Vaso di Pandora

Tutti gli animali che incontriamo nei nostri sogni

Commento alla notizia apparsa su La Repubblica il 4 maggio 2016

Silvia Ronchey, collaboratrice di James Hillman fino alla sua scomparsa, esprime con intensa partecipazione il pensiero di lui sul nostro rapporto interiore con gli animali (anche nei suoi riflessi con quello esteriore e pratico). Un dato di fatto è la forte presenza degli animali nel nostro immaginario: come rivali, alleati, ausiliari sottomessi, tutto un po’; e comunque spesso portatori di attribuite caratteristiche umane.

Ciò, certamente non soltanto nei sogni. Le favole boscimane abbondano di personaggi animali fra i quali primeggia la mantide, astuta e capace di trasformarsi a volontà in altro animale: e poi formichieri, rane, tartarughe ritenute messaggere della luna… Alcune storie rivendicano una superiorità degli umani: essi hanno avuto origine comune con gli animali ma grazie alla loro astuzia hanno preso il sopravvento. In una favola ottentotta, il leone aveva un tempo le ali che lo rendevano ancor più temibile: ma l’uomo glie le ha tagliate.

Nella Bibbia, questa superiorità viene proclamata da Dio stesso, che incarica Adamo di dare un nome a ogni animale, in una simbolica assunzione di controllo; tuttavia ad essa sfugge, con le note conseguenze, quell’animale particolarmente insidioso che è il serpente. Nei riti sciamanici, ancora praticati in certe culture, il momento chiave è l’identificazione del proprio spirito guida, in forma animale. Negli sviluppi culturali europei, i bestiari medievali mescolano animali reali con creature chimeriche, rappresentanti simbolicamente qualità e vizi umani. Su questa falsariga, siamo giunti agli animali umanizzati di Walt Disney e al loro travolgente e non casuale successo editoriale.

Nelle culture contadine europee, a quell’alimento fondamentale che è il grano è stato attribuito uno spirito, un’anima, che inoltre si poteva incarnare in un animale: cane, lupo, topo, cavallo, maiale, lepre, capra, bue… Alla fine della mietitura, si banchettava con le carni di qualcuno di questi animali: banchetto rituale che non può non ricordarci il nostro rito eucaristico, in cui fra l’altro la sostanza della carne (umana, ma di un uomo definito “Agnello di Dio”) si manterrebbe sotto le specie apparenti dell’ostia, fatta di farina di grano: il cerchio si chiude…

Questa presenza non è sorprendente, e credo nasca da tanti fattori. Uno è il più ovvio: gli animali sono stati da sempre un elemento essenziale dell’ambiente in cui ci muoviamo: animati, poco prevedibili, in un complesso rapporto con noi fatto di rivalità, rapporto di cacciatore e preda con ruoli alterni, sottomissione, collaborazione, sterminio… non possiamo certo dimenticarli solo perché da un po’ di anni i rapporti reali con loro si sono diradati. E poi hanno con noi molti aspetti comuni misti a importanti differenze, e ciò potrebbe avere un effetto perturbante in senso freudiano: perturbante è ciò che ci è a un tempo estraneo e familiare.

Hillman ci offre una sua chiave di lettura: sintetizzando all’estremo, il forte rapporto fra gli animali e noi nasce dalla comune appartenenza a una superiore realtà: è il concetto di anima mundi di origine platonica, che vede l’universo quasi come un grande essere animato e dotato di intenzionalità. Mutatis mutandis, è un concetto che ha trovato un suo sviluppo nell’idealismo tedesco per cui al centro di tutto sta la realizzazione dello Spirito.

Confluiscono nella visione di Hillman numerosi apporti: il più esplicito e riconosciuto è la appartenenza al filone junghiano. C’è poi una spinta ecologista, la stessa espressa già nell’ottocentesco “Walden” di Thoreau, che l’ha scritto dopo un volontario eremitaggio di due anni nei boschi; essa si fa più che mai forte oggi mentre il rischio di un esaurimento delle risorse si fa concreto. C’è la critica alla psicanalisi classica, che cercherebbe la patologia nell’individuo anziché in patologici assetti di una cultura mal orientata; e qui c’è un evidente riferimento alla scuola di Francoforte, principale fonte culturale dell’antipsichiatria.

Qualcuno ha accostato il suo pensiero alla cosiddetta new age, ai figli dei fiori che non senza grosse ingenuità avevano proposto nuove modalità di socializzazione, più attente alle esigenze istintivo – emotive e meno all’implacabile ordine sociale. Hillman ne ha però preso le distanze, rivendicando al diritto a una terza via, distinta sia dalla new age sia da uno scientismo negatorio di tutto ciò che lo trascende.

Si può non concordare con tutto ciò che dice, ma non si può non riconoscere attualissima l’esigenza di non tagliare del tutto le nostre radici astraendo dal rapporto con la natura: minaccia che si fa ancora più pressante con il progressivo affermarsi del “virtuale”. Un esempio minore fra tanti: di fronte a un bel paesaggio, la sua fruizione multisensoriale fatta anche di odori e sensazioni tattili (il vento, il sole..) spesso cede di fronte all’esigenza di imbalsamarlo – ormai fin troppo facilmente – in una foto, dove diventa sostanzialmente immateriale. La distruzione della natura e degli animali selvatici è incentivata dalla fantasia di poterne quasi fare a meno, creandoci un ambiente interamente artificiale e su misura. Diviene ogni giorno più vero l’ammonimento di Jung: noi viviamo in “un manicomio di astrazioni”.

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