Vaso di Pandora

Sono vecchio

Sono vecchio

di Giovanni Giusto

Il virus infetta i polmoni e le coscienze.

 Mi rendo conto di essere oltre i 65 anni, pensavo che avrei potuto aspettare i 70 ma i messaggi che arrivano e tempestano le nostre coscienze sono chiari: dai 60 in su il declino è certificato e l’assistenza bisogna guadagnarsela al punto che forse il virus ci ammonisce di rassegnaci ad un effimero che non deve essere prolungato.

Anche il governo della cosa pubblica sembra accanirsi senza pensiero e senza disciplina in un fastidioso affannarsi in modo inconcludente nel citare dati a volte contrastanti;  sorvolo sulle tristi esibizioni di giovani ministri che edotti (anche lì solo parzialmente) sui principi della comunicazione attraverso i social network esprimono “ il nulla organizzato”. Mi pare che l’aspetto mortifero e distruttivo di una ignoranza contagiosa sia peggiore del fisiologico inevitabile invecchiamento cerebrale.

Ma i giovani validi esistono, li ho incontrati insegnando all’università e in scuole di specializzazione, li incontro quando faccio i colloqui di selezione del personale; allora mi sento giovane, mi nutro del loro entusiasmo della loro capacità volitiva, della loro bellezza.

Non disperdiamo questi valori, riprendiamoci un modello di civiltà che ci stava sfuggendo e con il quale il VIRUS ci costringe infine a fare i conti.

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Commenti su "Sono vecchio"

  1. L’incipit di Gianni Giusto mi ha stimolato a rileggere Camus. Riferimento d’obbligo, magari un po’ scontato. Ma pazienza. Chiaro: quanto lui scrive non è paragonabile per entità a quel che ci succede oggi: ma può essere una lente che ce lo ingrandisce, rendendolo più leggibile.
    Quando Orano sta per essere investita dall’epidemia è una città come tante: i cittadini lavorano, guadagnano, poi si divertono un po’ per “perdere il tempo che rimane da vivere”. Città “senza sospetti”: non sospetta che al di là di tutto questo possa esserci qualcosa d’altro. Città senz’anima: vi impera la falsa coscienza.
    La prima risposta all’epidemia in arrivo è la negazione: l’epidemia è una cosa e una città ben ordinata un’altra, non possono stare insieme: “E’ impossibile: tutti sanno che è scomparsa dall’Occidente”. Ma quando il morbo prende spazio, alla negazione succede il panico. Tutto cambia, in quei modi che oggi si rinnovano qui da noi: la circolazione si ferma, chiudono i negozi, piovono decreti che limitano o annullano le possibilità di incontro, si verificano accaparramenti. Le strutture sanitarie non reggono allo sforzo. Emergono saccenterie infondate, superstizioni, profezie, suggerimenti miracolosi, che tuttavia in confronto alle fake news odierne esprimono una maggiore seppur rozza ricerca di senso. Si chiama in causa Dio nell’eterno confronto con l’innegabilità del male: Giustiziere che così si manifesta? O invece “sarebbe meglio per lui che non si credesse alla sua esistenza”?
    Cambia il modo di stare, o non stare, insieme. Le preoccupazioni sono le stesse per tutti: ognuno ha paura, ognuno soffre dell’isolamento, può aver vissuti di separazione e di esilio, ma ciò non significa condivisione e forse neppure solidarietà: ognuno è solo, e chi si ammala lo è più degli altri, poichè “ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile … la peste è monotona”. Lo stesso ammalato può isolarsi, cercando di nascondere la sua condizione.
    Si vive una perdita di libertà che fa capire come essa non sia una condizione naturale e acquisita una volta per tutte: “non si può esser liberi quando ci sono i flagelli”. Essa è delicata, va coltivata in spazi protetti, come avviene (fino a un certo punto) in quella serra che è il nostro mondo, l’Occidente (per la consapevolezza che in ciò dimostra Albert Camus, non è senza rilievo la sua nascita e vita da pied noir, francese d’Algeria).
    Vi è collegato il problema del rispetto dell’altro, della preoccupazione per l’altro: anche questi movimenti della mente sono delicati, possono venir meno soprattutto quando le risorse scarseggiano. Appare una involontaria, “innocente” dequalificazione e reificazione dell’altro, quando l’Autore descrive un impiegato intento a statistiche dei malati e dei defunti con le stesse modalità che impiega per una qualche classe di oggetti. Viene in mente la banalità del male (certo in ben altri contesti).
    Si introduce così il problema della colpa, della perdita di (illusoria?) innocenza. Ne sappiamo qualcosa oggi, quando si parla della possibilità che qualcuno debba selezionare chi ha accesso alle cure intensive e chi no; magari poi stilandone una doverosa statistica. Infezione dei polmoni e delle coscienze o occasione di consapevolezza?

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