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Sexout, stop al sesso, come ricominciare?

Paola Buonsanti
14 Febbraio 2016
2 commenti
Sexout, stop al sesso, come ricominciare?

Commento all’articolo del 05/02/2016

Sexout, è il termine utilizzato per definire il blackout del sesso, ma quando e perché nella storia di una coppia avviene l’interruzione del sesso?

Le cause possono essere differenti. Molti uomini e donne riferiscono che alla base c’è l’insoddisfazione sessuale, la sessualità praticata con il partner non corrisponde ai propri desideri e spesso anche il sentirsi inadeguati o il non piacersi porta ad un rifiuto della sessualità.

E allora cosa succede a una coppia, e cosa succede a un singolo, quando all’improvviso l’attività sessuale diminuisce o s’interrompe?

Il filosofo tedesco Wilhelm Schmid, nel suo nuovo libro intitolato Sex Out. L’arte di ripensare al sesso (Fazi ed.), non sembra interessato alle cause del fenomeno, ma propone dieci strategie per far fronte all’interruzione parziale o temporanea dell’attività sessuale. Dieci strade per ripensare il sesso, dieci modi alternativi di accostarsi ad esso che rappresentano anche un’introduzione anticonformista alla filosofia.

Schmid come prima strategia propone di abbandonare il modello dell’androginia e di riconoscere, senza mettere in discussione la parità tra i sessi, le differenze naturali profonde tra i sessi: testosterone, ciclo, seni, utero, pene sono indiscutibili ed è ciò che fa la differenza tra l’essere uomo e l’essere donna. “Lottare contro le differenze complica la possibilità di rapportarcisi, mentre è molto più vantaggioso accettare alcune disuguaglianze e differenze come permanenti”. Il mancato riconoscimento delle differenze porta con sé la noia, anche sessuale, perché se non ci sono poli opposti che si attraggono, sparisce la tensione vitale.

Come seconda strategia l’autore propone l’arte dell’interpretare i fenomeni e il comprendere meglio le cose, cioè l’ermeneutica. Questa capacità è molto più sviluppata nelle donne e potrebbe servire da spinta per l’uomo. “Chi comprende di più, ottiene di più anche dalla vita e dal sesso”. Questa capacità potrebbe essere usata anche per comprendere le cause del sexout , comprenderne i motivi e individuare le strategie per superalo.

La terza possibilità, per sviluppare l’arte di ricominciare, è quella di piacersi. Questo è alla base per piacere agli altri. La scarsa autostima, la mancata cura di se stessi non permette all’altro di avvicinarsi. L’autore sottolinea anche l’importanza dell’autoerotismo come capacità per conoscere se stessi oltre che a procurarsi piacere. L’incontro con l’altro avviene anche attraverso lo sviluppo e l’attivazione dei cinque sensi.

A questa possibilità è collegata la capacità di sedurre, non solo investendo sull’aspetto fisico, ma anche stimolando le zone erogene dell’altro. Il dare piacere è una capacità che viene appresa da una persona attraverso la conoscenza di se stessi, le letture e le esperienze pratiche. Dice l’autore:

“Chi cerca una risposta soddisfacente al come farlo, non si pone il problema di quanto spesso farlo”.

La capacità di interrogarsi sulle motivazioni che sono alla base dell’interruzione dei rapporti sessuali è un’ulteriore possibilità suggerita dall’autore; che propone anche alla coppia di avventurarsi ad esplorare insieme territori alternativi, dando spazio alle proprie fantasie e “perversioni”, condividendole con il partner.

Il sesso a pagamento (fatto salvo il rispetto delle regole sociali, come ad esempio il servizio di escort dove si trascorre del tempo insieme, prima di passare all’atto sessuale) e il cosiddetto girlfriendsex, che prevede ci si incontri come vecchi amici per scambiarsi effusioni, coccole o sesso, sono altre due strategie escogitate dall’autore per vincere il sexout.

Ma l’arte di ricominciare a fare sesso può avvenire anche attraverso l’uso del mondo virtuale. Il sesso digitale spesso è più comodo ma può diventare un surrogato del sesso, non c’è l’incontro fisico, non si entra in contatto con gli odori, con le sensazioni che si hanno con il contatto diretto con l’altro. Però allo stesso tempo questo tipo di pratica potrebbe servire da stimolo per sviluppare le fantasie sessuali.

Si potrebbe interrompere il sexout grazie all’amicizia. Questo per dire che si può investire eroticamente anche su una relazione amicale, costruendo quindi un rapporto libero da vincoli.

Infine, l’autore propone come decima possibilità per ricominciare a fare sesso, quella di interrogarsi sul sesso e sulla sua importanza per la vita. Trovare una risposta è utile per uscire dal sexout ma anche per comprendere se una vita senza sesso sia possibile. È possibile che il sexout sia occasionale e questo serve ad una persona per riflettere su se stessi, per stare bene soli o con gli altri, per dare spazio alle proprie fantasie senza subire e senza dipendere dall’altro. Fa bene un buon sesso, ma anche il sexout consapevole fa bene.

A questo punto viene spontaneo un interrogativo: e se si mettesse in questione il sesso stesso? È davvero fondamentale per la vita della coppia? L’assenza, l’interruzione, l’incapacità di avere un rapporto sessuale porta necessariamente alla rottura della relazione? Rivolgersi ad esperti professionisti del campo può essere utile per affrontare le problematiche legate alla sessualità, ma anche per comprendere meglio la relazione che si ha con l’altro.

Infatti, il termine sexout sembra rispondere all’esigenza attuale di etichettare e classificare, preferibilmente attraverso categorie diagnostiche, qualsiasi tipo di comportamento umano. I sessuologi e i terapeuti della coppia in realtà si occupano da decenni di questo problema, chiamadolo semplicemente calo del desiderio.

Tradizionalmente la nascita della sessuologia moderna viene fatta risalire al 1948 con la pubblicazione, in America, del primo rapporto Kinsey sul comportamento sessuale dell’uomo, seguito, nel 1953, da quello relativo alla sessualità femminile. Con questi studi, sono stati approfonditi aspetti e consuetudini sessuali della popolazione statunitense che fino ad allora erano ignorati o considerati comportamenti patologici (es. autoerotismo e omosessualità). In seguito, la ricerca inizia ad interessarsi allo studio dell’anatomia e della fisiologia della risposta sessuale maschile e femminile, rendendo sempre più “normale e naturale” il comportamento sessuale stesso (Simonelli, Fabrizi, 2006).

L’attenzione crescente alla sessualità “sana” e la conseguente possibilità di poterne parlare, stimola nel tempo l’attenzione scientifico-farmacologica offrendo nel tempo importanti strumenti per la comprensione, la diagnosi e il trattamento delle disfunzioni sessuali.

Da un punto di vista terapeutico, i precursori della terapia sessuale sono Masters e Johnson (1970) per le tecniche comportamentali; invece Helen Singer Kaplan (1974) ha introdotto la terapia sessuale integrata. Quindi gli interventi di terapia sessuale vedono l’unione dei protocolli mansionali di Masters e Johnson con la terapia sistemica e quella psicodinamica.

Negli anni ‘70 si è passati da una visione esclusivamente psicosomatica della sessualità, che prevedeva l’influenza dei processi psichici sulle manifestazioni corporee, alla considerazione di un’impostazione anche di tipo somatopsichico che, prende in considerazione tutte le ripercussioni psicologiche che possono associarsi ad un sintomo sessuale con eziologia organica. Attualmente quando si parla di disfunzionalità sessuale occorre, tener presenti diversi fattori eziologici, aspetti biologici, chimici, fisici, psicologici e culturali (Simonelli, 2002).

Questo ampliamento di lettura ha permesso nel tempo di rivedere il concetto di integrazione proposto dalla Kaplan, prevedendo la necessità che  medico e psicosessuologo partecipino insieme sia al processo diagnostico che terapeutico, ognuno con le proprie competenze (Rossi et al. 1998; Ramsay, 2001), mediante la presa in carico sia degli aspetti psichici che di quelli somatici e determinandone il peso nella genesi del disturbo.

L’idea di un approccio integrato alle disfunzioni sessuali scaturisce dalla constatazione dei limiti delle sole terapie psicosessuologiche e farmacologiche. Infatti, mentre le prime prevedono un forte livello motivazionale e tempi significativi, le seconde hanno un effetto solo sintomatico, dando luogo a frequenti recidive alla sospensione del farmaco e a fenomeni di “dipendenza emotiva”.

L’intervento specifico per i problemi della sessualità è rappresentato dalla lettura e analisi della domanda, dall’attenzione focalizzata sul sintomo sessuale che diviene la lente di ingrandimento attraverso la quale osservare le dinamiche individuali e relazionali, dal rinforzo e dalla motivazione a risolvere la difficoltà portata, dal potenziamento delle capacità di problem solving degli utenti, dall’uso di teorie e tecniche diverse, integrate nella lettura del sintomo e nella proposta di soluzione.

Nella fase diagnostica è importante tenere presente: l’area intrapsichica, analizzando i conflitti interni ed i tabù; l’area corporea, indagando le capacità sensoriali e il concetto di intimità; l’area delle conoscenze sessuali, ponendo attenzione ai modelli educativi e alla qualità delle esperienze; l’area relazionale sondando la storia familiare, il grado di autonomia ed i modelli di coabitazione (Giommi et al., 2005).

Il trattamento per le disfunzioni sessuali prevede una parte mansionale con le prescrizioni a casa, e una parte che si dedica all’analisi del vissuto e al superamento delle resistenze, individuando le strategie più opportune.

La terapia sessuale utilizza approcci differenti per intervenire: cognitivo-comportamentale, psicodinamico, sistemico e corporeo, questo dà l’opportunità al clinico di utilizzare un discreto numero di modalità di trattamento e di setting differenti (individuale, di coppia) per la diagnosi ed il trattamento delle difficoltà sessuali.

Le coppie chiedono aiuto ad un terapeuta per diversi motivi: conflitti relazionali profondi o problematiche legate al sesso di uno o di entrambi i partner.

Nel caso dei disagi nell’area sessuale, molto frequentemente si assiste alla comorbilità del disturbo nella coppia spesso, infatti si è visto che al vaginismo si associano la disfunzione erettile e/o l’eiaculazione precoce. In questo tipo di coppia si registra quasi sempre una profonda intesa con tratti simbiotici e scarsa propensione all’erotismo per cui il motivo principale che spinge alla richiesta d’aiuto è il desiderio di avere dei figli.

In altri casi il disturbo del desiderio femminile è associato al disturbo del desiderio maschile, la disfunzione orgasmica femminile è associata all’eiaculazione precoce e il vaginismo è associato alla disfunzione erettile (Simonelli et al 2004, Basson, 2005).

Il compito del sessuologo è quello di analizzare la domanda e di intervenire analizzando le dinamiche di coppia, attraverso la ricostruzione della storia, per recuperare l’intimità psicologica e fisica. Il modello integrato pone l’attenzione sul binomio individuo sistema, utilizza tecniche specifiche che consentono di coinvolgere le coppie con difficoltà sessuali in “esperienze” intime sistematicamente strutturate, che saranno poi oggetto di analisi e confronto nelle sedute successive. Lavorare con la coppia, promuovendo la conoscenza delle vie del piacere del proprio corpo e del corpo dell’altro in un contesto non ansiogeno, sono alcuni dei principali presupposti di base della terapia sessuale. Per una prognosi favorevole è di fondamentale importanza la motivazione al cambiamento da parte di entrambi i partner.

L’intervento individuale invece è indicato in presenza di una relazione gravemente conflittuale, di una scarsa motivazione al trattamento del partner non disfunzionale ovvero quando compaiano scarsi segnali di adesione al trattamento e venga registrato un atteggiamento passivo e/o coltivate aspettative magiche di soluzione (Leiblum, 2004).

La fase diagnostica iniziale consente di valutare il trattamento più idoneo alla situazione proposta e diventa la prima fase di riflessione sull’argomento della sessualità.

È utile, approfondire le motivazioni ad un’eventuale terapia e chiedere quali sono le aspettative, sia del paziente che del partner. Spesso le persone hanno delle aspettative magiche nei confronti delle psicoterapie, non riescono ad uscire da un atteggiamento passivo e non accettano di mettere in discussione le loro opinioni e certi loro modi di pensare stereotipati rispetto alla sessualità. Nella fase iniziale della terapia è importante valutare la necessità di fornire un’accurata conoscenza della fisiologia di base del rapporto sessuale e soprattutto dell’eccitazione. La scarsa o assente conoscenza dei processi fisiologici possono generare aspettative irragionevoli circa le prestazioni e la soddisfazione sessuale.

Un’adeguata informazione sessuale include: la conoscenza del funzionamento fisiologico maschile e femminile oltre che la comprensione dei cambiamenti corporei che intervengono durante il ciclo di vita. È importante facilitare ai partner l’acquisizione delle competenze necessarie per una cooperazione efficace nelle relazioni interpersonali.

L’esperienza clinica suggerisce che le difficoltà sessuali derivano spesso da incomprensioni e differenze circa lo scopo e lo stile dell’attività sessuale stessa, dove i partner possono equivocare o mal interpretare l’atteggiamento del proprio compagno. È quindi utile riflettere con la coppia, sulle funzioni che ognuno dei partner attribuisce all’attività sessuale: funzione riproduttiva, funzione del piacere, funzione della riduzione dell’ansia, funzione di autostima, funzione di intimità e vicinanza con il partner.

Un altro elemento importante su cui riflettere è lo stile di eccitazione della coppia.

I partner devono essere aiutati a comprendere che le persone hanno modi differenti per ottenere un eccitazione sessuale e generalmente questo li aiuta ad accettare le differenze del compagno piuttosto che contrastarle.

Condividere e discutere le proprie sensazioni sessuali, cooperando e collaborando per la genesi del piacere è forse l’aspetto più importante della terapia sessuale, in questo senso l’aspetto mansionale permette al singolo e alla coppia di sperimentare nuovi modi di essere e di stare con l’altro.

Anche l’uso di materiale audio visivo, film, libri, può aiutare la terapia stimolando emozioni e riflessioni sulla sessualità stessa.

La grande flessibilità dell’approccio integrato che permette un intervento mirato e personalizzato, costituisce anche il suo punto di fragilità: quando si esce da protocolli standardizzati, il rischio di errori può essere maggiore, ma questo rischio può essere contenuto da un’adeguata e approfondita formazione personale e professionale del clinico (Simonelli et al 2010).

Questo per mettere in evidenza che la sospensione o il disinteresse verso il sesso ha diverse origini e spesso, anche se può sembrare una scelta, essa può avere radici profonde.

L’autore del libro descrive delle possibili modalità per uscire dal sexout che potrebbero risultare utili a chi si ritrova in una particolare fase di riflessione sulla propria vita sessuale. Le sue argomentazioni sono ampiamente discutibili per chi considera il sesso praticato o negato che sia, come fondamentale per la sopravvivenza della coppia.

Inoltre, ciò che causa la perdita di interesse per la sessualità può essere attribuito anche a fattori fisiologici oltre che psicologici, quindi tale argomento richiede un approfondimento su tutti i fronti e non può restare una discussione solo di natura filosofica.

Le dieci soluzioni di Schmid, come riportate dall’articolo dell’ Ambrosi ne L’Espresso, appaiono un po’ schematiche ed eccessivamente pragmatiche, come una sorta di dieci comandamenti della sessuologia. Qualsiasi proposta per risolvere problemi di coppia, non può infatti prescindere da una relazione terapeutica consolidata.

 

Riferimenti bibliografici

 

L’intervento psicoterapeutico in sessuologia clinica (di Chiara Simonelli, Cinzia Silvaggi, Roberta Rossi. 2010 Istituto di Sessuologia Clinica, Roma).

Kaplan HS, 1974, The new sex therapy. New York: Brunner/Mazel, (trad it) Le nuove terapie sessuali, Bompiani, Milano 198.



2 risposte.

  1. Pasquale Pisseri ha detto:

    Paola Buonsanti conclude la sua ricca esposizione con una nota di perplessità, che condivido. Mi sono presa la pena di cercare questo autore su Internet: ha scritto anche “Filosofia dell’arte di vivere”; “Serenità: l’arte di saper invecchiare”; “L’arte dell’equilibrio”; “L’amicizia per sè stessi”; “Felicità” (nientemeno). Mi sembra un distributore automatico di pillole di felicità: se funzionano, la sua vita deve esser meravigliosa. Mi ha ricordato un americano di grande successo, Dale Carnegie che nel 1936 (sic) ha pubblicato un best seller: “L’arte di conquistare gli amici e il dominio sugli altri”. In poco meno di un secolo qualcosa sarà cambiato, e i consigli di Schmid mi sembrano meno biecamente manipolatori: ma tant’è…

  2. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Non parole, ma fatti! Questa è una delle massime più spesso utilizzata in un “contesto sessuale” per stigmatizzare chi fa troppo “sesso orale” nel senso che ne parla molto e a sproposito, ma ne fa poco, anzi pochissimo. E invece a pensarci bene le parole sono importanti: di sesso bisogna parlare! ”Il sesso si comincia proprio parlando e si finisce conversando”. Il sesso o meglio la pratica della sessualità in coppia (che mi pare il minimo, ma il discorso potrebbe valere anche per tutti i “praticanti multipli” abituali, eventualmente) si dice sia una alta forma di comunicazione, ma nel senso che trattasi di pronunciare o manifestare qualcosa che le parole non riescono a comunicare altrettanto efficacemente. Allora i partner sono impegnati in un copione in parte scritto in parte improvvisato in cui ognuno reagisce con buona accortezza (ci si prova almeno) a ciò che esprimono i movimenti corporei dell’altro inscenando una danza corporea interattiva che si avvale di tecnica accademica, ma anche di tanta buona fantasia e che si esprime nelle più svariate posizioni (quando va bene). Attraverso questi movimenti si possono veicolare variegati messaggi dai più nobili a quelli più orribili. Ma non a questo linguaggio del corpo mi riferisco, ma più propriamente alle vere e proprie conversazioni verbali in cui “le persone parlano con accenti diversi, con opinioni diverse, di questioni diverse.
    “Non mi piace parlare prima del sesso, né durante. Ciò che amo sono certe lunghe, anche strampalate, conversazioni che intratteniamo spensieratamente e spontaneamente dopo il coito”. Quelle conversazioni dopo che “i corpi si sono scambiati le ossa”, per intenderci. Affermazione paradossale, apparentemente provocatoria anche, per certi versi grottesca, ma come tutti i paradossi e provocazioni c’è sempre un qualche fondo di logica sottesa. Trattasi di quelle “conversazioni sessuali” (“sessuali” se non altro perché ancora impregnate di quel “fare l’amore” o del più semplice ma non per questo più oltraggioso “scopare”) dove non si parla di sesso, non direttamente almeno, in cui ciascuno dei partner parla con una voce sua particolare di cose nuove, ma anche di cose vecchie che possono essere dette in modo nuovo o più positivo. “Facevo all’amore soltanto per il gusto di poter parlare dopo con lei”…”Prima” mi capita di non stare nemmeno a sentirla…”Dopo”, invece, approfitto per conoscerla meglio…”. Bizzarro! Davvero! Parlo di conversazioni, ma non penso che “l’unico proposito non riproduttivo che può spingerci all’atto sessuale sia semplicemente la comunicazione verbale susseguente”; non sottovaluterei nemmeno l’eccitazione e il godimento fisico voluti in quanto tali che comprensibilmente possono entrare a far parte della conversazione “come certi argomenti di politica”, eventualmente. Ci si augura ovviamente che l’effetto delle endorfine liberate nel frattempo durante il rapporto sessuale non ci abbia storditi al punto da farci pronunciare idiozie immani o che non ci abbia ammutoliti prematuramente conciliandoci il classico sonno ristoratore. Ecco il caso in cui la sessualità può facilitare la comunicazione tra le persone. Ecco perché l’incontro sessuale in linea di principio può favorire la conoscenza reciproca di coloro che “non hanno più nulla da dirsi” da un bel pezzo.

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