Vaso di Pandora

Un attimo dentro un cinematografo: emozioni in 2D

“Ci racconta di un incontro di cura, con intensità  volutamente caotica. Ma chi assorbe il periodare di Saramago o addirittura a suo tempo ha osato avvicinarsi a Finnegans Wake (non certo il sottoscritto) non si scandalizza proprio per questo modo di esprimersi… Il discorso destrutturato non è più una novità…”.

Pasquale Pisseri    

E’ uscita recentemente la sesta stagione di Black Mirror, serie tv che come gruppo di Tecnologia che Cura abbiamo individuato essere uno strumento utile, soprattutto per le tematiche di alcuni episodi, per affrontare in alcune strutture e con ospiti interessati determinati argomenti dalla ricerca dell’approvazione di sé e della propria identità dai “likes”, già termine (forse) arcaico, oppure l’esasperazione della violenza sui media seguita dagli ospiti, molto informati sulla cronaca … nera. 

Per chi non la conoscesse Black Mirror, lo stesso titolo si riferisce agli schermi neri, ovvero spenti dei nostri telefono, tablet, pc, … Che poi diciamoci la verità, quando mai sono spenti i nostri telefoni? Sempre con qualche notifica in arrivo, ma a spegnerci forse siamo noi e il titolo diventa allegorico come la serie stessa. Si tratta di una serie tv Netflix dove scenari e personaggi sono diversi in ogni episodio e ciò ne permette l’estemporaneità nei nostri gruppi. L’ambientazione principale riguarda la risoluzione di problemi attuali e le sfide poste dall’introduzione di nuove tecnologie dove queste ultime non diventano più un sussidio se esasperate. Penso al recente articolo del Dr. Giusto dove vengono messi in discussione i bot come Alexa, con molti dei nostri utenti stiamo lavorando affinché utilizzino le funzionalità vocali per integrare i propri deficit, ma il confine è sottile e si rischia che “ Intelligenza artificiale al nostro servizio sino al limite della dipendenza”.

Dopo un colloquio con un ospite nasce questa riflessione, perché potrebbe ricordare una puntata della serie Black Mirror proprio basandoci sul quesito se davvero la tecnologia può aiutarci a stare meglio nei giusti limiti oppure preferiamo essere umani con tutte le conseguenze che comporta.

A un ospite angosciato chiedo di sederci in sala medica e raccontarmi cosa fosse successo da farlo stare così male da chiedere il ricovero, quando si tranquillizza gli faccio una proposta: quella di provare a riuscire di dimenticarci per un attimo di essere dove ci troviamo e accetta anche se titubante della riuscita, insieme cerchiamo di rimanere sul focus della conversazione e mettere da parte il resto: sei mai stato nel cinematografo della tua vita?  E’ impazzita la dottoressa, avrà pensato.

Che film proiettiamo oggi? –  Non saprei, risponde, forse un mix – e non ha tutti i torti avendo vissuto le atrocità della guerra, dell’emigrazione, ma anche esperienze uniche nel loro genere che si mischiano in unica trama quando le racconta: una vita, quella di un uomo che è ancora sul ring e ci risale anche in questo momento mentre state leggendo, ogni giorno.

La tua vita per me sarebbe un film di avventura, hai vissuto esperienze incredibili, molte dolorose, ma anche piene di bellezza e gentilezza: Dove hai trovato l’amore nella tua vita?

«Quando stavo a casa con tutta la mia famiglia, nella mia quotidianità in giro per Genova; a 12/13 anni la mia compagna di scuola era troppo bella moretta, gli ho portato in regalo dalla Grecia un orologio elettronico che in tempo comunista non esisteva ancora, ho rischiato; a una ragazza, durante una serata, in greco le ho detto “Se per favore, poteva avvicinarsi” e lei con mio stupore lo fece, i capelli lunghi e la pelle olivastra, nessun bacio, ma un sogno per gli occhi, però ho dovuto mentire sulla mia religione per paura di non essere accettato –  ricordo al sorriso di mia madre quando dopo quella sera volevo già sposarmi, mi disse c’è tempo per te amore; il sorriso di mia madre; in Italia poi c’è Roberta, al centro diurno solo baci, ci amavamo tanto; lo vedo nei matrimoni delle persona: quanto era bella mia sorella vestita da sposa, i suoi capelli biondi, come i tuoi, mi commuovo a parlarne; poi sono arrivati i mie nipoti, ho una famiglia grande che in questo caso è bello; Raffa l’ultimo amore; gli operatori non meritano il mio amore e poi conosco il loro ruolo, ma gli voglio bene e che comunque porto nel cuore ognuno di loro. Voi fate per me, io ricambio come posso. Non lo faccio apposta se sono così cattivo, forse è la mia “diagnogni”, si dice così?».

Rispondo, forse siamo più umani che diagnosi, poco conta la grammatica e per questo ho lasciato errori volontari della nostra chiacchierata, contaminata dal mettere insieme le frasi appuntate.

Un’ultima domanda? E ricordando tutto questo lo rivivestri, nonostante il dolore vissuto, ma anche tutto l’amore che porti negli occhi lucidi e azzurrissimi o preferiresti che la tecnologia lo trasformasse in un film definitivo privandoti di tutte le emozioni da alleggerirti un po’? – In che senso – Scegli i tuoi ricordi o preferisci farne un film, privandotene, magari vincerai dei premi Oscar, ma per te saranno solo emozioni in 2D su uno schermo e non più parte di te?

“Scelgo la vita che ho vissuto, dell’amore non rinuncerei mai. Vivrò per le belle cose che amerò.”

Possiamo dire calate il sipario, anzi spegnete lo schermo, ma fatelo davvero, anche per qualche secondo dopo la lettura.

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Commenti su "Un attimo dentro un cinematografo: emozioni in 2D"

  1. Sempre sul ring, ma quanta sofferenza dietro ogni combattimento, voglia di rimanere vivi nonostante il passato, tanti lutti, una famiglia attonita dalla sofferenza, una famiglia dove si vive per lavorare e l’”ozio” non è contemplato, provare amore spaventa, l’amore delude e poi ti abbandona. Ma per fortuna ci sono gli operatori con i quali salire sul ring, le ferite e le male parole si rigenerano sempre, la frantumazione del trauma forse si può superare! Grazie Ginevra e grazie G!

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