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Schizofrenia: scienziati USA bloccano sintomo-chiave nei topi

Anna Bonfanti
27 Marzo 2016
2 commenti
Schizofrenia: scienziati USA bloccano sintomo-chiave nei topi

Commento all’articolo del  18 febbraio 2016

Nel numero della rivista Neuron dello scorso 18 febbraio è stato pubblicato un articolo scientifico, a nome di Gogos e collaboratori, del Columbia’s Mortimer B. Zuckerman Mind Brain Behaviour Institute, Columbia University Medical Center (CUMC) e del New York State Psychiatric Institute (NYSPI), che ha avuto grossa risonanza sia nel mondo accademico, sia sulla stampa divulgativa.

Lo studio è di assoluto interesse in quanto riporta, come spiegato più oltre, la possibilità di intervenire sugli effetti di una mutazione genetica, responsabile di alcuni sintomi presenti nella schizofrenia, in un modello animale della malattia. Mentre i ricercatori stessi e i referee hanno espresso giudizi prudenti sia sulla riproducibilità dei risultati nell’uomo, sia sulla portata dell’eventuale ricaduta terapeutica, la stampa divulgativa ha invece subito propagandato l’imminente disponibilità di una nuova cura per la schizofrenia.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto lo studio: Gogos e collaboratori,che da anni hanno dedicato la loro carriera allo studio dei correlati neurobiologici della schizofrenia, sviluppando modelli di ricerca della malattia fra cui quello animale, hanno usato un composto chimico per ripristinare le connessioni neuronali, interrotte a causa di un difetto genetico, in un modello murino di schizofrenia.

In particolare i topi sono portatori della microdelezione 22q11.2, che si verifica nell’1% della popolazione di pazienti affetti da schizofrenia e che provoca una disregolazione nella produzione di Gsk3 beta (glycogen synthase kinase 3 beta, un enzima associato alla fosforilazione e inattivazione di altri enzimi importanti nella sintesi del glicogeno ma coinvolto soprattutto nel metabolismo energetico, nello sviluppo delle cellule neuronali e nella formazione dello schema corporeo), la quale a sua volta blocca la formazione delle corrette connessioni neuronali fra ippocampo e corteccia prefrontale negli stadi di sviluppo, conducendo a deficit cognitivi, soprattutto nell’ambito della memoria (memoria spaziale procedurale) e attività neuronale finalizzata ad un compito.

I ricercatori hanno impiegato un antagonista del Gsk3beta, verificando che in questo modo si ristabilivano una normale crescita neuronale e corrette connessioni, con ripristino delle funzioni mnesiche nel modello murino.

Questa microdelezione è presente nell’1% dei pazienti affetti da schizofrenia. La presenza di questa mutazione genetica aumenta l’incidenza di malattia dall’1/100 della popolazione generale a 1/3.

La scoperta scientifica è sicuramente rilevante, dimostrando non solo il substrato biologico di alcuni sintomi cognitivi presenti nella schizofrenia, che fra l’altro, allo stato attuale, sono quelli meno passibili di intervento terapeutico, ma anche indicando un possibile ed efficace rimedio mirato.

Allo studio hanno partecipato ratti giovani e quindi resta da valutare se la stessa efficacia nell’uso dell’antagonista del Gsk3beta sia riproducibile una volta che le alterate connessioni neuronali siano stabilite da anni: la schizofrenia viene in genere diagnosticata nella prima età adulta e quindi in una fase di minore plasticità.

Ancora prima è tutta da verificare la riproducibilità dell’intervento nell’uomo sotto il profilo di parametri squisitamente farmacologici, quali farmacocinetica, efficacia e tollerabilità. Inoltre è da valutare l’applicabilità e l’efficacia dell’intervento anche a chi non sia portatore della mutazione genetica in questione, dato che appunto solo l’1% della popolazione schizofrenica lo è.

Quindi, per quanto sia evidente che le ricerche stiano rapidamente chiarendo i meccanismi neurobiologici che sottendono la sintomatologia psichiatrica, la disponibilità di nuovi approcci terapeutici è una strada aperta ma ancora lunga da percorrere e saranno sicuramente necessari ancora diversi anni prima di avere interventi sicuri, efficaci e di ampia portata.



2 risposte.

  1. Guest ha detto:

    Il vaso di Pandora coi suoi collaboratori si propone di commentare le notizie he spesso i media diffondono indiscriminatamente con rischi per la divulgazione corretta.
    L’intervento della dr.ssa pone l’accento su questo rischio

  2. pasqualepisseri@alice.it ha detto:

    Fra i sensati inviti alla cautela formulati da Bonfanti nel suo documentato e lucido intervento mi soffermo sul dato dell’1%. Allo stato, tutto fa pensare che, qualora le altre difficoltà fossero superate, l’efficacia di questa possibile terapia mirata si eserciterebbe solo sull’ 1% dei pazienti che chiamiamo schizofrenici. L’importanza applicativa della scoperta sarebbe dunque notevole ma limitata; elevata quella teorica, perchè potrebbe essere un passo verso la costruzione di una nosografia meglio fondata. Tende infatti a confermare quello che i clinici, da K. Schneider in qua, sono stati portati a ritenere: la schizofrenia non è affatto una singola malattia bensì un costrutto legittimato da una sua coerenza interna, che potrebbe trovare i suoi corrispettivi in una serie di affezioni o anomalie diverse l’una dall’altra e tutte da identificare.

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