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Salute mentale, l’allarme degli ex Direttori di Trieste: “Così cancellano il modello Basaglia”

2 Giugno 2021
3 commenti
Salute mentale, l’allarme degli ex Direttori di Trieste: “Così cancellano il modello Basaglia”

Commento all’articolo di M. Ballico apparso su La Repubblica il 26 maggio 2021

Si parla di un concorso ritenuto mal gestito, a danno di tecnici a indirizzo basagliano.    Non so nulla, evidentemente, di quanto accaduto, e non abbastanza dei meriti e limiti del c.d. modello triestino come attualmente messo in opera. Ma credo sia concreto in tutta Italia un rischio di riflusso, dopo il calo della tensione e dell’interesse collettivo che i “non tecnici” avevano a suo tempo investito nel problema del disturbo mentale. Questo, in una mutata temperie politica: basti ricordare che al tempo della riforma il Presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia era Antonio Comelli, democristiano credo di sinistra, in quanto ex – partigiano (della Osoppo, certo).

  Ma tornando a noi operatori psi: credo che il rischio oggi stia nell’accontentarsi, nel sentirsi soddisfatti di quanto acquisito; e anche quello di  lasciare spazio, nei non addetti ai lavori, alla tentazione di pensare al disturbo mentale come di qualcosa che non ci riguarda, di dimenticabile; ai tempi eroici della riforma, il messaggio veicolato dai basagliani duri e puri, pur nei suoi limiti tecnici e teorici aveva il pregio di far sentire il disturbo mentale, o quanto meno la risposta tecnica e sociale ad esso, come qualcosa di bruciante interesse collettivo.

 Insidiosa difesa in gioco è sempre l’allontanare l’inquietante, il perturbante inteso in senso classico: ciò che ci assomiglia ma non è identico a noi. Essa agiva, ai tempi di Basaglia,  facilitando l’adesione all’invito di lui a “mettere fra parentesi” il disturbo mentale, pur se non negandolo come faceva qualche epigono.  Il sottolineare la dimensione politica del problema, qualunque  fosse la validità dottrinale di tale semplificazione, è stato comunque efficace poiché ha costretto la politica a occuparsene ben più efficacemente di quanto avrebbero potuto i tecnici da soli; e l’attenzione all’ingiustizia sociale – certo grossa componente del modello manicomiale –  era evidentemente qualcosa di condivisibile da ampie fasce di popolazione.

   L’effetto perturbante agisce oggi diversamente, portando la gente a dimenticare nuovamente il problema, almeno nelle sue forme gravi e più “alienate” (termine significativo!).    Operatori, pazienti e loro familiari rischiano di ritrovarsi chiusi in un cerchio magico, in una nuova e più sottile forma di isolamento. Ne consegue per gli operatori anche la possibilità di cadere nella noia di una routine.

  E’ importante mantenere  viva l’iniziativa, la spinta a capire di più, la ricerca di proposte e risposte  soprattutto alle criticità rilevate: non aspirando a qualcosa di definitivamente salvifico, ma a spunti nuovi, con interesse anche critico e dialettico: compito interminabile (grazie al cielo). Importante anche mantenere aperti canali con i media e coltivare ogni altra possibile occasione di incontro con  l’opinione pubblica, aiutando a superare l’atteggiamento difensivo che porta a considerare il disturbo mentale qualcosa di irrimediabilmente “altro da noi”.


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3 risposte.

  1. Gg ha detto:

    Caro Lino
    Per capire chi fa o non fa ed ancora di più chi fa bene e chi no, servono dati che abbiano al centro il compito principale del Nostro lavoro: ridurre o eliminare la sofferenza mentale.
    La psichiatria ha sempre sofferto di autoreferenzialità e questo non ha contribuito a renderla credibile sia che si tratti di Milone o dei triestini o basagliani come vogliono definirsi.
    Di quanti pazienti ti sei curato e con quali risultati?
    Domanda legittima da fare ad un chirurgo prima di farsi operare; perché no ad uno psichiatra?
    Certo il nostro lavoro con pazienti psichiatrici gravi richiede dell’intervento di un pensiero gruppale; a maggior ragione dobbiamo ragionare sui dati.
    Noi ci proviamo col redancia system
    Chi fa altrettanto??

    1. Pasquale Pisseri ha detto:

      Certamente; ma il percorso verso una corretta valutazione e raffronto dei risultati è molto complicato: richiederebbe la messa a punto di una metodica di verifica comune alle varie realtà, su caratteri dell’utenza, criteri di miglioramento, strumenti di rilevamento, modi di elaborazione dati, e quant’altro. Una commissione dovrebbe dedicarvisi per anni, superando chissà quante resistenze. Ma fin d’ora è vero quanto dici: chi comunque oggi si impegna a fornire risultati affidabili merita credito.

  2. Gg ha detto:

    Intanto facciamo la rilevazione dei dati relativi agli esiti del trattamento poi mostriamoli e semmai dopo se ne discute.
    Se pochi o nessuno lo fa con la scusa della complessità ………

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