Attualità

Terrore e terrorismo

Felice Alessandro Spata
1 Aprile 2016
6 commenti
Terrore e terrorismo

Segue un commento di C. Conforto, G. Giusto, R. Antonello, P. Pisseri

…All’indomani delle “stragi” sembriamo tutti un po’ dei reduci di guerra affetti da PTSD: alcuni piangono rassegnati e impotenti di fronte all’orrore dei corpi in pezzi mostrati in tv; altri “si mettono a dare calci a destra e a manca” per la rabbia e rischiano di tornare in sé soltanto dopo che si sono resi conto di “aver sfondato nel frattempo la faccia a qualcuno in mezzo ad una strada”, nella migliore delle ipotesi. Siamo stati “addestrati” per diventare macchine per dissociare e razionalizzare. Siamo come bombe ad orologeria: prima o poi le nostre reazioni fatidiche all’orrore consueto scoppieranno ancora puntuali e con effetti sempre più deflagranti…

Sento ancora il bisogno di dibattere sulle vittime dell’ennesimo genocidio terrorista. Qualcuno dice che dovremmo abituarci a “convivere” con questi fenomeni orripilanti, un po’ come abbiamo accettato l’idea del “tasso di disoccupazione frizionale” al 4% come naturale e ineluttabile esito dell’attuale organizzazione del mercato del lavoro. E allora quanti disoccupati ci aspettiamo statisticamente nel biennio 2016/2017? E quanti morti per terrorismo nello stesso periodo? Morti e disoccupati, nient’altro che statistiche, mere variabili, anzi costanti imprescindibili della nostra vita quotidiana, ormai. Può apparire stucchevole sinceramente stare qui a discutere sulle motivazioni psicologiche se non psichiatriche o politiche e sociologiche che possono aver spinto queste persone a diffondere morte e distruzione senza ritegno.

Questo genere di spiegazioni sempre puntuali all’indomani di atti terroristici non ci hanno messo al riparo purtroppo, mi sembra, dagli attentati stessi. Questo non significa che voglio rinunciare a “comprendere” nel senso di “capire” cosa abbia prodotto l’attentato in quanto fenomeno complesso. Vorrei sottolineare che “comprensione” qui non significa tolleranza, giustificazione, indulgenza, sottomissione, passività, ma è il tentativo di mettere la potenza dei neuroni ancora funzionanti “al servizio dell’intelletto, con l’obiettivo eventuale di provare a chiarire le cause che potrebbero aver prodotto un dato evento”. Un invito direi alla “responsabilità tragica” e a fuggire la “logica della colpa”. Assumere una “posizione depressiva” in questi casi ha il vantaggio almeno di restituirti tutta la complessità della realtà che stiamo vivendo e comunque è sempre meglio di certe “posizioni schizoparanoidi” che tagliano la realtà con l’accetta del “pensiero dicotomico” che certo non ci aiuta granché nei momenti di grave lutto come questi.

E proprio allo scopo di approssimarmi alla complessità del fenomeno delle “stragi terroristiche” mi serve richiamare l’ultimo capoverso dell’articolo del Prof. Giusto “Perché si muore per uccidere” quando propone che “il problema da individuale diventa collettivo …sociale, economico, politico e culturale e nessuno se ne può sentire estraneo come nessuno poteva né doveva sentirsi estraneo al nazismo”.

Quindi, l’autore sembra voler prendere in considerazione, proprio in virtù della complessità della realtà stessa, la prospettiva degli “Altri” cioè di coloro che sono vittime dirette e indirette delle stragi terroristiche e di chi finisce per essere semplice spettatore di simile violenza. Tralascio di approfondire, ma solo perché lo ritengo scontato, il fatto che, insieme al rafforzamento dell’intelligence e delle misure di sicurezza e della collaborazione tra gli stati ecc., questo tipo di approccio sistemico, per così dire, mi pare l’unico atteggiamento sensato e idoneo, pur nella sua ampiezza potenziale di intervento, ad arginare concretamente questo genere di violenza (e comunque sempre più sensato di chi all’indomani della strage di Bruxelles ha proposto come da copione l’ennesima “chiusura delle moschee o delle frontiere” spacciandoli senza vergogna come possibili atti risolutivi).

Mi soffermo in particolare, sul richiamo a “non sentirsi estranei al problema”. Non è una chiamata di “correità” quella del Prof. Giusto evidentemente, però è interessante, secondo me, porsi il problema di quanto “effettivamente” “Noi-Altri” (“non-terroristi”) siamo parte (in che misura responsabili o colpevoli) del problema medesimo in un’ottica di “comprensione” nell’accezione più sopra richiamata e lungi da me qualsiasi tentativo giustificazionista, ribadisco.

Premetto che per la disamina mi servirò anche di alcune concettualizzazioni psicanalitiche con la consapevolezza che se è vero che “occorre grande cautela nell’introdurre i concetti psicanalitici nelle aule giudiziarie”, altrettanta prudenza occorre nell’utilizzare determinate astrazioni psicanalitiche nell’indagine del fenomeno terrorismo in quanto manifestazione complessa a cavallo tra l’aspetto psicologico individuale e quello sociologico collettivo.

E utilizzerò tutta “l’ambiguità” apparente dei termini “responsabilità” e “colpa” per esprimere tutta la complessità dei miei dubbi “cosmici”.
Dunque, casualmente (?) qualche giorno fa rileggevo alcuni passi di un articolo di Main “Knowledge, learning, and freedom from thought”, che tratta per la verità delle comunità di riabilitazione. Mi scuso per quello che può sembrare a primo acchito un incauto quanto dissennato accostamento, ma le vie delle “associazioni” sono infinite, come è noto. E con tale balzano collegamento non voglio qui nemmeno riferirmi al terrorismo come ad una “malattia sociale”, né sto proponendo che i terroristi siano vittime di “malattie” comportamentali socialmente e psichicamente determinate, da affrontare in qualche comunità terapeutica, eventualmente.

L’allusione vorrebbe evidenziare tutta la difficoltà di interpretare l’oggetto terrorismo e la sua efferatezza di proporzioni tali che si dice “non ha più nulla di umano”.
I terroristi sono psicopatici incorreggibili, o semplici delinquenti? Criminali intelligenti, o nient’altro che farabutti della peggiore specie? Oppure possiamo interpretare il terrorismo come uno stato psicopatologico che può essere definito al contempo come “disturbo sociale” o meglio “Anti-sociale” nel senso del terrorismo come “sintomo” o espressione di una “società disturbata”. La diatriba può dare un’idea delle difficoltà che si incontrano nella classificazione di questo tipo di violenza.

Uno dei semplici fattori che sconvolge qualsiasi controversia sulla “responsabilità morale” e/o criminale dei terroristi è che, se ammettiamo che il terrorista sia affetto, ad esempio, da un disturbo antisociale di personalità dobbiamo ammettere in linea di principio che le facoltà intellettuali dello “psicopatico-terrorista” siano intatte, e tuttavia il pensiero razionale non ha per lui alcun valore temporale. Il terrorista omicida o suicida sa perfettamente ciò che sta facendo e quali saranno le conseguenze. Ma questa conoscenza non gli serve a nulla “egli non riesce a vedere più in là della prossima mezz’ora”.

Quindi, si può sostenere legittimamente che la violenza terrorista e la disumana infrazione di una legge morale che questa comporta rappresenti una forma di disturbo mentale. Anche se dubito che “un qualsiasi giudice a Berlino” sarebbe disposto ad assegnare la seminfermità mentale ad un terrorista autore di strage. Si può altrettanto legittimamente affermare che atti di irragionevole violenza che infrangono le più fondamentali prescrizioni e disposizioni che regolano la quotidianità della vita civile non sono necessariamente un segno di anormalità.

Certo non si può dire neanche semplicemente che il terrorismo sia una reazione di certi individui alle avversità economiche e sociali come potrebbe essere un qualsiasi reato di furto. Dato che abbiamo scoperto tra le altre cose che in un gran numero di circostanze le cause del furto sono tutt’altre che le costrizioni economiche.

Se volessimo considerare il terrorista come persona affetta da un grave e pervasivo disturbo antisociale (quindi muovendo preventivamente da un’indagine psicologica) dovremmo poi procedere ad una diagnosi sociale o meglio del sociale, ma una tale diagnosi deve essere mutuata per forza da una diagnosi effettuata in base alla psicologia individuale, in linea di principio. Insomma, nel caso del terrorismo come nel caso di qualsiasi altra infrazione del codice morale, etico o “civile” la scoperta del movente-motivazione è importante per la disamina della situazione, ma il “movente” non può prescindere da un accurato esame psicologico individuale. Quindi, la “diagnosi sociale” non può prescindere dall’esame psicologico sul singolo, alla fine. E questo senza l’ombra di voler concedere a questi assassini la benché minima “attenuante”. In definitiva, ritornerebbe la vexata questio “dove finisce l’individuo e dove inizia la società e viceversa”.

A questo punto non so se sia davvero così importante decidere se il terrorista sia un delinquente o un malato o tutt’e due. O meglio sinceramente non lo so! È una cosa troppo grande per me!

Quello che so con discreta sicurezza è che le etichette sociali e/o psicologiche individuali esprimono in molti casi la disapprovazione, il pregiudizio, naturale e sacrosanto della collettività insieme alle sue esigenze di autoprotezione. Attribuire un’etichetta o una classificazione ci difende dall’angoscia dell’indefinito. La catalogazione ti conferisce la percezione del controllo di una data situazione e così facendo si esorcizza la paura. È questione di economia mentale: si ha bisogno di semplificare la realtà per poter sperare di agire su di essa in qualche modo.

Tuttavia, anche provare ad accostarsi ad un fatto emotivamente così straziante con presunta e “laica considerazione della realtà oggettiva”, può essere un’illusione dettata dall’esigenza di liberarsi dallo sgomento. Sperando che questo esercizio di retorica non finisca per apparire offensivo alla memoria delle vittime e alla sensibilità dei loro congiunti per l’aspetto provocatorio che di per sé tale “esercitazione” di pensiero può contenere.

Detto questo, Main, nell’articolo citato sopra, scrive che “le idee possono passare da una persona all’altra e cambiare residenza all’interno della mente, spostandosi dalle aree pensanti dell’Io alla moralità rigida dell’Ideale dell’Io e del Super-Io. Egli suggerisce che questa promozione gerarchica delle idee, dall’Io al Super-Io, operi sia a livello individuale sia a livello gruppale e intergenerazionale”.

I terroristi verosimilmente soffrono di un eccesso di Super-Io?
Non sto tentando di “comprendere” le cause, ma provo a fare delle ipotesi (scientifiche?) sulla condizione presumibile in cui può versare, e senza giustificarlo minimamente, un potenziale terrorista. Allora, costoro devono essere armati soprattutto di un Super-Io sadico e arcaico che si trasmette di generazione in generazione e che “utilizzano” massicciamente per eludere il pensiero, con i sentimenti e le angosce che lo caratterizzano. Un modo per “proteggere l’individuo ed il gruppo dalla sofferenza emotiva, dall’incertezza e dall’ansia di ripensare i propri problemi”. Un modo per deresponsabilizzarsi ed evitare in tal modo di dover trovare soluzioni proprie. Essi utilizzano senza capacità alcuna di critica conoscenze già esistenti. “Quelli che potevano essere strumenti mentali degni di interesse” come certi precetti coranici, si trasformano per bocca e mano di furbi interpreti in “semplici credenze o insiemi di regole che non possono essere messe in discussione da nessuno e che limitano il pensiero” soprattutto degli adepti medesimi. I tentativi di discutere questi “precetti-credenze” si trasformano in sentimenti di persecuzione e di offesa perché le idolatrate regole sono state messe in dubbio. Dai benemeriti strumenti flessibili di pensiero “scaturiscono invece procedure rigide e le idee diventano principi “etici”. Gli individui e le “organizzazioni” passano dal possedere un’idea, all’essere posseduti da essa”…“La tradizione si trasforma in utopia e la consuetudine in mania, e nonostante le capacità dei singoli, l’idea (ossessiva) finisce per avere la meglio sul travaglio personale”.

Allora, i capi, i guru, i santoni di sette e organizzazioni terroristiche sfruttano, presumibilmente, prima di tutto il bisogno degli individui di appartenere ad un gruppo.

Mi tornaqno utili per il mio discorso alcune citazioni classiche di Rupert Brown quando scrive che “una delle prime conseguenze del divenire membri di un gruppo è un cambiamento nel modo in cui vediamo noi stessi”….«L’inserimento in un gruppo esige da parte nostra una ridefinizione di ciò che siamo, la quale, a sua volta, può avere delle implicazioni per la nostra autostima. (…)». Questo tipo di organizzazione criminale non è un caso che preveda la permanenza nelle proprie strutture non soltanto per mere necessità di addestramento, ma soprattutto per il necessario adeguamento del soggetto alle regole ed agli scopi omicidi dell’organizzazione che lo ha reclutato o nella quale ha scelto di militare. A questo punto è essenziale per essere ammessi nel gruppo un processo di svalutazione della propria autostima. Per rinunciare alla mia autostima o per accettare di sacrificarla in nome del gruppo, per accogliere tale “Deminutio” è condizione necessaria riconoscere l’autorità “morale” incontrastata dei capi, rideterminando in tal modo la propria autostima, ma ad un livello decisamente inferiore alla stima degli stessi capi. In questo caso l’aderenza al gruppo criminale ne determina anche l’accettazione incondizionata delle caratteristiche. Quindi, chi aderisce alle organizzazioni terroristiche non capiterà mai che si estranei dalle definizioni proprie del suo gruppo di appartenenza. In sostanza, gli adepti di un “gruppo terroristico” non percepiscono in realtà alcuna forte riduzione della propria autostima: essi hanno rinunciato all’individualità, e il gruppo che li accoglie è sempre percepito come un gruppo di altissimo valore morale.

Immagino, che nell’atto del reclutamento ci sia l’obbligo di consegnarsi completamente e senza riserve. Dare fiducia cieca ai capi di turno! Questo è l’imperativo! L’obiettivo primario è quello di farti uscire dal campo di addestramento come una “nuova persona”, che si è “pentita” ed è pronta ad espiare rinnegando la precedente “immorale e riprovevole” e che da quel momento inizia ad identificarsi con “un altro se stesso” che probabilmente ignorava, ma che albergava latente dentro di lui/lei. Ma allora, se è vero che soffrono di un Super-Io sadico e arcaico l’unico vero “senso di colpa” che proveranno non è mai verso le (potenziali) vittime, non si tratterà della “colpa segnale” (quella intrisa di elementi personali o di senso di responsabilità individuali che favoriscono la socializzazione) ma di un “senso di colpa” più vicino ad un concetto di “responsabilità” legato unicamente alla sensazione di aver tradito le aspettative e gli ideali dei “maestri” quindi relativo soltanto ai comportamenti attinenti ai rapporti con l’organizzazione criminale in senso stretto.

Questa acquiescenza cieca ai capi e alle loro direttive segna la fase iniziale del processo di “scarnificazione” dell’individuo in quanto la persona subisce una vera e propria lacerazione interiore. In termini più sofisticati questa “disgregazione-scomposizione” della persona necessita di una regressione massiccia ad un “Ideale dell’Io” puerile e onnipotente (istanza più “arcaica” e gigantesca del Super-Io in quanto più diretta erede del narcisismo) che in questi termini si esprimerebbe: – fai questo (uccidi!); sii come il tuo leader (ideale e onnipotente); pensa come lui; senti come lui -. Tutto ciò ovviamente se partiamo dall’assunto che questi teorici del terrorismo fanno leva maggiormente sul senso di inferiorità dei seguaci più che su un loro senso di colpa vero e proprio. Dunque, i presupposti sui quali poggiano le organizzazioni terroristiche, ma le associazioni a delinquere in generale prevedono sostanzialmente lo “svuotamento dell’individuo dai contenuti del suo essere”. E dopo che ci si è “consegnati”, si è quindi ridimensionati moralmente al ruolo di peccatori, instillato in loro “un senso della colpa” che prevede soltanto punizioni e dolore per gli “errori” commessi, inizia il percorso che li porta a diventare bombe umane. Quindi il suicidio come mezzo estremo per espiare i propri peccati e l’omicidio come mezzo estremo di conversione e purificazione degli infedeli stessi, ma trasformati di fatto in capri espiatori nient’altro che ricettacoli di tutti il loro risentimenti ed esigenze di vendetta totalmente consci, questa volta.

Certo è una spiegazione che subito mi appare parziale e semplicistica. E comunque vuole essere soltanto un punto di vista. E sorvolo sulle condizioni storiche, economiche e politiche che hanno determinato eventualmente o comunque favorito l’insorgere di questo Super-Io pervasivo e sadico.

Tornando adesso al versante auspicato dal prof. Giusto: “non estraniarsi” non può, secondo me, non equivalere ad una contemporanea “assunzione di responsabilità/colpa”. Ma in che modo “vogliamo” (possiamo) essere (sentirci) “responsabili/colpevoli” della strage di Bruxelles?
In linea di principio gli eventi per cui mi assumo una responsabilità possono essere da me causati intenzionalmente o anche inintenzionalmente. Allora, come posso essere stato “determinante” nella realizzazione del fatto in questione, mi chiedo? Posso dire di essere stato inintenzionalmente determinante con un qualche mio comportamento o idea, ma da ciò dovrebbe discendere che ci sia, più o meno coscientemente, la consapevolezza che ci sia anche la capacità di evitarlo, quindi. E ciò dovrebbe in parte sollevarmi da eventuali sensi di colpa distruttivi. Al contempo però il senso di colpa potrebbe essere determinato proprio dalla consapevolezza che si possa evitare il male, se tale splendida coscienza non è poi seguita da azioni idonee (dunque, possibili, fattibili) a raggiungere lo scopo. In questo caso la “non-azione”, l’inerzia possono essere dettate dal timore di perdere una qualche posizione di privilegio. E allora l’indifferenza diviene una forma di distrazione da un’immagine di sé intrinsecamente “cattiva”. Potrei dire di sentire un “senso di colpa” indefinito “er un evento di cui non dovrei avere responsabilità oggettive, o dirette, quantomeno non di natura intenzionale, ma che ha causato indirettamente un danno a qualcuno”. Quindi, pur avendo agito inconsapevolmente e non esplicitamente nella determinazione del risultato, mi sento comunque responsabile (colpevole?) per quello che è accaduto. E poi come posso effettivamente affermare che il mio agire è collegato indirettamente in qualche modo con il danno subito dall’altro soprattutto quando questo vive a migliaia di km distante da me? In che modo la mia volontà o inerzia possono avere influito nel determinare il nocumento?

Sostanzialmente, qui si tratterebbe di essere responsabile di “invalidazione di scopo” dell’altro. Lo scopo del diritto a vivere, se non altro.
Allora il punto fondamentale è secondo me “Come Sentirsi responsabili in modo efficace e concreto e senza cedere alle tentazioni del “no-globalismo” o “altermondialismo” e senza scadere in forme di culto sincretiche e universalistiche sterili e astratte sinonimo di vocazioni al martirio poco pratiche, se non altro.
Forse il compromesso che ci difende da un’angoscia senza fine di fronte a certa violenza è l’idea di disgiungere la responsabilità dalla colpa in modo che non ci sia tra loro rapporto diretto: nel senso che mi posso sentire responsabile di qualcosa, pur senza necessariamente crearmene un senso di colpa devastante. Così la coscienza è quietata! L’orrore diventa sopportabile. La razionalizzazione è compiuta con successo.

E se fossi “colpevole” proprio di “Razionalizzazione recidiva”, in definitiva? Il “razionalizzatore seriale”! Quali danni può apportare alla società nel suo complesso, dunque?

Quando parlo di “Razionalizzazione” mi riferisco ovviamente ad uno dei meccanismi di difesa di freudiana memoria, ma non voglio fissarmi in questa sede semplicemente sugli aspetti di controllo dell’economia mentale, anche perché successivamente abbiamo imparato che i meccanismi mentali non si risolvono soltanto in reazioni di difesa interne perché l’Io deve affrontare pericoli anche dall’esterno oltre che dall’interno. Tuttavia, l’argomento mi torna utile per chiarire meglio certo pensiero.

Comunque “colpevole o responsabile di Razionalizzazione” merita una spiegazione se non altro per chiarire gli eventuali collegamenti con i temi della colpa e della responsabilità innestati in una cultura che difetterebbe di un “Super-Io sociale”, per così dire.

Da qui si può ipotizzare con le dovute cautele che ad una eventuale “ipertrofia di Super-Io” nei seguaci del gruppo di appartenenti ad organizzazioni terroristiche sarebbe corrisposta una presunta “atrofia di Super-Io” nella “società” nel suo complesso o almeno in quella parte più precisamente che detiene la strapotenza economica e finanziaria di questo pianeta e per ciò stesso maggiore “responsabilità”, quindi.

Non è troppo bislacco definire alla fin fine l’atrofia o il deficit di Super-Io come una forma di “disturbo anti-sociale” se ammettiamo che certe − “istituzioni mentali” (individuali) vengono sviluppate proprio allo scopo specifico di “governare” i legami sociali dell’individuo −.

Intanto, mi giova ricordare che la mente agisce come un tutto, come un insieme complesso proprio come complessa è la realtà; quindi, dobbiamo ammettere, se non altro in linea di principio, che la Razionalizzazione agisce per forza contemporaneamente e collettivamente con altri meccanismi di difesa. In sostanza, la Razionalizzazione dimostrerebbe, come qualsiasi altro “meccanismo di difesa”, che “le operazioni di qualsiasi processo mentale dipendono dalla contemporanea azione di altri processi mentali” (il virgolettato sta a significare che – qui lo dico e qui lo nego −).

Allora è possibile che a questo ipotizzato “deficit di Super-Io collettivo” (leggi anche come menefreghismo, indifferenza), che contraddistinguerebbe “Noi-Altri” siano corrisposte insieme alla citata Razionalizzazione, un’alterazione di funzione della “Rimozione”, dello “Spostamento”, della “Formazione reattiva”, del Capovolgimento, della Compartimentalizzazione, della Moralizzazione, dell’Isolamento dell’affetto e dell’Identificazione. Insomma, al decremento di funzione del Super-Io sarebbe corrisposta un’alterazione di tutti quei meccanismi che a loro volta hanno finito per alimentare quello che una volta veniva considerato un meccanismo mentale più periferico vale a dire la “Dissociazione”.

Insomma, assistiamo al tripudio di tutti quei meccanismi mentali che fondamentalmente permettono di tenere insieme tutto e il contrario di tutto, di salvare capra e cavoli e senza il minimo scrupolo, senza alcun senso di colpa o sforzo minimo da parte dell’Io; la pace dei sensi in tutti i sensi, l’ “integrazione” dell’Io senza dolore alcuno almeno apparentemente. Si tratta del prevalere di una strana commistione di meccanismi e/o della loro trasformazione, in un certo senso, in quanto permettono da un lato di non escludere i conflitti e gli eventi stressanti dalla consapevolezza, non c’è espressione sintomatica evidente, rilevante, alla fine, necessariamente; l’affetto o impulso originario e il suo oggetto non necessitano di essere cambiati o alterati o spostati; sentimenti, idee, desideri non rappresentano più necessariamente una minaccia per l’equilibrio psichico; al contrario, questi meccanismi consentono una gratificazione soddisfacente nella consapevolezza dei sentimenti, idee, desideri, e delle loro conseguenze. E come se l’organizzazione sociale ed economica della moderna società capitalistico-occidentale (prendo quella occidentale come modello tradizionale ma si sa che anche le società “orientali” si stanno sempre più orientando verso il modello “capitalistico”) avesse condotto alla trasformazione sempre più marcata dei “meccanismi mentali o di difesa” in “stili di coping”. Considero le strategie di coping nell’accezione di risposta positiva o negativa, efficace o inefficace, alle esperienze di stress, che nascono dagli ostacoli al raggiungimento degli obiettivi desiderati (obiettivi non necessariamente sublimi o elevati).

In tal modo si raggiunge un equilibrio seppure precario, ma che ti conferisce il compenso sufficiente per poter continuare a funzionare “normalmente” come richiesto dalla società. E la società ti aiuta a funzionare offrendoti una gran quantità di rappresentazioni potenzialmente “dissociative”. Da una parte la “società” tende sempre più a non suscitare nell’individuo un “piacere sublimato”, non offre immagini-idee in numero illimitato, non gli consente la valutazione di molti punti di vista diversi, in tal modo lo rende meno libero in definitiva; ma, al contrario, suggerisce in modo “perverso” alle persone delle immagini del reale dello stesso tipo (propugna l’omologazione piatta delle idee, dei gusti, dei comportamenti, delle mode, non la ricchezza della diversificazione). Un andazzo emblematico di questo tipo lo si può cogliere nel dilagare illimitato della “proposta pornografica” o nella mondializzazione stile “Mcdonalds”. La pornografia non lascia spazio alla fantasia, alla creatività, è soltanto l’espressione statica e abbastanza ossessiva, sempre uguale a se stessa della nuda e cruda carne, anzi di pezzi di nuda e cruda carne. In sostanza, la tendenza è quella di non suscitare nell’altro rappresentazioni più libere e diverse. Quindi, niente sublimazione eventualmente che allarga e arricchisce l’Io, ma “perversione” tout court se per perversione intendiamo tutto ciò che restringe i processi mentali invece di amplificarli.

In tal senso persino l’idea del tasso di disoccupazione al 4% diventa un’idea globalizzata buona per tutti i gusti e tanto rassicurante perché contiene in sé tutto il vantaggio delle cose accettabili e indiscutibili contro cui non devi neanche prenderti il disturbo di ribellarti.

In definitiva, si afferma sempre più una sorta di monodeismo plastico che consiste sostanzialmente in un’induzione a focalizzare l’attenzione su una sola idea ricca di contenuto emozionale, ma priva di forza ideoplastica cioè che manca di suscitare la componente creativa nell’organismo, ma che induce comunque modificazioni psichiche e comportamentali soprattutto nelle persone più facilmente suggestionabili o tendenti alla dipendenza.

Tuttavia, uno degli assunti, per così dire, di questo scritto è che la “società” difetta di Super-Io perché non esiste più “conflitto” (non completamente, almeno) cioè i fini istintuali non provocano conflitto perché rimangono pur sempre compatibili tendenzialmente con le richieste o i dettami della società nel suo complesso.

Mi verrebbe da dire a questo punto che non essendoci un “conflitto” non sarebbe nemmeno necessario l’intervento di “meccanismi mentali” che distribuiscano, aboliscano, riducano o scompongano in quantità più piccole o inibiscano la scarica di questa catexi in qualsiasi punto tra l’eccitazione, per così dire, e la motilità-comportamento.

Quindi, in realtà non ci sarebbe nemmeno ragione che intervenga la Rimozione se con questa intendiamo un meccanismo indotto in linea di principio da una forma di giudizio di condanna; tuttavia, qui assumiamo che non c’è più “sanzione”, né disapprovazione se ti è concesso comunque di soddisfare i tuoi istinti primari (e nell’assoluto anonimato) potendo sfuggire al contempo al biasimo di una società che da un lato stigmatizza pubblicamente certi lati oscuri, ma dall’altro ha in sé, e te li mette a disposizione, pubblicamente, con facilità, dei dispositivi che ti consentono privatamente di dar sfogo alla tua ombra e senza eccessivi patemi d’animo e sfuggendo alla vergogna della riprovazione generale per di più. Consentendo in tal modo pur sempre non una fuga dall’ombra, non la sua “integrazione”, ma una sua “interpolazione”, ovvero “una coesistenza giustappositiva” nella personalità. Si attua in tal modo quella che potremmo definire una sorta di “scissione comunicante” la cui funzione è sostanzialmente permettere a due condizioni in conflitto di esistere senza creare confusione, sensi di colpa, vergogna o ansia sul piano cosciente. Insomma, si attua la “costanza” dell’oggetto pur in presenza di un atteggiamento di ambivalenza nei suoi confronti. Un esempio emblematico è il meccanismo della compartimentalizzazione difesa intellettuale più strettamente legata ai processi dissociativi e sostenuta da meccanismi rivolti ai medesimi scopi come razionalizzazione e moralizzazione.

Paradossalmente persino la sublimazione non sarebbe più necessaria in un simile contesto perché non ci sono più energie frustrate cui dare sfogo. Rimane valido invece il concetto della Rimozione che fa riferimento, più in generale, al ritiro di interesse dagli oggetti esterni. La rimozione “moderna”, e l’aggettivo non contiene ombra alcuna di ironia da parte mia, implica ancora ovviamente un ritiro di interesse dal mondo esterno, ma non tanto “involontario”. In alcuni casi si osserva un bisogno consapevole di cadere addormentati. Non c’è da “rimuovere ”rappresentazioni di pulsioni proibite grazie ad un gioco di disinvestimenti delle rappresentazioni angoscianti, quindi non serve nemmeno il controinvestimento cioè il reinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in altre rappresentazioni “autorizzate” (l’oggetto controfobico).

Quindi, esseri umani non più in balia degli impulsi ingovernabili dell’Es, schiacciati da un Super-io arcaico e sadico, mal protetti da un Io debole incapace di dominare le eccitazioni alle quali è soggetto, ma individui accerchiati dalle ingiurie dell’esistenza e che tentano di dominare le sfide e i mali della vita attraverso l’uso più o meno discutibile degli strumenti psicologici, materiali e sociali a disposizione.

Oggi non c’è l’individuo che si strugge nelle sue contraddizioni che “anela al mare, eppure lo teme”, ma l’individuo perfettamente integrato che vive consapevolmente le proprie contraddizioni e senza “senso di colpa” alcuno. La società ti permette una buona integrazione delle tue contraddizioni e non le giudica e non le disapprova anzi le alimenta sapientemente e senza farti sentire un derelitto.

Mi viene da pensare che in una società che ti offre tutto e il contrario di tutto e senza gravarti di condanne particolari, oltretutto, persino sognare durante il nostro sonno notturno diventa superfluo e persino lapsus e atti mancati sono inutili.
Mi chiedo a cosa possa servire, in definitiva, quella valvola di sfogo che fu il “ritorno del rimosso” se non ci sono più conflitti da rimuovere, ma soltanto desideri inappagati da “reprimere”?

In tale contesto il potenziale inibitorio non è più all’interno dell’individuo, ma è trasferito all’esterno delegato alla società medesima che decide alla fine cosa va inibito quando e come e in che misura. Il che se da un lato deresponsabilizza l’individuo dall’altro gli conferisce più che un equilibrio, una staticità sufficiente a consentirgli di non mostrare formazioni sintomatiche eclatanti (i sintomi sono meno clamorosi più intimizzati spesso accompagnati da un tono dell’umore in senso depressivo o ipomaniacale) e al sistema di perpetuarsi senza troppe scosse, quindi.
L’io in altre parole rimane il più vicino alla realtà grazie alla presenza sempre più massiccia di -istinti sempre meno conflittuali- quindi sempre meno la sua attenzione è rivolta alla gestione di impulsi inconsci. In questa visione soltanto l’Es non sembra dare eccessivi problemi in quanto appare non tanto dispotico perché comunque abbastanza soddisfatto, alla fin fine. E questo “Super-Io sociale” (il suo avvento) non si rivela eccessivamente tirannico. In sostanza, il sistema stesso che eventualmente ti causa sofferenza, ti offre al contempo una scappatoia, un rimedio a patto però che tu non metta in discussione il sistema medesimo. È il sistema stesso l’antidoto al sistema. Il sistema autopoietico che si autoperpetua, alla fine! Questo è lo scopo primario.

Ammetto che siamo caduti dalla padella alla brace se da un concetto di determinismo psichico siamo passati a quello che è nient’altro che una forma di determinismo o meccanicismo sociale o ambientale.

Ma quale potrebbe essere la mia “colpa/responsabilità, allora? Quella di non aver fatto sufficiente pressione sui miei governanti perché decidessero maggiori e più efficaci misure di sicurezza? O quella di aver contribuito alla realtà di un mondo ingiusto e insicuro? E in che modo? Quello in cui flussi migratori ormai incontenibili di lavoratori cercano in altri paesi una collocazione ai limiti della sussistenza accontentandosi di un misero salario pur di sopravvivere? Reo di non aver contestato abbastanza le aberrazioni economiche, sociali e culturali della globalizzazione? E poco conta se mi rifiuto di acquistare oggetti e indumenti frutto dello sfruttamento disumano spesso di uomini donne e bambini o comunque provenienti da paesi che non danno certezze sufficienti sul rispetto dei più elementari diritti umani (Razionalizzazione?). Poco male! Io posso permettermi di spendere qualche euro in più per quietare la mia coscienza. Ma quanti anche nelle regioni del benessere sono nelle condizioni socioeconomiche tali da potersi permettere tanti scrupoli di coscienza? Responsabile/colpevole della perdita di identità di milioni di persone costrette dalla miseria allo sradicamento per soggiacere a modelli di consumo uniformi che si trasformano in schemi di pensiero fissi e in valori assoluti che si finisce persino per agognare compulsivamente, in definitiva? E cosa centra tutto questo con le stragi terroristiche?

A meno che non pensiamo magicamente che le stragi terroristiche altro non siano che una punizione divina (a cui tutti “Noi-Altri” prima o poi potrebbe capitare di soggiacere) per i nostri peccati ovvero per quelle azioni citate sopra, la spiegazione non può bastare, fatalmente. Sebbene, l’ideologia o la falsa coscienza intrise di “passato, e di mal interpretati miti della razza e del popolo ” sopravvivano nelle pieghe di un Super-Io che “non necessariamente dipende dalle condizioni economiche” e/o sociali. Con questo si vuole esprimere la convinzione che non ci si può appellare semplicemente alle sperequazioni sociali per giustificare certe efferatezze, ma nemmeno può esserci un dio in nome del quale si possono commettere nefandezze inaudite. «L’uomo in tal senso non necessita né dell’autorizzazione, né dell’aiuto divino per scegliere tra il bene e il male, quindi può salvarsi o dannarsi con le sole proprie forze e persino mantenersi immune da ogni peccato».

Forse se devo pensare ad una responsabilità/colpa personale (diretta? Indiretta?) per i fatti di Bruxelles è quella di non avere con i miei comportamenti quotidiani riaffermato un “principio di equità”. Forse è colpevole la rassegnazione all’idea stessa che in questo pianeta ci sia qualcuno che giornalmente muore di fame, di guerra, di malattia o di terrorismo. Non è possibile ancora considerare queste brutture dei semplici effetti collaterali inevitabili del nostro sistema di vita o di produzione. Non è giusto, non è equo! Obiettivamente viviamo a contatto con una realtà che non soddisfa il nostro innato (quindi biologicamente determinato) “senso di equità”? Se è vero che i terroristi “soffrono di un eccesso di Super-io”, allora mi appare sempre più verosimile che noi individui “Altri” soffriamo di un difetto di Super-Io. Altresì, potremmo aggiungere su questa scia che i terroristi da una parte provano il senso di colpa persecutorio di chi si sente minacciato a morte e reagisce con processi di scissione e proiezione che rendono per un verso inclini alla resa e alla sottomissione (o alla ribellione) e per l’altro possono condurre alla follia, al suicidio e all’omicidio (di massa); e dall’altra parte ci siamo “Noi-Altri” che sentiamo il senso di colpa depressivo di chi prova per le sofferenze altrui un forte rimorso che però non è equiparabile tout court ad un sano senso di colpa quello che ci fa sentire responsabili per la sofferenza di qualcuno mettendoci al centro del mondo di quella persona e riconoscendo in tal modo il potere di danneggiare o aggiustare la sua vita. La colpa depressiva ha il brutto difetto di “apparire in taluni casi come una meteora e subito scompare”, quando al contrario quello che servirebbe è eventualmente un’assunzione di responsabilità più duratura che non si limiti al rimorso ipocrita e fuggevole e che al contempo non sfoci nella “follia del sentirsi responsabili dell’universo-mondo”.

Se il nostro delitto cioè se il delitto di “Noi-Altri” è il “menefreghismo”, allora il senso di colpa precede il delitto. Il senso di colpa non deriva dall’aver commesso il “crimine dell’indifferenza”, ma lo precede si potrebbe dire parafrasando Freud. L’indifferenza è il risultato dell’insopportabilità di un senso di colpa scaturito dalla nostra incapacità di far fronte al disequilibrio, alla disuguaglianza oggettivi che contrastano vergognosamente con il nostro naturale senso di equità, verosimilmente. Quindi il “peccato del disinteresse” è la conseguenza del senso di colpa, il meccanismo di difesa dalla “colpa” di chi ha deciso di sopravvivere all’atrocità (inevitabile?) delle stragi terroristiche nella convinzione che nulla si possa fare per fermarle. Viviamo questo senso di iniquità ma “non sappiamo” come porvi riparo, apparentemente schiacciati dalle logiche di sistema o semplicemente perché ci fa comodo pensarlo. Perché le cose accadono! Il male esiste! E non puoi farci proprio un bel niente!?

Forse la nostra prima “responsabilità”, il nostro primo dovere sono proprio quelli di sfuggire ad una forma di fatalismo esiziale: quello che vuole che non sia possibile “comprendere” la vita, che ci illude che non si possa operare su di essa, ma che pretende di convincerci che “bisogna accettarla con la semplicità d’un fanciullo”: − Non risiede nella regressione la cura −, non questa volta, almeno. Dall’estraniazione che fa rima fatalmente con acquiescenza e remissività non dobbiamo trarne alcun sollievo e consolazione. L’essere parassitati strumentalmente dal male! Non può essere questa la risposta all’orrore. Se volessimo trasporre la metafora biologica al funzionamento dell’individuo nella società umana, potremmo parlare pur sempre di una sorta di “parassitismo mutualistico” nel senso che l’individuo questa volta trae sì un vantaggio dalla “società-ospite”, ma non a spese dell’ospite, non gli crea alcun danno, anzi promuove “entusiasticamente” il suo sviluppo. Nessuno è immune dal “parassitismo”, anzi si potrebbe dire che quest’ultimo è diventato la “forma associativa” degli esseri umani tra loro per antonomasia o che rischia di diventarlo ad ogni istante. E i rapporti tra gli umani si riducono ad un mero rapporto di competizione/opposizione “interspecifica” fra parassiti-umani di stirpi diverse che perseguono interessi personali (tribalismo), ma che al contempo sono associati dal medesimo scopo di promuovere la sopravvivenza della medesima “società-ospite”. “Pur censurato come anti-comunitario, questo atteggiamento viene poi mantenuto come se nessuno potesse cambiarlo”. Costituisce mera consolazione, forse, pensare che questo genere di parassitismo possa costituire una sorta di specializzazione necessaria che porta ad una evoluzione secondaria dell’individuo rispetto alla società ospite, cioè che l’evoluzione dell’individuo deve necessariamente passare per questa forma di perversa simbiosi con una “società degli individui” dai discutibili parametri e valori etici (ricadendo però in tal modo in una forma di “fatalismo evoluzionista”, per così dire). Per la serie “l’individuo è migliore della società!”. Ma a ben vedere non sono così sicuro paradossalmente che a questa eventuale “evoluzione secondaria” del singolo corrisponda un’automatica evoluzione della “società” che lo ospita, nel suo complesso.

Secondo me, in buona sostanza siamo “vittime” di “un approccio duale alla vita”. Tendenzialmente, “il centro della comprensione dell’esperienza emotiva è cercato all’interno dello spazio tra la coppia… Fatalmente tutto ciò che esula dalla coppia finisce per condurre all’intolleranza della diversità (…). “Vale a dire che “l’assunto di base” è che la società viene compresa, nella mente dei suoi membri, come un insieme di relazioni e affiliazioni basate sulla coppia” che bene che vada sfocia nell’ “allargamento familista” dei propri orizzonti. “Le persone perseguono fondamentalmente un risultato individuale. Ciò è realistico, ma distoglie la loro attenzione dal gruppo”. Insomma, questa trasformazione del sistema socio-tecnico come conseguenza di un individualismo sconveniente non avviene da sola. La partecipazione al “gruppo” suscita una grande ambivalenza: nel migliore dei casi possiamo avere come detto sopra il “parassitismo fatalista” o la “simbiosi mutualistica” che protegge un sistema controverso, irrisolto, criticabile nelle sue fondamenta e sotto molti punti di vista; nel peggiore “suscita risentimento per le costrizioni della vita imposte dall’organizzazione del gruppo: il gruppo viene visto più facilmente come intrusivo e diviene l’oggetto di attacchi con maggiore facilità”. Ma gli attacchi non sono rivolti all’abbattimento del sistema, alla sua messa in discussione. Si tratta di “un’offensiva predatoria” rivolta primariamente all’accaparramento famelico di tutti i privilegi promessi dal sistema stesso. L’utilizzo di certe droghe sembra emblematico di certi assunti: l’eroina come strumento di fuga dal sistema e la cocaina come tentativo di integrazione massima al sistema. E allora, attacco o fuga, separazione o dipendenza, rabbia o rassegnazione. Non c’è scampo! La logica dicotomica del “senso di colpa” che ci accomuna e ci divide fa di nuovo capolino!

Anche quanto scritto qui può essere considerato il tentativo di reagire ad un mio personalissimo “senso di colpa”. Perché quando non si riesce a comprendere come agire esattamente per affrontare una situazione è verosimile che il “senso di responsabilità” lasci fatalmente il posto ad un senso di colpa vago, ma pur sempre consolatorio , tutto sommato. E ovviamente, non mi sento ancora “assolto” dopo tutto!



6 risposte.

  1. Giovanni Giusto ha detto:

    Grazie a Carmelo Conforto per aver impreziosito la mia breve riflessione sulla distruttività e conseguente povertà umana.

    In tal senso nulla di nuovo.

    Una cosa penso e ribadisco all’antico Maestro: non è possibile spiegare la guerra e la bomba atomica utilizzando il vertice di osservazione psicoanalitico.

    Quando, giovane studente, lessi Fornari, su questo argomento ne fui affascinato sia per lo sforzo che per la capacità di pensiero, ma poi nel tempo mi sono reso conto che sul dato di realtà pesano non tanto o non solo movimenti di tipo pulsionale collettivo quanto interessi economici (ricordate papa Francesco) che collimano perfettamente con la descrizione dell’uomo riportata da Freud ricordataci opportunamente da Conforto

    L’aspetto prevalente sembra quindi essere quello di una tendenza distruttiva che tende in fondo a negare la mortalità un poco come fa il suicida.

    Se poi questo atteggiamento che ciclicamente nella storia dell’uomo si ripete, sia invece fisiologico come gli incendi delle foreste è tutto da discutere.
    Mi piacerebbe che altri si esprimessero su ciò
    Grazie

  2. Carmelo Conforto ha detto:

    Commento a: “Perché si muore per uccidere” e “Terrore e terrorismo”

    Ho ritenuto di arricchire il contributo di Giusto, ove sono accennate brevi riflessioni psicoanalitiche riguardo al tragico tema del tendere alla morte propria e altrui, tema avviato dalle recenti stragi Isis, e il successivo elaborato di Spata, ritornando a proporre e riflettere affermazioni e considerazioni dello stesso Freud (che fa capolino nei due scritti).

    Inizio ricordando ciò che scrisse a Arnold Zweig, (2-12-1927) : “Sulla questione dell’antisemitismo ho poca voglia di cercare spiegazioni, in questa materia, provo una forte inclinazione ad abbandonarmi ai miei sentimenti e mi sento confermato nel mio credo, interamente non scientifico, che gli uomini sono mediocri e nell’insieme delle povere canaglie”.

    Giudizio pesante, in cui le emozioni hanno, in questa occasione, la meglio su ipotesi e teorizzazioni che illustrano grevi prospettive intorno all’uomo come descritte in “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte” (1915).
    Cosa vuole indicare Freud con “povere canaglie”?.

    Straniero, nemico, suggerisce, sono concetti che da sempre sembrano dare una definizione che consente di proporre una lettura simbolica della greve, mortifera aggressività, quella che demolisce l’illusione che l’uomo sia, originariamente, dalla nascita, buono, nobile, etico, insomma. L’uomo, nella realtà che Freud ci offre (in occasione della prima guerra mondiale), è proprietà, nella la sua più profonda essenza di “moti pulsionali elementare” tra cui i più egocentrici e crudeli”.

    Tema che, come è noto, ritorna rinvigorito nel carteggio Einstein-Freud, “Perché la guerra” (1932) in cui Freud riprende il riferimento alla “pulsione distruttiva” (vedi i precedenti: “Al di là del principio del piacere”,1920 , “L’avvenire di una illusione”, 1927, “Il disagio della Civiltà”,1929)- Freud propone ancora una volta l’eterno conflitto fra pulsioni che “tendono a conservare e a unire, Eros” e “quelle che tendono a distruggere e a uccidere (Thanatos)”. E’ persuaso che la pulsione distruttiva operi in ogni essere vivente, allo scopo di portarlo alla rovina, alla morte e aggiunge di avere l’impressione che “i motivi ideali siano serviti da mero paravento alle brame di distruzione.”

    Negli scritti sociali aveva parlato del lavoro dell’incivilimento, che opera spostando progressivamente le mete pulsionali e restringendone l’intensità. Freud conclude lo scritto osservando che “ tutto ciò che favorisce l’incivilimento lavora anche contro la guerra”.
    Non sono sicuro che ne fosse convinto.

    Un ultimo invito, certamente superfluo per chi ha proposto i due saggi: ricordare, rileggere, leggere gli scritti, sia pur non recentissimi, di Franco Fornari sul tema della guerra e della guerra atomica.

  3. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Accolgo l’invito del Prof. Conforto a leggere e rileggere gli scritti di Fornari e lo ringrazio perché mi da modo di elaborare ulteriormente questo mio “vago senso di colpa”. Conosco in parte Fornari per aver letto “Psicoanalisi della situazione atomica” e “Psicoanalisi della guerra” e conosco il suo attivismo nel promuovere concretamente certi “movimenti di educazione alla pace”. Molte elucubrazioni personali sono state ispirate proprio da questi testi. Al Prof. Conforto non sarà nemmeno sfuggito che aleggia qua e là nel mio scritto la vaga presenza di “Michele”: – Mi è caduto addosso il male del mondo…Volevo fare qualcosa per la pace perché mi sentivo colpevole della guerra -, dice Michele, il protagonista del romanzo giovanile di Fornari “Angelo a capofitto”. Per fortuna non c’è stata la guerra atomica e io non sono “impazzito di dolore e d’amore” nel tentativo di salvare il mondo. Anzi, non ci ho nemmeno provato, sinceramente. Almeno credo!? Tuttavia, confesso che in passato ho peccato di un eccesso di identificazione con il “Giovane Holden” di Salinger tanto da pensare con perfetto slancio adolescenziale che “con qualche prepotente di meno (ma la parola era un po’ più triviale ed evocava immagini dalle “fosche tinte marroni”) si vivrebbe tutti un po’ meglio su questo pianeta”. Di tanto in tanto adesso che adolescente non lo sono più da un pezzo (non completamente, almeno) lo stesso pensiero mi sfiora, ma mi riprendo prontamente ripensando che trattasi soltanto della più bieca proiezione all’esterno della mia aggressività, una derivazione della “deflessione all’esterno della pulsione di morte”, per così dire. Insomma non si inventa niente, ma ciò che conta è che le teorizzazioni di Fornari continuano a risuonarci dentro fornendoci strumenti di riflessione indipendentemente dalla propria epistemologia di riferimento, direi. Perché di questo si tratta: strumenti di riflessione, dispositivi di interpretazione che avanzano ipotesi sulle cause dei fenomeni, ma senza la pretesa di proporre soluzioni, secondo me. Perché conoscere la causa non determina necessariamente la “guarigione”. L’insight non è la “cura” di per sé, non sempre, almeno, purtroppo: esso costituisce possibilmente un primo passo verso la comprensione dei fenomeni. E la causalità lineare non si può applicare né ai fenomeni psicologici individuali, né a quelli sociologici collettivi, sempre secondo me, ovviamente, che ho una formazione e forse una visione del mondo anche differente da quelle di uno studioso di stretta formazione e “temperamento” psicanalitici, verosimilmente.
    Qui com’è ovvio non si tratta di reprimere “totalmente le inclinazioni aggressive e distruttive dell’uomo”. Perché se così fosse avremmo già perso in partenza, temo. Tuttavia, credo anche che gli istinti non si tramandano inalterati nei millenni. È noto che essi si trasformano nel corso dell’evoluzione in “motivazioni” e su quelle per fortuna qualche speranza di incidere ce l’abbiamo, direi. Quindi, se è vero che non posso incidere sulla disposizione intrinseca dei terroristi a fare del male è altrettanto vero, in linea di principio, che posso incidere sulla loro “motivazione” a “farlo oppure a non farlo” il male. In sostanza, se è vero che uno “sceglie di fare il male” prima di spingerlo a cambiare la strada conosciuta (del male) dovremmo dargli un’alternativa, cioè dovremmo dargli una sorta di rinforzo che gli renda conveniente la “scelta di non fare il male”. Sono consapevole che questo significa ridurre probabilmente la legge morale ad una questione di premi e punizioni semplicemente. O forse significa semplicemente aver fiducia nella capacità etica dell’individuo. E poi la morale è fatta da uomini e donne e come le leggi di mercato non sono state prescritte dagli dei così la morale cambia e può essere cambiata, come di fatto avviene, dagli esseri umani.
    Il punto è, secondo me, che non posso spiegare alle persone che bisogna costruire la pace e abbandonare la guerra perché essa è il risultato di un “meccanismo di elaborazione paranoica del lutto”, per così dire, e che questo lutto impossibile è, eventualmente, quello relativo alla propria morte, connaturato alla vita, in cui alberga ogni istante. Insomma la guerra per esorcizzare la paura della morte. Sarebbe arduo convincere il mio prossimo che finiamo per rappresentarci la morte come un fatto totalmente esterno a noi, un male che dobbiamo scacciare da noi per salvare la vita a tutti i costi, anche individuando un “colpevole” da sopprimere o un nemico da sbaragliare e abbattere.
    E allora vagli a spiegare che l’antidoto alla guerra sarebbe quello di fare la pace con la morte propria e con la morte insita nella vita prima di tutto.
    Tutte cose che possono avere un senso, ma che temo avrebbero scarsa presa sull’opinione pubblica. Dovrei allora inventarmi qualcosa per tentare di calare nel mondo questa splendida teoria in cui credo. E la difficoltà è enorme , immagino, visto che una teoria non può “essere-nel mondo” parafrasando Heidegger. Ed essere-nel-mondo purtroppo significa dover contemplare tra le concause del “male” non tanto (non soltanto, almeno) certi conflitti psicodinamici quanto anche certe questioncine più meschine apparentemente come certi aspetti economici e geopolitici che in qualche modo possono concorrere all’espressione parossistica di certa violenza di massa. E in questo concordo con il Prof. Giusto. Non ho alcuna remora a credere che “nell’uomo coesistano un istinto di vita e uno di morte”. Dobbiamo soltanto decidere quali dei due affermare. Lo stesso Fornari avanza l’ipotesi con la “teoria coinemica” che il bambino nasca programmato in qualche modo a conoscere il mondo, perché ha in sé, i coinemi, un patrimonio innato comune a tutti gli esseri umani, che rappresentano un programma preordinato per la sopravvivenza e la vita dell’individuo e della specie. Una tendenza verso il bene. Tale concettualizzazione mi pare faccia il paio con il “principio di equità” di Castelfranchi che ho citato nel mio elaborato, cioè un nostro innato (quindi biologicamente determinato) senso di equità e base indispensabile per la considerazione del processo di determinazione dell’altruismo, e la cui compromissione comporterebbe il senso di colpa solo se consideriamo preliminarmente una mancanza di equilibrio. Un modello etico, quindi: non c’è una legge, un “Altro” che ti impone dall’esterno la regola, ma è l’individuo medesimo che si impone la regola. E così partendo da un presupposto egualitario si innescherebbe un processo di auto-colpevolizzazione nel momento in cui ci confrontiamo con una realtà che non soddisfa il nostro naturale senso di equità. Il tutto si potrebbe sintetizzare con l’ipotesi della “biofilia” di Wilson che avrebbe rilevato sperimentalmente negli esseri viventi la “tendenza innata a accentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali”. Plausibile, anche questo oltre che rassicurante!
    Mi viene da pensare che tra i coinemi di Fornari proprio in funzione della sopravvivenza, ci sono quelli della nascita e della morte. In un ottica fornariana potremmo pensare anche al significato simbolico delle centinaia di persone che quotidianamente rischiano la vita e la morte e di fatto spesso muoiono attraversando il mare, pure quando è in tempesta, per raggiungere il mondo della ricchezza e delle opportunità. Uomini donne e bambini che si dibattono tra le onde sembrano incarnare metaforicamente il “coinema nascita” che si concretizza nel parto-nascita, fenomeno terribile e travolgente, “in cui vita e morte convergono, si incrociano e si confondono e in cui ogni cosa sembra essere annientata”. E in quelle acque galleggiano come in un fluido amniotico e con un anelito di speranza per ri-nascere paradossalmente a nuova vita, in nuovo mondo, e invece trovano la morte nel tentativo di approdarci. Quando si dice che la nascita comporta anche la morte. Qui “ri-nascere” significa davvero morire e non solo simbolicamente. In quel braccio di “mare amniotico” si concretizza, si ipostatizza l’equipollenza spaventosa di nascita e di morte e così il paradosso della nascita trova la sua mortifera ricomposizione. (i precetti di una teoria trovano la loro operazionalizzazione nel “terrificante del reale?”). Durante il “travaglio” della traversata, uomini donne e bambini lottano nella tempesta che, come l’atomica, sembra poter disporre della vita e della morte di tutti i protagonisti di questo “parto-traversata”: e la vita già in partenza è immersa” in “un’atmosfera di formidabile persecuzione reciproca”. Questi naufraghi partoriscono (una nuova idea di futuro) tra angosce persecutorie e depressive, tra timore di morire e di far morire i propri congiunti al seguito. E l’odio per coloro che in qualche modo li hanno costretti a questa odissea monta inesorabile. Quel braccio di mare sembra il canale del parto, dove vivono un’ esperienza disperata, “impensata” (perché non riesci ad attribuirgli un senso) e ingovernabile: essi fanno esperienza dell’ “annientamento” assoluto, ovvero dell’angoscia primaria legata allo sradicamento dal luogo originario (metafora della condizione intrauterina), per essere scaraventati in un altrove che di fatto non c’è ancora (e forse non ci sarà mai): “un’isola che non c’è”, un “non-luogo” disseminato soltanto dei fantasmi della “mancanza” che si nutre del sentimento della “colpa” per quella ricchezza ormai smarrita per sempre (il luogo dove sono nati e cresciuti, la sicurezza, la tradizione, l’identità personali).
    Qualcuno si farà garante della necessità di quel travaglio? Qualcuno gli farà capire (a quelli sopravvissuti, quantomeno) che quella traversata era una scelta obbligata, che non c’erano alternative a quel mare assassino? Qualcuno gli spiegherà che trattasi di un dolore sì, ma piacevole, che in fondo non si tratta poi di un male assoluto?: “Siate fiduciosi, allora! Perché sarete tra i fortunati ammessi ad un nuovo stile di vita!” E allora chi si assumerà la responsabilità del male di quella odissea? Chi attribuirà un senso a quella “traversia”? Come puoi annullare o negare la violenza contenuta nel parto, come si può assumerla su di sé, se non riusciamo nemmeno a darle un senso spacciandola come necessaria? Se non riesco ad attribuire una parvenza di dignità al dolore come posso sopportarlo? Accettarlo? E farlo accettare al mio prossimo?
    Il terrorismo ci avvisa che l’era delle guerre classiche è finito definitivamente. Il terrorismo come la bomba atomica ci dice che il nemico non è più concentrato in un esercito ben delimitato di militari, non esiste più una popolazione ben definita da attaccare o un territorio da depredare. Persino l’autoproclamato “Stato Islamico” (ISIS) contiene in sé tutti i crismi del “Non-luogo”. Il terrorismo dopo l’avvento della bomba atomica ci inchioda alla realtà del fallimento definitivo della guerra classica (quantomeno, quella degli eserciti contrapposti) come “difesa dalle angosce psicotiche”. Si può parlare di continuazione della guerra, ma con altri mezzi, forse. Con l’insensata violenza delle stragi di massa terroristiche, così come con l’ esplosione della bomba atomica a suo tempo, abbiamo acquisito allibiti la convinzione che l’umanità è ancora una volta sulla soglia del non ritorno perché da certa contrapposizione non può che derivare “l’annientamento simultaneo e senza differenza alcuna tra nemico e amico”. E tuttavia è da questo, paradossalmente, che può nascere ancora una volta la rinnovata speranza che l’umanità, per mere necessità di sopravvivenza, quantomeno, provi altre strade per una convivenza incruenta, se non altro, sebbene armata come fu a suo tempo l’esperienza della cortina di ferro. Mi immagino che come ai tempi della “guerra fredda” intervenga un nuovo equilibrio come esito di un ennesimo e massiccio istinto inibitorio e soprattutto sublimatorio grazie al quale la tensione invece di concretizzarsi in un conflitto diretto/indiretto con uomini e donne bomba si incentri sulla competizione spaziale, tecnologica, psicologica, sportiva, persino ideologica, eventualmente. E sempre meglio che gli inutili spargimenti di sangue. Non so quanto questo parallelo (storico) tra terrorismo e bomba atomica possa reggere. Nell’idea del parallelo è insito sempre il rischio di apportare semplici e superficiali analogie che non spiegano l’evento e anzi finiscono per occultare le specifiche differenze tra i fenomeni. Ma a mia discolpa eccepisco che mai mi sono spacciato per “storiografo obiettivo”. Di una cosa sono però relativamente sicuro: “questa volta la storia si ripeterà ancora come tragedia”, se non corriamo al più presto ai giusti ripari. Forse “il vertice psicanalitico non ci aiuterà a spiegare la guerra” o il terrorismo, ma almeno spero che contribuisca (insieme ad altri punti di vista) a risparmiarci “l’eterno ritorno della farsa”, se non altro.

  4. Roberta Antonello ha detto:

    Commento sia questo intervento che quello di Giovanni Giusto e ora anche il commento di Conforto. Ma non parlerò che di un’esperienza portando un pezzo di discussione in un gruppo di auto aiuto tra persone fragili, con disturbo psicotico. Il tema scelto era il gruppo, come si stava cosa dava fastidio nel gruppo a cui si sentiva di appartenere. Al primo giro inizia X dicendo che comunque sta male nel gruppo che non è ‘pulito’ che comunque questo è da imputare a lei, le è impossibile stare in gruppo anche se sta meglio quando non ci sono né confusione né attriti, Y è d’accordo che la confusione lo fa allontanare Z specifica che ci sono circoli collaterali di critica, critica al leader del gruppo o ad altri, che nessuno ne è escluso anche lui partecipa delle volte ma danno fastidio tizio parla male di caio e cerca di aver il consenso oppure attacca la conduzione del gruppo, la figura del leader, o il gruppo stesso in generale , questi circoli collaterali lo fanno stare lontano K dice di tenersi lontano da ogni parere contrario nel gruppo, dalle tensioni e dagli attriti, che pensa per conto suo J si dice stanca non in forma e stufa ma che il gruppo costituisce il suo unico scoglio a cui aggrapparsi e quindi non ha voglia di parlare e passa la parola . Al secondo giro Z dice- beh siamo lontani dall’essere un gruppo, cioè siamo un gruppo ma questi circoli laterali, queste critiche ora le penso inevitabili anzi forse necessarie, anzi sarebbe pericolosissimo se fossimo tutti d’accordo se non ci fossero questi urti, questo non essere d’accordo, litigare arrabbiarsi mi fa bene, ad esempio con j mi sono incazzato, ho frainteso e va beh poi questo è vitale,. Se fossimo tutti in un gruppo perfetto sarebbe pericoloso. Con R (io ) ci ho litigato ci litigo poi mi sento libero di litigare come di essere d’accordo, alcune volte voglio essere qui sempre in questo gruppo, altre voglio essere solo in casa mia.. ma ripeto siamo lontani dalla perfezione ma se ci fossimo sarebbe pericoloso. – L -ma bisogna secondo me usare lo zoom e il grandangolo e vedere il gruppo da più prospettive ecco la macchina fotografica permette di vedere così, bisogna non stare lontani ma usare diverse prospettive con gli altri-J -ora chiarisco che non ho mai pensato di andar via ma che ora sto meglio in questo secondo giro ma che superficialità giudizi così parlare per parlare mi danno fastidio, poi io ho grandi ambizioni, forse anche per il gruppo. C. dice- non capisco perché parlate così nel gruppo io devo aver un ruolo allora ci posso stare , qui io devo avere una mia risorsa da dare, un ruolo come tenere ad esempio il gruppo di scrittura altrimenti mi sento emarginata, l’ultima R (io) dico non è necessario una capacità ma che la risorsa è esserci.. come ha fatto in passato M quando stava male e stava zitto. Ma ascoltava e poi ha parlato mica ha acquistato un potere un ruolo …ha detto cose che spaventavano: voleva morire ecc. ma ha parlato .. è stata una risorsa M sto meglio certo da allora ma comunque nel gruppo non riesco ad entrare.. non qui anche con altri.. non riesco ad entrare forse qui entro di più ma è colpa mia.. non riesco ad entrare ma ascolto e questo mi piace.. forse ho paura di parlare del giudizio che poi mi si rivolta contro come in passato. ….

    Questo racconto riassunto di una riunione di auto aiuto in cui si metteva in discussione il gruppo mette in luce come malati, passati o dentro la bufera della malattia, poco siano interessati al potere ma a essere loro dentro, poter litigare, fare circoli collaterali, ripotarli in altro modo dentro il gruppo poter affermarsi senza dipendere totalmente vissuto come pericoloso annientante ma nello stesso tempo appartenere al gruppo esprimere loro stessi o esprimere l’impossibilità ma esserci ragionare per metafore come la macchina fotografica di chi è spaventato da una visione rigida, o chiedere un ruolo per poter stare. La discussione mi interessa perché finisce a c’entrare con l’articolo della mancanza di un superio o con l’eccesso di un superio. La ‘pulizia’ invocata l’armonia la dipendenza sono elementi di allarme piuttosto che obiettivi. Mi è sembrato interessante notare come effettivamente l’evitamento del dolore che una vita normale oggi propone come obiettivo dando permessi per non sentirsi in colpa (come l’articolo spiega) autorizza promuove un’egoismo violento che non trovo tra chi soffre mentalmente. Ed autorizza promuove in altri anche la ricerca di una purezza di una pulizia in cui ci si sente autorizzati alla violenza sugli altri. Niente di nuovo purtroppo. Non sono così eccessiva da augurare di star male per capire il prezzo della normalità, ma osservare come comunque la sofferenza avvicina a spazzare via alcune cose che sembrano assolutamente prioritarie nella normalità. Il valore del potere del successo dei soldi della propria affermazione non come persona ma come persona ‘vista’ da altri, posseduta da altri o valutata da altri sembra prevalere nella prepotenza dell’affermazione di se stessi secondo lo stereotipo dominante. E se non ce la fai in qualche modo puoi diventare il debole che si affida ad un gruppo più o meno pericoloso ma comunque annientante, non vedo certo grandi differenze tra la ricerca della purezza in assoluto e la possibilità di uccidere. O di uccidersi.
    E nel grande, nei movimenti, nelle tragedie nel mondo vedo questo tragico ripetersi.
    Uccide chi è dalla parte del forte, e vuol difendere la sua forza (guardiamo la politica e la storia come Pisseri scrive) uccide con il consenso dei forti, uccide con uguale ferocia chi si ribella ad una forza subita incomprensibile rifugiandosi in un nucleo ‘pulito’ tanto pulito da permettersi di dover annientare ed annientarsi per esso.

    Tornando al mio gruppo ho avuto sollievo dagli interventi attraverso la constatazione della fatica dell’esistenza in altri come in me, fatica che mi allontana e mi ha allontanato da dar troppo retta alla cosidetta normalità. E penso che sì l’uomo non sia per nulla ‘buono’ e che quando lo è non piace poi così tanto… (visto il periodo pasquale da laica ricordo comunque la storia di Cristo, almeno come l’ho conosciuta e vedo trasmessa, e/o anche l’utopia della misericordia di papa Francesco). Certo mi appare un’utopia, come dice Conforto sono perplessa verso un’affermazione come ‘l’incivilimento come un antidoto alla guerra’ perché non so cosa pensasse allora Freud sull’incivilimento. O almeno cosa ne pensiamo ora.
    Ma mi resta possibile che debba rimanere in me almeno il desiderio di avere una tensione verso un’utopia.

    Scusate se non ho usato termini psicoanalitici, ho letto Fornari e mi piaceva… ma non sono una dotta e mi piace partire da quello che provo per spiegarmi.. così mi viene colle persone malate.

  5. Pasquale Pisseri ha detto:

    Molto sensatamente Giusto, Spata, Conforto e Antonello hanno allargato il discorso alla violenza bellica e addirittura alla nostra eterna violenza intraspecifica che ha pochi paragoni con il resto del mondo animale.
    Prima dell’epoca dei citati Einstein, Freud, Fornari, i pensatori del passato non sono stati affatto concordi nel condannare la guerra e nel cercarne il perchè. Fra i pochi che radicalmente l’hanno fatto, Tolstoi: “Egli (Napoleone) prendeva audacemente su di sè la responsabilità dell’accaduto, e l’orrore di esso non colpiva l’animo suo: nella sua mente ottenebrata, ne trovava giustificazione nel fatto che vi erano morti meno francesi che stranieri”.
    Oggi siamo dunque diventati migliori? c’è un progresso etico? Quanto ci ha aiutati, almeno quanto a consapevolezza, la riflessione psicologica? O forse ciò che ci costringe finalmente a riflettere è quel pesante sottoprodotto del progresso tecnico che è la crescita esponenziale delle armi di offesa, giunta a rendere possibile il nostro auto-sterminio come specie?
    Ma può esser utile restringere ancora, per un momento, lo zoom su quella specifica forma di violenza omicida, quell’orrore nell’orrore che è il terrorismo: l’uccisione indiscriminata di inermi e (presunti) innocenti. Ci chiediamo cosa hanno in testa i terroristi: ma ce lo siamo chiesto sui piloti di bombardieri (o lanciatori di missili e droni) autori di stragi di inermi, diverse solo per le dimensioni spesso cento o mille volte maggiori? Pensiamo ai tedeschi su Coventry e Londra, agli inglesi su Dresda e Berlino e sulle nostre città, agli americani su Baghdad; non parliamo poi di Hiroshima e Nagasaki. Le accuse di terrorismo certo ci sono state, ma rivolte solo al nemico. Forse oggi accade un po’ lo stesso? Riteniamo terrorismo solo ciò che ci si rivolge contro? Ma non è solo questo.
    Infatti, disponiamo di molte risposte “ragionevoli” atte a tranquillizzare la nostra coscienza: i militari facevano e fanno il loro mestiere; vi sono obbligati dalla disciplina; difendono la patria che li manda in missione, o addirittura la nostra civiltà e cultura; sostengono il “vero” interesse dei bombardati, oppressi da regimi infami; c’è stata una regolare dichiarazione di guerra.
    Tutto ciò porta a un discorso di base: non sapendo o non volendo fare i conti con la nostra violenza aggressiva, l’abbiamo arginata entro limiti convenzionali capaci di contenerla in qualche modo e di renderla ingannevolmente lecita. Lo Stato stesso, assumendo il monopolio della violenza, certo non la cancella ma la canalizza e ne diventa il garante: è questa la lezione di Hobbes. Operazione utile, forse necessaria, ma fonte di una pericolosa falsa coscienza. Quando, come accade oggi, i limiti che abbiamo costruito sembrano saltare ad opera di irregolari che fra l’altro non sono inseriti in un vero e proprio potere statale, nasce il panico e l’imputare gli eventi anche a psicopatologie individuali; ed è comprensibile.
    Ma siamo capaci di andare oltre? Si progetta un intervento in Libia: inevitabile aggiungere un altro anello a questa lunga catena di violenze? Ma se davvero rifiutiamo unilateralmente la guerra saremo sopraffatti? Purtroppo disponiamo solo di dubbi.

  6. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    L’utilizzazione della bomba atomica ad Hiroshima e Nagasaki fu un atto di terrorismo? E i bombardamenti a Dresda e in altre città tedesche e quelli di Londra furono atti terroristici o bombardamenti strategici? Direi che in tutti i casi si potrebbe parlare di atti di terrorismo considerato che pare non fossero nemmeno strategici per spossare il nemico, né necessari per porre fine alla Seconda Guerra Mondiale.
    Quando i bombardamenti spostano i propri confini dal campo militare a quello civile, si può parlare ancora di atti di guerra? Bombardare ospedali e terrorizzare le popolazioni può essere considerato un attacco lecito? Questa riflessione del Prof. Pisseri mi da modo di tornare brevemente sul parallelo da me proposto forse incautamente tra bomba atomica e terrorismo. A differenza della bomba atomica il terrorismo stragista trasforma una fantasia onnipotente psicotica in una realtà effettiva, rispetto alla quale vengono mobilitate potenti difese, ma inutili, questa volta. In comune c’è che, di fronte al terrore della potenza distruttiva di individui che ‘premendo un bottone’ possono distruggere se stessi e chi gli sta intorno, ci si libera della paura, della colpa e della sofferenza nei confronti dell’atto terroristico e delle sue terribili conseguenze considerando il terrorismo come ‘la sporca faccenda di altri’. Ecco allora che la responsabilità di eventuali interventi tende ancora ad essere frammentata e proiettata su entità precise e delimitate come i governi, l’esercito, gli scienziati, come avveniva ai tempi della deterrenza atomica dimenticando però che gli “uomini e donne bomba” sono “macchine al di fuori del controllo umano”. Voglio dire che se è vero che la paura della bomba atomica trasferiva la fantasia psicotica in una realtà soltanto possibile, ma che di fatto non si è mai realizzata (rimanendo in tal modo soltanto in fantasia) la violenza terroristica reale quindi non più perennemente incombente come l’esplosione di una bomba atomica, ma che di fatto esplode come il terrorismo, ci riafferma che non è più consentito esternalizzare le personali angosce primitive di frammentazione e annientamento, “tenendole a bada’ attraverso la delega ad organizzazioni ben delimitate esterne all’individuo (governi, eserciti, scienziati, super-eroi da fumetto). Qui non si tratta più, non basta più utilizzare il meccanismo difensivo della esternalizzazione per esorcizzare, per così dire una “minaccia”. Qui si tratta di dover affrontare e di “Reprimere” conseguentemente una “realtà vera” (non più virtuale ovvero soltanto possibile), cioè quella di individui che sono capaci e lo fanno con buon successo di sterminare in un colpo solo centinaia di individui e senza dichiarare formalmente e preliminarmente guerra a nessuno, così semplicemente, all’improvviso, in qualunque luogo e in qualsiasi tempo. Insomma, mentre la bomba atomica terrorizzava, ma al tempo stesso ci consentiva di “localizzare in cielo il diavolo”, comodamente seduti sulle poltrone di casa nostra, il terrorismo in virtù proprio della frammentazione con cui agisce e si presenta al mondo (I terroristi non sono localizzabili essi possono essere presenti proprio dentro le nostre case, città, regioni, nazioni) necessita di una “contro-reazione frammentata” a sua volta. Allora l’azione di contrasto non può essere delegata semplicemente ad una organizzazione esterna ben circoscritta, ma urge un’assunzione di responsabilità diretta di ciascun individuo “non-terrorista”. Viviamo in un sistema criminogeno di per sé? I tempi sono oscuri e le istituzioni orribili? Ma “Una cattiva istituzione non s’applica da sé”. Esistono le responsabilità individuali è vero, ma nemmeno si può dire che gli individui scelgono liberamente tra il bene e il male col rischio di “inscenare un teatrino rassicurante in cui i protagonisti si agitano in un vuoto metafisico e senza considerare le consuetudini e le pratiche della cultura del tempo in cui sono immersi, in una parola del sistema”. Non esistono gli innocenti, dunque?! Siamo tutti non colpevoli fino a prova contraria? E fino ad allora sarà applicata una misura alternativa alla pena detentiva: la prigione di quel personale senso di oppressione, di annientamento dell’anima che prende alcuni di noi dinnanzi all’orrore quotidiano.
    Insomma, la palla viene drammaticamente rimbalzata all’individuo questa volta. Oggi più che mai non ci si può più appellare al “sistema”.
    Davvero in questo caso il “sistema siamo noi” e non è più una frase retorica di circostanza ma una questione di mera sopravvivenza personale. Quindi alla frammentazione dell’azione terroristica deve necessariamente corrispondere una “frammentazione” della responsabilità: quindi, non più concentrata nei classici organismi deputati al governo degli uomini e alla loro sicurezza, ma suddivisa “saggiamente tra ciascun individuo magari, attuata in società attraverso gli usuali canali utilizzabili da ogni cittadino nel corso dell’azione aggregativa della politica e o della giustizia. Non c’è alternativa! A questo ci chiama il terrorismo, in definitiva, secondo me, ad un’assunzione di responsabilità personale indifferibile! Niente più deleghe al sistema o alibi di sistema non fosse altro perché non servono più.
    E magra consolazione rappresenta, almeno per me, l’idea che dal “terrorismo possa nascere una situazione nuova nel senso che forse riesce ad innescare un movimento rivoluzionario (anche nel senso di rivoluzione mentale proprio) da cui potrebbe nascere una situazione nuova e più equa, come prefigurato da alcuni. I movimenti rivoluzionari cioè quelli che si realizzano quando le grandi masse si muovono, spesso senza neanche utilizzare la violenza possono nascere ed essere preceduti da ripetuti atti di terrorismo? Esiste un terrorismo “buono” e uno “cattivo”? È buono o cattivo il terrorismo che nasce come rivendicazione di fantomatiche identità territoriali o fiscali? Seppure legittime certe listanze non hanno nemmeno l’attenuante né la decenza del “giustificato motivo”ai miei occhi. Sinceramente non mi convince granché l’ipotesi. Perché allora quante tranvate dobbiamo ancora prendere prima di convincerci a mettere mano alla trave? “La rivoluzione non è roba da gentiluomini” è stato detto. La Rivoluzione Francese ad esempio non fu esattamente incruenta e anzi si consumò anche tra svariati atti di violenza, ma non fu preceduta (mi pare) da stragi di massa nemmeno eseguite a danno della stessa odiata nobiltà del tempo. Credo che nessuno oggi sappia con certezza perché i popoli, dopo molti anni di oppressione subìta, ad un certo momento decidano di liberarsi dei loro oppressori. Il despota in questo caso sarebbe l’oppressore economico, sociale e culturale rappresentato dal versante capitalistico-occidentale-orientale di questo pianeta.
    Vogliamo provare a definire “terrorismo”? Esiste ad oggi una definizione internazionale di terrorismo? Personalmente non ho difficoltà a pensare che il terrorismo sia un “delitto contro l’umanità”! Tuttavia vi risulta che sia perseguito come tale? So con certezza che il terrorismo in tempo di guerra è considerato un delitto contro l’umanità mentre ho qualche dubbio che lo sia altrettanto in tempo di pace. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU tacciò anche giustamente secondo me di terrorista, Milosevic e Saddam Hussein, ma anche in quel caso si trattò di un contesto di “guerra”, mi pare, voglio dire che eravamo in guerra, cioè in presenza di una formale dichiarazione di guerra da parte degli stati occidentali più o meno democratici e in particolare degli USA “improvvisatisi esportatori rinomati di democrazia” dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale in poi (insieme all’Unione Sovietica a suo tempo e alla Russia di oggi, s’intende). Qui il terreno diventa scivoloso perché a voler fare gli azzeccagarbugli si potrebbe allargare la platea degli interessati in prima persona che in qualche modo potrebbero aver fatto uso del terrore e del terrorismo come strumento di lotta politica o per altri fini non propriamente nobili. Come invece nobile fu a suo tempo l’opposizione sacrosanta al tentativo di dominio razzistico sistematico e scientifico del mondo da parte dei tedeschi nazisti. Certo si potrebbe discutere eventualmente che forse si poteva evitare di arrivare a quel punto se solo gli stati avessero preso coscienza prima dell’orrore che già maturava. E forse le democrazie furono mosse ad un certo momento da scopi diversi da quello più propriamente nobile della mera difesa di un popolo innocente e inerme, ma in fondo è il risultato quello che conta, giusto? E poi questa è un’altra storia.
    Una grossa parte di me spera paradossalmente che siamo colpevoli in qualche modo. Perché il pensiero che siamo innocenti di fronte ad una buona parte di questo pianeta “destinato” per qualche motivo (terreno o metafisico) ad espiare per qualcosa che non ha commesso e per il resto dei tempi a venire e senza possibilità di riscatto mi è decisamente insopportabile. Dunque, tutti colpevoli? Quindi, nessun colpevole, alla fine!
    Allora no! Contr’ordine! Sapete che vi dico? Preferisco pensare che siamo tutti innocenti. Perchè almeno così scelgo di “combattere per non morire”, voglio dire che posso fare tutto ciò che mi è possibile per far emergere la verità e permettere a me stesso e agli altri di aprire gli occhi su questioni che sono e saranno sempre attuali, anche se ciò che apparirà potrebbe ledere la mia immagine di buon cittadino. Ma almeno posso ridurre le probabilità che la mannaia del terrorismo cada su di me e su quelli che amo di più. Non si tratta di andare alla ricerca di inutili alibi o scuse o di chiamare in causa amici, parenti o colleghi, ma di imparare ad esempio cose che non conoscevo. L’informazione è fondamentale per prendere coscienza della gravità di un problema. Farò una lista delle cose che posso fare per ridurre i danni al prossimo. Se riesco a circoscrivere meglio le mie responsabilità sarà più facile addebitare agli altri le loro responsabilità (sparare nel mucchio non è igienico e assomiglia molto ad un atto di terrorismo). E la responsabilità presuppone che l’individuo o il gruppo abbiano la fiducia prima di tutto che il loro contributo è importante ai fini di evitare questo tipo di violenza. Per fare questo in linea di principio “occorre che venga accresciuta la consapevolezza sociale rispetto al fenomeno terrorismo” che non ci si può limitare ad averne paura, in modo che più persone siano in grado di raffigurarsi non solo i terribili effetti del terrorismo che sono sotto gli occhi di tutti (quanti hanno seguito le cronache televisive e giornalistiche che discutevano dell’attentato a Bruxelles? Quanti sanno che è avvenuta quella strage?) ma anche i contesti e le ragioni in cui e per cui può maturare, ma anche i rischi devastanti derivanti da un lotta scorretta, impropria, inadeguata quindi, a quest’ultimo
    Proprio così! Preferisco pensare che siamo tutti innocenti piuttosto che ammettere che ci siamo tutti questi colpevoli in giro a piede libero. La sola idea mi spaventa un tantino, confesso.
    Aggiungo alla Razionalizzazione anche l’Annullamento retroattivo tra le difese comode per dissociarsi dall’orrore!!!
    Ringrazio tutti i partecipanti per i preziosi contributi che (mi) hanno dato per la comprensione di una questione talmente enorme. Il tema mi sta molto a cuore come si sarà capito, probabilmente. E ringrazio preventivamente tutti coloro che vorranno aggiungere ancora qualche altro punto di vista per arricchire la discussione e per tentare di approdare ad una conoscenza più approfondita del problema. La conoscenza (il suo accrescimento) è la madre di tutte le “buone azioni”! Forse!

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