Studi e ricerche

Tra crisi e tweet benvenuti nella nuova età dell’ansia

Panfilo Ciancaglini
25 Luglio 2017
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Tra crisi e tweet benvenuti nella nuova età dell’ansia

Commento all’articolo di Alex Williams apparso su La Repubblica il 20 luglio 2017 
L’articolo fa riferimento esclusivamente alla realtà degli USA e ha un taglio marcatamente sociologico.

Un commento complessivo su tutti i temi toccati richiede competenze di cui non dispongo. Proverò a estrarre qualche spunto di interesse per il nostro lavoro di operatori della salute mentale.
Si accenna a un’indagine secondo la quale la prevalenza dei disturbi correlabili all’ansia nei giovani tra i 13 e i 17 anni sarebbe del 26% nei maschi e del 38% nelle femmine.
Al di là del dato numerico che può variare a seconda della metodologia utilizzata, esiste un consenso diffuso sul fatto che i disturbi d’ansia sono quelli che compaiono più precocemente e che rappresentano un malessere indifferenziato con possibilità di evolvere, in un certo numero di casi, verso la depressione, il disturbo bipolare e la psicosi. Per questo motivo il concetto di intervento precoce per la prevenzione della psicosi è stato abbandonato in favore di quello di prevenzione in salute mentale.
Un’altra osservazione condivisa è che la depressione nel mondo giovanile sia considerata in modo negativo e stigmatizzata come “sfiga” mentre l’ansia e soprattutto gli attacchi di panico sono percepiti come più compatibili con l’appartenenza al gruppo di amici.
Williams pone in relazione la diffusione dell’ansia con l’uso degli strumenti digitali all’interno di una società richiedente e stressante. Un tema non nuovo. Basti pensare alla pubblicità italiana del Cynar negli anni 60 in cui un tranquillo Ernesto Calindri sorseggiava la sua bibita seduto ad un tavolino in mezzo al traffico di auto “contro il logorio della vita moderna”.
Il discorso sulla “vita moderna”, in questo caso “l’età dell’ansia”, trova uno dei suoi fondamenti nella dicotomia lento-veloce, da Chaplin ai Futuristi, con diversi accenti e opzioni sulla polarità migliore.
Rispetto a questa dicotomia e a quella correlata piccolo-grande viene anche proposta una differenza generazionale tra i giovani degli anni 90 e quelli della generazione attuale. La diversa moda di atteggiarsi sarebbe influenzata da modelli letterari, cinematografici, televisivi e dei media digitali. Anche in questo caso niente di particolarmente diverso dall’influsso di James Dean o dell’esistenzialismo francese sulle popolazioni giovanili coeve.
Non bisogna tuttavia dimenticare che la moda rappresenta la massima frequenza di un fenomeno e che gli atteggiamenti descritti si coniugano sempre con un’equazione personale fatta di molte altre polarità tra cui quella fondamentale internalizzazione-esternalizzazione.
Resta il punto della specificità dei media digitali. Ma su questo non ho conoscenze sufficienti. Come recita la settima proposizione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
Quanto a Trump, mi direi e vi direi: è il suffragio universale, bellezza, e tu non puoi farci niente!



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