semplicemente non lo ha capito. Allora, mi permetto più modestamente di consigliare la più sofisticata trilogia di Batman diretta da Christopher Nolan che tratta sempre il tema dell’etica dell’eroismo in ottica fantasy (ci sono tanti effetti speciali e le sparatorie e gli inseguimenti che potrebbero aiutarlo a rimanere sveglio durante la visione).

Dunque, si presenta come uno che orgogliosamente non obbedisce alle leggi del suo paese (e ci dice anche, a proposito delle accuse di evasione fiscale, che non ha fatto altro che sfruttare le opportunità offerte dalle leggi fiscali medesime statunitensi e non si farebbe fatica a credergli). Disobbedisce alla legge morale (al politicamente corretto, qualcuno direbbe) prima ancora che giuridica che vieta di rivolgersi alle donne con “parole argute”, ma invece dimostra nelle parole e nei fatti un assoluto disprezzo e pubblicamente verso l’ “altra metà del cielo” e verso altre etnie. Egli adesso si trova nella singolare condizione di chi è al contempo un fuori-legge e un rappresentate della Legge anzi il suo massimo rappresentante in qualità di presidente degli Stati Uniti. Ma non si può ancora chiamarlo fascista. Può mai essere un fascista semplicemente colui che fregandosene della più elementare decenza finisce persino per diventare presidente degli Stati Uniti d’America? Se persino gli americani si mettono a fare i fascisti allora Houston il problema non è uno soltanto.
Da quanto ascoltato in campagna elettorale le sue “intenzioni non sembrano propriamente buone”. Egli non sembra rivelare nemmeno l’ombra di colpa, né di vergogna, nessun senso del ridicolo ed è qui per sancire definitivamente che è finito il tempo dell’”idiota della morale”, quello che si rifugia dietro il – “Bene comune”, facendo di questo sconosciuto “un alibi cui l’etica può sempre ricorrere perché così non si sbaglia mai”. – Ma basta con questa retorica del “Bene comune”-, sembrano urlare tutti i trumpisti o i “trumpari” orrenda “crasi” (lo ammetto) tra Trump e compari come tutti quelli che ne hanno favoreggiato l’ elezione. Il “Bene comune” sembra essere il vero pericolo, la minaccia sempre più vicina e incombente contro cui si scaglia Trump e tutti i milioni di elettori che gli sono andati appresso.

Dunque, il “Bene comune”, il Bene di tutti, questa chimera dietro la quale si sono scornati tanti esponenti e generazioni cosiddetti di sinistra. Non si può fare, anzi è vietato volere il Bene di tutti. Poveri e ricchi, donne e uomini, etero e omosessuali, (e non parliamo poi dei transessuali, per carità) sani e malati, giovani e vecchi, bianchi e neri, lavoratori e disoccupati e poi il diritto allo studio per tutti, non ne parliamo proprio. E poi l’accoglienza degli immigrati. E poi i diritti sindacali, Dio ci scansi e liberi. Diciamocelo francamente, non è realista. A qualcuno la fregatura bisogna dargliela. Con questa illusione dei diritti buoni per tutti ci siamo spappolati il cervello e abbiamo dimenticato le vere questioni che interessano la gente. Abbiamo dimenticato di “parlare alla pancia della gente”. Queste pance perennemente in preda, pare, a dolorosissime Sindromi del Colon Irritabile slatentizzate dall’angosciosa preoccupazione per il futuro incerto.
Ma perché tutto questo interesse per la pancia della gente poi? Ebbene l’errore fatale della Sinistra tutta è stato proprio quello di “negare” la pancia del cittadino elettore medio, forse per il solito eccesso di “puzza sotto il naso”, di “snobismo all’ingrosso” che pare contraddistinguerla da qualche decennio a questa parte. La Destra al contrario sa da tempo immemorabile che la chiave di stress, ansia, persino felicità e sessualità sta anche nella pancia. Infatti, si parla di quest’ultima come del “secondo cervello”. Che qualcuno avesse il cervello nella pancia o nei bicipiti (per quelli più ginnici) e fin troppo noto, direi. La “Destra” invece, che ha il polso della situazione ed è molto più vicina al popolo di quanto si direbbe insiste tanto sulle pance perché sa (e questo è meno noto), che tanti di noi ragionano in molte circostanze sotto l’influenza, più o meno diretta, soprattutto del colon retto, sebbene nessuna ricerca sperimentale, mi pare, abbia ancora approfondito una connessione lineare tra certo pensiero e la parte finale dell’intestino crasso probabilmente perché l’idea che le più elevate funzioni psichiche siano strettamente imparentate con regioni dell’organismo troppo adiacenti al buco del culo risulta insopportabile persino ai reazionari più irriducibili. Da qui anche il detto “ragionare col culo”. E da qui anche la “puzza sotto il naso” che accompagna molti seguaci “altezzosi” della Sinistra, verosimilmente.

Insomma, troppo relativismo non fa bene alla salute delle persone, né all’economia, né alla morale. Ed ecco allora Mr. Trump che ci ricorda che il pianeta necessita di autorità, ordine, disciplina, legge, verità, in un ordine la cui gerarchia appare piuttosto retrograda. Altro che la bugia dell’egualitarismo universale e a tutti i costi che ci ha lasciato in eredità il deserto del nichilismo oltre che la globalizzazione della povertà sebbene quest’ultimo effetto sia proprio dovuto all’affermarsi di certa economia di cui il nuovo presidente degli Stati Uniti è assertore e tra i massimi beneficiari.
Allora, attenzione “Signori miei” è tornata “la legge del Padre”. Si salvi chi può! Ma no tranquilli, è un padre piuttosto anarchico in fondo, un fascista libertario, Mr Trump, un Santa Claus che porta in dono “trasgressione” e “godimento”e li porta tutti dentro di sé, mica in un sacco qualunque. Un tipo che potrebbe tranquillamente affermare e solennemente “sono contrario all’aborto, l’aborto è un crimine contro l’umanità”, ma impunemente vi dico che “Vi sono circostanze in cui l’aborto è necessario. Lo so bene. Quando un genitore è nero e l’altro è bianco. Oppure in caso di stupro” (Richard Nixon)
Dunque, si cambia registro. Agli “idioti della morale” quelli che pretendono libertà, eguaglianza e fraternità si oppone il riflusso (stavo per dire “reflusso”visto che siamo in tema di pance) di questa “nuova” ondata moralizzatrice che investe differenti settori del pensiero e della vita pubblica.

Al contrario i paladini del moralismo contemporaneo si fanno portatori del decisionismo, dell’atto che in nome dell’efficienza e della rapidità eccede finanche i limiti di ogni regola, Legge, principio fino ad oggi considerati universali e propedeutici a qualsiasi contratto sociale che si rispetti, fino ad oggi, almeno. L’”etica dell’eroismo” dei nuovi moralizzatori dai modi spicci contro il buonismo morale dei vecchi moralizzatori fumosi, contorti, altezzosi ed eventualmente ligi alla Legge e al dovere che vorrebbero imporre questo buonismo ancora spudoratamente come modello etico universale e nonostante il suo “evidente fallimento”. Sono pazzi questi predicatori del nulla! Non si arrendono all’evidenza e per ripicca vogliono pure “incularci” (non è un refuso, è il linguaggio spiccio tipico dei nuovi moralizzatori decisionisti) vergogna e senso di colpa.

Trump rappresenta, secondo me, il lato oscuro dell’ “etica del potere”, colui che ha rimesso al centro della discussione il Male dell’epoca ipertecnologica. Si tratta di rovesciare la questione morale, ponendo al centro dell’etica non più il Bene ma proprio quel Male che i moralisti buonisti vorrebbe esorcizzare: l’egoismo, il narcisismo individuale e collettivo. Non si tratta più di contenere il “godimento in nome della Legge paterna”, anzi si deve dare sfogo al Male del godimento nell’illusione, questa sì esiziale, secondo me, che questo male possa rappresentare l’antidoto al male stesso. “L’omeopatia dell’aberrazione” il “placebo della perversione”: e allora ci vuole più narcisismo, e bisogna chiudere le frontiere e costruire i muri e spacciarsi per un Robin Hood che distribuisce ricchezza ai poveri. Il Male esiste, signori miei, “l’inferno è qui” l’uomo e la donna sono intrinsecamente cattivi, ammettiamolo e dobbiamo venire a capo in qualche modo di tutto questo Male e le vecchie ricette della morale buonista non hanno funzionato nel suo contrasto. E allora vogliamo sfruttare tutta questa cattiveria umana intrinseca per fare qualche investimento in più? Vogliamo scommettere sulla distruttività umana? E giochiamocela in borsa anche e vediamo l’effetto che fa. Detto, fatto! E le azioni degli armaioli e dell’industria militare salgono alle stelle.

In realtà, l’etica dell’eroismo di Trump è complementare all’etica dell’edonismo: egli è un eroe del “godimento”, del “godimento” inteso qui semplicemente come la sfrenata soddisfazione degli appetiti più spregevoli, come quella dimensione al di là, per dirla con Freud, del principio di piacere come riduzione del bene a materialistica soddisfazione. Dunque, non si tratta di quel “godimento, come qualcosa, come un desiderio fuori-norma, fuori-Legge” quello che ti fa trasgredire la Legge, ma in nome di un presunto interesse superiore, nobile o comunque ritenuto tale in un determinato momento storico. Qui non c’è nemmeno l’attenuante della buona fede, ma solo il desiderio di trasgressione di chi intende il “dovere” sempre e soltanto come una “sinistra imposizione di ordini” cui sente di doversi ribellare inesorabilmente. Ma l’immagine di “eroe di vittime innocenti” questa volta esige che la pillola sia indorata per bene, occorre che il proprio “desiderio di godimento” sia camuffato degnamente autorappresentandosi come promessa di un ritorno a una libertà e una vita autentiche quando in realtà si tratta di restaurare fantomatici valori di “Onore, Disciplina e Tradizione”, ma annacquati quanto basta, per poterli contemporaneamente violare impunemente e senza dare troppo scandalo, s’intende.

Tuttavia, il suo è un desiderio che può rivelarsi pur sempre illimitato, smisurato e potenzialmente pericoloso, dunque. Ma questa volta, la fedeltà assoluta del nostro eroe al proprio “godimento” non rischia di essere senza scampo e dunque distruttiva, alla fine.

Egli anche se si pone al di là e al di sopra della Legge è comunque disposto a cedere sul proprio singolarissimo godimento adesso che è presidente di una nazione. Perché a differenza dell’ “idiota morale” è dotato di un umorismo involontario; egli ci fa ridere da un lato (sperando che nel frattempo una risata non ci seppellisca tutti) come del resto tutti coloro che antepongono alla complessità di un problema, una soluzione troppo semplice per poter funzionare; e sarà oggetto di umorismo e satira sfrenata verosimilmente e sebbene possa essere magra consolazione la risata potrebbe disinnescarne in parte la pericolosità. L’immoralità, la corruzione, non fanno scandalo dunque, non più. L’immoralità adesso fa soltanto ridere, è oggetto di parodia. È la moralità la vera pietra dello scandalo dunque, la moralità è un ostacolo, un impedimento all’uomo e alla donna che colpiscono a morte non perché è svelta la mano che scivola nella fondina della loro Magnum 44, ma perché facili sono le loro “decisioni” e fin troppo disinvolte le loro “soluzioni”. La minaccia non viene dalla distruttività di una pallottola, ma pericolosa è l’astuzia con cui rispondono alla “domanda” della gente.

E d’altra parte Mr.Trump “ci sa fare con il proprio godimento”: egli conserva un certo qual distacco cialtronesco, burlone e burlesco da questa sua intransigenza, dal fanatismo che lo contraddistinguono, sa quando è il tempo di fermarsi, sa “come prendersi gioco del godimento” quel tanto che basta per non correre il rischio di rimanerne annientato; il “godimento” non si tradurrà inesorabilmente in una “pulsione di morte” tout court, dunque. – Da navigato “assuntore” occasionale di godimento – egli sa benissimo che non costruirà muri per fermare l’immigrazione, al massimo saranno le solite recinzioni, sa anche che non impedirà ai musulmani di entrare in territorio americano, non sarà ricordato per aver fermato gli effetti deleteri dell’economia e della finanza globalizzate e mondializzate, si guarderà bene dal pestare i calli ai cinesi o agli arabi e non impedirà nemmeno che le industrie americane continuino a produrre all’estero per ridurre i costi ma danneggiando inesorabilmente gli operai di casa. E verosimilmente non porrà restrizioni ulteriori alla legge sull’aborto lasciando che occasionalmente siano gli stati federali a scornarsi con qualche invasato rispettoso della vita a tutti i livelli, ma sempre ben disposto ad uccidere medici e infermieri per difenderla.

Egli è alla resa dei conti un “megalomane calcolatore”. Uno che per evitare il disfacimento della propria immagine, se non altro, si farà persuadere da saggi “consigliori” che il mondo in cui si muove è molto fragile e impressionabile e non conviene muoversi al suo interno come un elefante in mezzo alle cristallerie. Sono convinto che con lui al comando non franerà questa piramide di carte dal perenne precario equilibro che è il mondo. Qualcuno lo “aiuterà” a capire come potrebbero peggiorare le cose se desse sfogo alla sua folle arroganza, al suo egoismo, alla sua cecità per le miserie umane, al suo insaziabile odio per tutto ciò che non è assolutamente WASP. No! Egli non sarà la morte di tutti noi. Egli che vive nel mondo degli uomini e delle donne dovrà gioco forza anche lui riconsiderare lo stramaledetto vecchio “Bene comune”, reinterpretato in salsa glamour, si capisce, cioè quel “bene” che conserva tutto il suo valore di scambio e la logica dell’utilitarismo. Non più la “Comunione del Bene”, ma l’ “economia del bene” quella conservativa, che mira al godimento dello stesso, secondo l’utile e il piacere. Voglio dire che egli al massimo verrà a patti con lo “stato delle cose”, il tempo necessario a studiare meglio le leggi e i sistemi per eluderle.

Trump uno dei pochi “marxisti” ancora in circolazione che spaccia “politica drogata”, che sfrutta la gente e poi si erge a suo difensore: “…Questo non è solo un affare di droga, questa è politica, questa è economia, questa è spiritualità. Io ho intenzione di vendere droga a ogni uomo bianco in questo mondo…e a sua sorella…! Ma tu guarda se mi devo ridurre a citare pure “Danko-nato stanco-Schwarzenegger” un armadio a muro parlante che svetta persino lui come eccelso maître à penser.

Spero che sia chiaro qui che il punto non è il ritorno del socialismo reale che nessuna persona di buon senso auspica, immagino. E tuttavia siamo riusciti a conciliare gli aspetti peggiori mostrati dal capitalismo e dal socialismo. Banche che controllano il governo. Partiti che controllano le banche (“allora siamo padroni di una banca” diceva al telefono Piero Fassino e quell’altro sì rinomato banchiere-politico di Silvio Berlusconi che ascolta le telefonate di nascosto e le usa per provare a far fuori il concorrente politico). Che confusione, che situazione surreale!

Ma la domanda che invece l’elezione di Trump ci ripropone drammatica è semmai: “come si può, in un mondo che sempre di più tende a socializzare anzi globalizzare le perdite, garantire al meglio la rinascita del capitalismo occidentale?”. Oltretutto in una situazione per la quale troviamo sempre più persone disperatamente povere in nazioni europee o occidentali più in generale solitamente considerate ‘ricche’? Non sono io un esperto di economia, ma un semplice fruitore dell’informazione quotidiana quindi mi guardo bene dal proporre ricette. E per scrollarmi ulteriormente dalle “responsabilità” mi nascondo presso quel sempre comodo rifugio che sono gli scenari surreali e un po’ onirici della fantapolitica: Ed ecco Mr Trump che dietro input dei suoi consiglieri giuridici ha trovato finalmente il modo di arginare concretamente la povertà nel pianeta. I poveri tutti in carcere. Si costruiranno delle piccole e grandi “Alcatraz” ben isolate dal resto del mondo tecnologico dove i reclusi produrranno tutto quello che necessitano per vivere e ovviamente non potranno riprodursi e se ci scappa un surplus lo potranno pure vendere all’esterno, ma a prezzi di mercato. Non sia mai che poi mi drogano il mercato vendendo a costi inferiori a quelli del mondo ricco là fuori. Ma siccome l’essere umano è fallace e cattivo di suo i poveri detenuti sono sottoposti ad uno sfruttamento costante da parte dei commercianti del resto del mondo che immetteranno sul mercato e dopo aver formato appositi Trust beni prodotti dai reclusi e a costi infinitamente inferiori a quello di mercato e il dumping compreso quello sociale è servito. Il nostro President Trump ha il modello dei penitenziari dell’Arkansas in testa, quello reso famoso da “Brubaker” il film interpretato da Robert Redford negli anni ‘80, ma più esteso. Fa le cose in grande The President in tempi di Terza Guerra Mondiale frammentata in più teatri di combattimento (“The President” film di Mohsen Makhmalbaf, 2014). Per giustificare tale apparente aberrante soluzione lo staff presidenziale si appella all’ennesima cattiva e furbesca interpretazione della teoria della “responsabilità oggettiva”: secondo questa interpretazione i “poveri” sono soltanto degli incapaci, una moltitudine di inutili mangiapane a tradimento di cui occorre “liberare” il pianeta al più presto appellandosi oltretutto all’idea che l’ineguaglianza non è un vero problema perché è intrinseca alla società e potrebbe essere su base genetica persino.

Si configura allora una sorta di “responsabilità oggettiva” nella quale il soggetto è chiamato a rispondere per il semplice fatto di “essere povero” e di aver cagionato con la sua povertà danno alla collettività. Il danno alla società causato dalla sua sola “povera presenza” in vita gli viene imputato sulla base del semplice nesso di causalità: egli è causa materiale del danno a prescindere dal suo atteggiamento psicologico in relazione al “danno da povertà” causato alla società. La tua povertà rappresenta una leggerezza grave che non mancherà di essergli rimproverata, “a prescindere”.

E in un sistema che controlla scrupolosamente le nascite a nulla serve al “povero” contestare l’assenza di propria colpa diretta invocando l’attenuante di essere “nato povero” provando insomma a buttarla comunque e sempre addosso almeno ai genitori, pardon spostando l’onere della prova sui propri genitori. Ma siccome una difesa d’ufficio non si nega a nessuno ai “poveri” genitori è concesso l’onere di dimostrare che quel “danno del loro figlio” è dovuto ad un evento fortuito imprevedibile ed inevitabile, come un profilattico che si spezza durante il rapporto o la pillola andata a male, cose del genere, ma qui avviso subito che mettersi contro le multinazionali della contraccezione o contro quelle farmaceutiche può diventare un serio problema.

Si tratterebbe di estendere le responsabilità riconosciute al “pater familias” per il fatto illecito di “essere povero” commesso dai membri della famiglia, perché incapaci di badare a se stessi e con la circostanza aggravante per di più di pesare sull’intera collettività (di alcuni, almeno) che si “svena” per pagare le tasse per mantenerli (ecco perché il già annacquato Obama Care sarà smantellato, alla fine).

Ma anche i poveri genitori nulla possono contro questa forma perversa di responsabilità da “contatto sociale” che li fa responsabili semplicemente in virtù dell’obbligo legale che li unisce ai figli. Sempre “a prescindere”, dunque. La giustizia secondo il Principe De Curtis. Ha proprio pensato a tutto “The President”!

Allora, “Era meglio ammazzarli da piccoli, soffocarli con tappi e turaccioli” si diranno sconfortati i poveri pater e mater familias. Certo, l’altra soluzione potrebbe essere quella di “vendere i propri figli, compiuto l’anno di età, quale cibo per i ricchi”, eventualmente, soluzione studiata fin dal 1729 in Irlanda, ma che ancora aspetta di essere approfondita nel merito.
A questa responsabilità da “accadimento” quasi, prontamente gli oppositori di regime oppongono in campo economico e sociale un’interpretazione molto estensiva per la verità di un concetto di responsabilità fondato su un più generale principio di equità del tipo “ubi commoda, ibi incommoda”). Secondo il quale è giusto che chi trae vantaggi dalla sua particolare posizione risponda anche degli eventuali svantaggi. E si ostinano a voler applicare alla politica e ai politici o semplicemente ai detentori di maggiore ricchezza e/o che rivestono cariche pubbliche una responsabilità “da rischio lecito” (“periculum”) partendo dal presupposto che anche se l’azione politica o amministrativa è stata legittima (quindi non macroscopicamente criminale), ma i suoi effetti si sono rivelati comunque deleteri il fautore deve pagarla in qualche maniera. In tal modo grazie al deterrente di possibili sanzioni a carico, l’azione politica, economica, finanziaria sarà ponderata a dovere e produrrà così meno danni e sperequazioni sociali in giro, dunque. Non accorgendosi gli avversari che in tal modo incautamente stanno riproponendo la stessa soluzione del regime al governo seppure in altri termini. E la confusione della gente imperversa inesorabile tra soluzioni assurde e apparentemente contrapposte, e pur tuttavia credibilissime da tutte le parti in causa ognuno con le proprie appartenenze ideologiche! Teniamo presente che stiamo parlando di fantapolitica quindi gli opposti estremismi degli utopisti moralisti di qualunque parrocchia ci stanno benissimo.

Tornando alla “realtà. ”Diciamocelo francamente! Trump è un fascista, è sessista, è razzista, è un delinquente reo confesso. Un vero eroe contemporaneo, postmoderno che se ne frega dei mali morali che tanto affliggono gli intellettuali alla ricerca “masturbatoria” del significato dell’esistenza o dell’ecologia sociale. Il nostro eroe postmoderno ci sguazza nella palude dell’assenza di moralità. E in questa palude quelli come Trump riescono non solo a rimanere a galla ma ne traggono linfa vitale per inventarsi nuove opportunità personali – al di là dei limiti della morale del momento, dell’ordinamento vigente e delle vecchie ideologie di cui oggi veramente in pochi sentono la nostalgia. E il popolo sta lì alla finestra aspettando il ritorno di questo padre che riporti Legge e Ordine finalmente. Fateci caso: questi ricchi padri salvatori della patria, questi bugiardi antisistema, questi “fieri difensori dei diseredati” che seguono “l’etica elementare dell’eroismo” sono sempre eroi rassicuranti perché promettono maniere spicce e “soluzioni mitiche a desideri popolari di godimento” sebbene siano anche un tantino inquietanti al contempo perché rompono, furbescamente con la Legge o più prosaicamente con un complesso dato di norme ponendosi al di fuori anzi al di sopra di esse come fossero “dei” tramutatisi all’occasione in umani, ma solo per potersi “accoppiare con la bella umana irresistibile di turno”. Sono davvero ambigui questi falsi eroi. Essi sono fuori-legge indegni e fieri, ma non somigliano nemmeno lontanamente ai protagonisti di quel “Mucchio selvaggio” che si avvicinano all’appuntamento con la morte spavaldamente e con una buona dose di humor persino; sbandati, apolidi senz’anima che si ritrovano perennemente in bilico in quella “Terra di nessuno” priva di giurisdizione dove etica e crimine finiscono per risultare sempre pericolosamente indistinti.

Se i richiami cinematografici sono dettati dalla convinzione che con l’elezione di Donald Trump i confini tra reale e immaginario sembrano diventati davvero fin troppo sfumati, è anche vero che questi confini non sono saltati completamente. E difatti possiamo affermare qui con certezza inequivocabile che purtroppo l’elezione di Trump non è un film, né un fumetto dei “Simpson”, ma una dura e cruda realtà sebbene possa Trump assurgere immeritatamente ad ennesima «icona pop di facile godimento» come un “Ironman” qualunque.

Ma Trump non è Tony Stark, borghese illuminato dal cuore d’acciaio, e la sua natura e la sua personalità non hanno la complessità, né la sfaccettatura nemmeno del più sfigato degli “Avengers” cui Stan Lee ha prestato il tratto geniale della sua matita. Sul cinema e sulla sua attitudine a mitizzare qualunque indecenza nutro meno speranze. E allora mi immagino già qualche “profeta cinematografico” contemporaneo che gira l’ennesimo docufilm sulla vita pubblica e privata dell’ex Presidente Trump spezzando qua e là qualche lancia in suo favore con contorno di colleghi ex presidenti successori che celebrano con discorsi appassionati in appendice il suo passato ufficio. Ed ecco l’ex president George W. Bush (la W. sta per water, ovviamente) che con le lacrime agli occhi sottolinea che di Trump “percepivamo la forza, egli attraeva e respingeva al contempo”. Ma eccolo concludere ancora con l’ immancabile e involontario umorismo mentre cita, parafrasandola senza dubbio, una frase che ricorda vagamente quella pronunciata a suo tempo da Nixon a proposito di Kennedy: – In te vedevano ciò che avrebbero voluto essere, e gli altri ti odiavano perché non potevano fare a meno di amarti -, credendo in tal modo di conferirgli cristallina dignità postuma. E ovviamente equivocando tutto il senso della citazione nixoniana, eventualmente, ma G.W. Bush non è mai stato un fulmine, si sa. Quindi, “che glielo lo dico a fare!”
Se non nutrissi un sincero scetticismo sul ruolo del cinema come attendibile fonte storica dell’età contemporanea comincerei a preoccuparmi seriamente.

E in attesa dell’inevitabile riabilitazione di “Dirty Donald” guardiamo scorrere la sua immagine davanti ai nostri occhi e stiamo lì pensierosi e un po’ frustrati ad immaginarci anche solo per un istante che quello a cui stiamo assistendo è soltanto l’ennesimo passaggio in tv di uno scadente B-Movie, la brutta copia di un film del coriaceo Ispettore Callaghan che da un momento all’altro sarà interrotto dalle pubblicità dei pannoloni per adulti e piccini.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Allarme e sconcerto presso vari settori dell’opinione pubblica americana e non solo dopo l’inchiesta della Cia sulle presunte interferenze dell’ hackeraggio russo sulle recenti elezioni presidenziali. Si sarebbe consumata una subdola manipolazione informatica del voto americano da parte di uno stato estero allo scopo sistematico e scientifico di agevolare l’elezione alla presidenza di Donald Trump. Speriamo che la Cia questa volta ci abbia azzeccato. Ma attenzione secondo gli esperti questa insistenza quasi ossessiva per mesi sull’argomento e la catalizzazione maniacale dell’interesse di media e opinione pubblica potrebbe essere controproducente. Perché potrebbero avere come risultato finale l’improvviso risveglio da un lungo coma degli americani che rischiano di ritrovarsi in casa un candidato “demagogo” che ha già spaccato l’America, aiutato indebitamente dagli odiati russi per di più e che si avvia, dunque, alla Casa Bianca “privo della legittimità politica e morale necessaria per ricoprire il ruolo di presidente”. Certo che sono proprio stravaganti questi americani! O forse hanno soltanto della politica e della morale un concetto veramente bislacco oltre che elastico. Altrimenti non si capisce perché tacciano l’evidenza spudorata che il buon “demagogo” Trump la “legittimità politica e morale necessaria per ricoprire il ruolo di presidente” non ce l’aveva neanche prima. E lo sapevano, ma da bravi pragmatici e sostenitori del “sogno americano” e soprattutto praticanti di doppia e tripla ecc. morale a tutti i livelli, se ne sono fregati letteralmente. Cosa vogliamo aspettarci ancora da uno che senza battere ciglio ti nomina ufficialmente tra le altre, un certo Rex Tillerson amministratore delegato di Exxon Mobil a nientepopodimeno che Segretario di Stato? E che ci sta a fare un tipo simile ai massimi vertici della politica estera americana? A difendere meglio in America e nel mondo i diritti sindacali dei lavoratori della Exxon? Poco probabile! Non sarà in leggerissimo conflitto di interessi? Gli interessi di chi, poi? Mr. Tillerson ci invia l’ulteriore comunicazione ufficiale dell’inestricabile connubio tra politica ed economia o meglio della “politica che si fa economia”. Ed è così che si sancisce ufficialmente, se ce ne fosse ancora bisogno, che gli affari privati di una multinazionale del petrolio assurgono a interesse collettivo. “Se cresce l’azione, cresce la nazione”. La “nazione che si fa azione”. Vengono i brividi al solo pensare alla capitalizzazione di imprese come Microsoft, Apple, Google, la stessa Exxon. Si parla di stramiliardi di dollari di valore di mercato. Bilanci aziendali più solidi e opulenti delle finanze di certi paesi del pianeta. E quanto vale la capitalizzazione di un paese come l’Italia che ogni anno deve inventarsi una legge di stabilità per evitare il fallimento totale o “default” come dicono gli “economitici”? Come si può pensare che un simile contante non abbia una qualche influenza sulle scelte “politiche”, etiche e morali di uno stato? Quindi, non c’è conflitto di interessi: ciò che è buono per la Exxon è buono per tutti gli americani. Niente di strano! Ovviamente, se una compagnia fa profitti ci scappano posti di lavoro per molte migliaia di cittadini. E di questo siamo tutti veramente stracontenti. Allora, sveglia ragazzo! È l’economia che fa la politica, bellezza mia. E tuttavia, che gli interessi di una Stato e dei suoi cittadini finiscano per identificarsi con le strategie di accoppiamento sul mercato di una qualche multinazionale degli idrocarburi mi causa ancora qualche acidità di stomaco. Un brivido mi sale lungo la schiena se ripenso soprattutto a quale ricaduta questa entrata ufficiale delle compagnie petrolifere nel tempio della politica americana, nella stanza dei comandi supremi dei controllori (loro che dovrebbero essere i controllati) possa avere potenzialmente sulle “politiche” energetiche e ambientali e sulle strategie “geopolitiche” (leggi “conflitti militari”) di una nazione e del pianeta tutto, direi, vista la strapotenza della nazione di cui stiamo discettando. Tutto il mondo è veramente uno strano paese. Ma neanche tanto alla fine. Ho sempre pensato che l’affermazione in molti campi del vivere sociale dipenda da un’assoluta assenza di pudore. Cioè dalla capacità di dire e commettere nefandezze inaudite senza alcun senso di colpa, che sarebbe pure troppo pretendere, ma senza nemmeno il benché minimo senso di vergogna che rappresenterebbe almeno, seppure in nuce, una specie di abbozzo di coscienza civica (e nonostante la sua valenza originariamente narcisistica, della vergogna dico non della coscienza civica). È qui che sta il segreto del successo, dunque? In questa totale mancanza di decenza? In questa assoluta certezza di impunità? Se è qui l’inferno cui siamo condannati, tutto sommato non è poi così male!?

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