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Ritorno a Basaglia

Marco Borreani
6 Giugno 2018
6 commenti
Ritorno a Basaglia

Franco Basaglia  era un clinico non un rivoluzionario. I “cambiamenti” da Lui  richiesti nascono come supporti clinici  al buon esito della proposta terapeutica  messa in atto  con il lavoro quotidiano nel tempo, sono degli effetti non la causa, la causa è una certa etica, un certo spirito a cui bisogna tornare.

La Legge 180 (che  secondo  quanto riporta la figlia non fu vissuta dal padre, il giorno della approvazione, come una conquista straordinaria ma solo come una tappa del lavoro)  è senz’altro  una legge importante,  ma come ogni legge  decreta quello che si può fare e quello che non si può più fare, inoltre essendo un semplice scritto stabilisce  -cosa-  ma non le -intenzioni-.

E a maggior ragione nel caso di questa Legge, senza nulla voler togliere a Franco Basaglia, più che la commemorazione ciò che muove l’interesse è la malcelata curiosità preoccupata sui i frutti dell’eredità e sul loro  precario  equilibrio perché si percepisce che non è questione di cose fatte ma dello spirito che dovrà animare l’intenzione futura.

Leggiamo in una parte importante della Legge :” E’ in ogni caso vietato costruire nuovi Ospedali Psichiatrici, utilizzare quelli attualmente esistenti come divisioni specialistiche psichiatriche di ospedali generali, istituire negli Ospedali Generali divisioni o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali divisioni o sezioni neurologiche o neuropsichiatriche ….” (Art. 7. Trasferimento alle regioni delle funzioni in materia di assistenza ospedaliera psichiatrica -LEGGE 13 maggio 1978, n. 180 ).

Quello di cui siamo sicuri  è che prima di essere scritta ha abitato per molto tempo nella testa e nel comportamento del suo autore fermentando in -quel qualcosa- che è stato causa della nascita di un nuovo punto di vista sulla follia, ma la particolarità è che  chiunque la applichi, per la scheletrica architettura  della sua formalizzazione, può sentirsi in piena consonanza  con colui che la ha pensata…

Ma questa legge ha preservato  e  contiene ancora   lo spirito che  ne ha permesso la nascita? Perché è solo da quel fervore e solo se è ancora vivo e attivo  che si può aver il coraggio e l’intraprendenza  di allora…. senza si sa cosa succede.

Bisognerebbe  chiedere a Basaglia se il nucleo vitale del suo pensiero  si è conservato  oppure no  e sebbene sia difficile  instaurare un dialogo reale a quattrocchi, si può però sopperire a questo limite  cercando  all’interno di  alcune interviste  qualcosa di questo “spirito” originale  che rimane comunque  incarnato.

Ci aiuta  il fatto che all’epoca  della registrazione le interviste non erano il palcoscenico  del narcisismo  ma al contrario  erano arricchite di una certa ritrosia che  rendevano  la domanda  un ospite gradito ma un po’ invadente e la risposta era vissuta  come un po’ inutilmente pleonastica  sebbene desiderosa di esprimersi ed in essa  si cercava di concentrare  la propria verità vera sull’oggetto della domanda.

Sebbene sia  poca cosa  la lettura e  l’ascolto di qualche frase, succede che insieme alla  viva voce si sente il profumo di  quel non so che di  sfuggente alla analisi del semplice scritto,  e quello che ci appare dalle  immagini sono i segni chiari di una volontà  determinata ,mentre  quello che si sente  dalle parole è la logica  dal  coraggio, quello necessario ed indispensabile  per sostenere le idee…ed il coraggio  per Lui è …. “essere debole con i deboli e forti con i forti”…….ma  ascoltiamo                              “….Una scienza nuova in riferimento ai bisogni dell’uomo una scienza che non da delle risposte preformate ma delle risposte individuali ad ogni persona che chiede qualche cosa…..Quello che interessa a noi, come ho detto prima…è di rispondere ai bisogni delle persone . Le persone che sono ricoverate in manicomio hanno dei bisogni  ma noi non li conosciamo perché quello che vediamo e soltanto la miseria dell’internato. Il problema e che quando l’internato si libera esprime….qualche cosa…..vuole qualche cosa e allora questo volere qualche cosa, questa voce prepotente che si esprime attraverso anche degli atti di rottura che l’internato fa e che non sono più repressi o violentati…….sono degli atti che noi dobbiamo comprendere cosa vogliono dire. Questo è il sapere su cui può fondarsi una nuova disciplina….se vogliamo dare una alternativa reale a quella che è la vita dell’uomo al di là della salute  o della malattia dobbiamo scontrarci con queste situazioni critiche …..” .

https://www.youtube.com/watch?v=9m8jU3dyFqA

C’è molto moltissimo, almeno nelle parole,  di ciò che ispira la vita delle Comunità Terapeutiche e che sentiamo circolare nei  convegni e nelle formazioni ECM. Se si pone attenzione traspare  nel sincronico dell’ascolto qualcosa  che  è parte essenziale dell’oggetto   che  ci riguarda  giorno per giorno ovvero  la piena consapevolezza di non essere immortali,  di non essere la verità assoluta   e che il proprio  sapere ad un certo punto sarà humus per le  idee di altri che sono da rispettare  ancorché non ancora presenti.

E’ l’Enigma che parla e guida… una scelta di campo precisa.In un convegno in Brasile alla domanda di uno studente sul futuro della riforma risponde ……”Io non lo so che cosa… se i manicomi ritorneranno… se poi  il nostro lavoro… che cosa… se torneranno ma sicuramente noi abbiamo dimostrato  che è possibile avere a che fare con il folle in altro modo… quindi non si potrà mai dire che non è possibile…”.

https://www.youtube.com/watch?v=Y79FhAip2T0



6 risposte.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Caro dott Borreani, se diamo valore esclusivamente al significato delle parole allora, probabilmente, stare qui a dibattere se Basaglia sia stato più clinico o più rivoluzionario è come chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Qualcuno molto salomonicamente potrebbe uscirsene con la massima “la questione non si pone in quanto ciascuno contiene l’altro e viceversa”.
    Non dimentico che la legge “Sbaraglia” o la legge “Spariglia” come qualche buon tempone la chiama è accusata da più parti di essere “ideologica”. Ma io invece la applaudo e per lo stesso motivo. Spero di non fare la parte di chi vuol tirare Basaglia per la giacchetta, ma secondo me è molto riduttivo dire che “Basaglia fu soltanto un grande clinico”. Quando Basaglia promuove l’abbattimento dei cancelli per lasciare che i malati corrano letteralmente fuori dalle mura manicomiali non fa ovviamente nulla di propriamente “clinico”. Quella è un’azione primariamente ideologica e fortemente simbolica, politica e sociale prima di tutto. Quella, prima ancora che clinica, è lotta contro l’emarginazione, gli stereotipi, i pregiudizi. È proprio grazie “all’utopia dell’uscita” e alla “trasgressione in massa delle regole dell’internamento” che comincia la “cura”, a ben pensarci. È da lì che si sviluppa tutta la clinica del “grande clinico”, secondo me.
    Dunque, si aprono i manicomi alla società con tutti i limiti e i risvolti di questa società. E poi se alla fine è percepita come ideologica la legge sarà perché non siamo riusciti ad applicarne pragmaticamente in toto i principi? E quando i principi si fermano a metà fanno una brutta fine normalmente ed è allora che da ideali si trasformano in ideologici nell’immaginario emotivo collettivo, e rischiano di diventare patrimonio esclusivo di fascisti e sfascisti col pallino dello smontaggio sociale e di tutti quelli con la paura permanente che gli entrino i ladri in casa e pure i “matti” a questo giro. O più semplicemente perché questo è un lavoro che non finisce mai perché le società cambiano nel corso dei tempi e sono tempi sempre più stringenti e le realtà si evolvono (oppure no, dipende dai punti di vista) a ritmo vertiginoso e anche le caratteristiche della sua sofferenza si adeguano? Possiamo continuare a rifugiarci nel nostro alto e tante volte romantico eremo “clinico” appellandoci magari alle ultime novità in tema di neuroscienze, o ai “cessi con lo spazzolino” (che hanno la loro bella importanza, si capisce, sebbene rimanga convinto che “l’ambiente che cura” non possa restringersi unicamente al nostro recinto professionale o agli arredamenti acquistati all’Ikea) mentre tutto nel frattempo ci crolla intorno come la famosa orchestra che con molta eleganza continua a suonare mentre la nave affonda. Oppure forse dovremmo fare come l’Edipo di Sofocle: diventare ciechi prima di vedere più chiaramente? Ma senza arrivare a certi eccessi autolesionistici, su una cosa concordo col dott. Borreani. La legge “Basaglia-Orsini” è uno “scheletro” che va riempito di volta in volta di contenuti (spero di non aver male interpretato). E concordo che “non può bastare una legge per amministrare la follia”.
    Ma già questa è un ammissione di quanto non si possa chiudere alla società in cui siamo immersi e alle sue storture ma anche alle sue virtù, si capisce. La legge va riempita di tutto il meglio che vige nella società attuale in termini di conoscenza scientifica e di “goodpractice” e buona morale e sana etica e scrostata letteralmente delle pericolose brutture provenienti anche da ambiti non strettamente clinici che rischiano di farne implodere la struttura. Ma come si può difendere il comparto della salute mentale dagli altri ambiti irrisolti del vivere sociale se partiamo dal presupposto che trattasi di vasi inevitabilmente comunicanti e senza incidere inevitabilmente su quegli altri ambiti? Ops! E se ci appellassimo al concetto di campo dinamico? Ma questa è altra storia.
    Mettendo da parte le questioni più propriamente “metafisiche” al momento per motivi di spazio, vorrei soltanto ricordare giusto per non rischiare di “destabilizzare” qualcuno particolarmente sensibile che lo spirito che anima le moderne o meglio più attuali comunità terapeutiche di riabilitazione è lo “Spingersi verso il fuori, verso il mondo”. E questo movimento verso l’esterno fatalmente non può non fare incrociare a volte utilmente, altre volte meno proficuamente, altre volte in modo decisamente traumatico, le “realtà artificiali” delle “istituzioni e Comunità terapeutiche” con la realtà ambigua, travagliata, acre e comunque differente del mondo là fuori, quello fuori dalle comunità e dai vari servizi territoriali.
    Il lavoro di Basaglia come anche il nostro immagino è ispirato tra gli altri al valore della libertà. Abbiamo scoperto cammin facendo in Comunità e insufflati da Basaglia che la libertà può essere terapeutica: libertà di di parola e di azione, libertà di poter sperimentare il “riconoscimento individuale, la costruzione delle identità e la comunicazione delle differenze”, seppure in ambiente “protetto”.
    E poi alla libertà abbiamo scoperto l’utile affiancamento di un’igienica opposizione a qualunque tipo di coercizione, compresa quella della realtà istituzionale che orbitava intorno all’idea stessa di manicomio; e ancora professiamo la ribellione a qualunque tipo di dato preteso come fisso e immutabile. L’idea profusa a tonnellate nella “comunità terapeutica” che il rapporto umano spontaneo, immediato e reciproco, sia “curativo” potenzialmente. L’accettazione dell’idea discretamente democratica che “l’apertura al mondo della dialettica, della diversità, dell’opposizione ragionata, dell’accordo conseguito tramite partecipazione e libera adesione e non con la prepotenza”. L’idea della libertà abbinata alla responsabilità per le conseguenze delle nostre azioni, l’educazione al “limite” e la sua ammissione in un’ottica di superamento di quest’ultimo.
    Idee, concetti, principi, valori, finanche archetipi, se vogliamo, che dovrebbero guidare azioni e pensieri di tutti noi cittadini sinceramente democratici e repubblicani seppure mediamente nevrotici, ma che abbiamo scoperto avere ricadute positive sulle relazioni umane prima ancora che su quelle cliniche.
    Questi stessi principi abbinati all’esaltazione del lavoro di gruppo, animano le settimanali o quotidiane riunioni d’equipe nelle comunità terapeutiche, mi pare, con il coinvolgimento dei pazienti pure, a volte, se previsto dall’organizzazione. Qui si discute di pazienti e dei loro progetti praticando il confronto, a volte rude ma si spera sempre sincero e leale, tra le varie competenze messe in gioco. Un confronto, una dialettica, un conflitto, persino, comunque schietti e in cui la leadership espressa all’interno del gruppo (un coordinatore è pur sempre indispensabile che faciliti una sintesi) promuove l’espressività dei diversi ruoli la cui efficacia si fonda esclusivamente sui contenuti discussi non sulle gerarchie e presunte superiorità di queste. Sigh!
    Questi discussi sopra sono parametri clinici o principi rivoluzionari? Oppure più semplicemente si tratta soltanto di valori umani universali che ispirano un’azione e un’idea di “cura” e una visione del mondo insieme? E la sua “politica”, pure? Mah!
    E ancora, bisognerebbe spogliare la figura di Basaglia di questa sorta di aura mitologica e leggendaria che l’avvolge. Basaglia non è il “Dott. House” della psichiatria moderna che ha tutte le risposte pronte e ti risolve ogni guaio laddove gli altri non possono arrivare e la cui ricetta si limita magicamente a chiudere i manicomi. Egli fu persona di alti principi, ma reale e molto concreta con i piedi ben piantati nell’humus del suo tempo, ma le sue intenzioni travalicavano l’ambito strettamente clinico, secondo me. E con questo non pretendo di far parlare i morti. È soltanto una mia percezione, ovviamente, seppure dettata da alcune evidenze.
    Diciamocelo francamente: Basaglia era un outsider soprattutto all’interno della sua stessa categoria (e con questo non voglio dire che non avesse un seguito tra colleghi ed estimatori vari. Le “rivoluzioni” non si fanno mai da soli). Tuttavia, “arriva” Basaglia e “improvvisamente” la “società” moderna, italiana quantomeno, (ri)prende ad interessarsi della “salute mentale”. E tuttavia, tu applaudi a Basaglia e finisci comunque per sentirti un eterno estraneo persino in casa tua. Ma com’è possibile? Ma quelli che criticano la legge e i suoi “visionari” sostenitori o quelli che si trincerano idealmente dietro il “politicamente corretto” della legge, ma che poi razzolano male, non sono migliori. Basta vedere come sono trattati ancora oggi i pazienti in certi contesti e non c’è bisogno di scomodare ancora “Vada Sabatia” che rimane tuttavia l’emblema estremo e sottolineo estremo di ciò da cui dobbiamo pur sempre guardarci. E qui più che la clinica centrano una certa visione del mondo e dell’amministrazione pubblica eventualmente.
    Quelli stabiliti persino dalla legge che prende il suo nome ci giungono spesso come echi di qualcosa proveniente da molto lontano, come provenienti da una civiltà che non esiste più, persino (e forse davvero stiamo parlando di una società sepolta?). E come posso vedere e percepire una cosa che sembra così distante da me? Col cannocchiale della risonanza magnetica funzionale? Certo, anche quella serve indubbiamente (Ah! La benedetta integrazione delle competenze) Parafrasando Socrate potremmo dire che la legge Basaglia (con tutti i suoi limiti dettati dall’ideologia, insisto, e degli interessi del tempo e delle conoscenze allora a disposizione) “nasce sapendo tutto”. In quella legge è contenuta buona parte di ciò che ci serve. Una cornice a partire dalla quale ci si può inoltrare coraggiosamente alla “scoperta progressiva della conoscenza di ciò che si sa”. D’accordo! Un testo che è nella nostra psiche, ormai (o di molti di noi, quantomeno) che ci guida come un manuale subliminale o una mente inconscia ma che deve e può esserci utile a patto però che scongiuri la tendenza alla “Dissociazione” e ci permetta di identificarci pienamente con la situazione e la storia attuali. Ma credo sia inutile battere sullo stesso tasto. Ho già scritto e commentato più volte sul tema ma mi pare che ci sia molta poca voglia di confrontarsi su questo merito della questione forse perché giudicata manifestamente infondata. Sigh! Mi sembra di parlare da solo, sinceramente! Quindi, da ora in poi mi taccio sulla questione “Basaglia” per non rischiare la stucchevolezza o il TSO o la rottura di balle molto più pragmaticamente. Allora, buon lavoro e soprattutto – buona legge “Basaglia-Orsini” – a tutti.

  2. marco borreani ha detto:

    Caro Dott. Spata le sono grato per la risposta perché centra in pieno il motivo per cui ho scelto quel bel quadro come immagine compendio dello scritto , cioè il molteplice che cova nel poco , dall’Uno ai mille.
    Basaglia, in qualunque modo lo si voglia vedere, è partito comunque da qualche “persona ritenuta di scarto” per accorgersi – che anche le pulci tossiscono- indirettamente sottolineando che qualcosa nelle relazioni umane, e non solo dell’epoca ,non funzionava troppo bene, da qui quello che sembra l’inizio di un percorso pragmatico, ma che rimane in qualche modo sospeso a mezz’aria tra la lucciola e la lanterna, anche perché a decidere deve essere chi legge . Capisco quello che lei vuol far intendere che non si può solo fare del petting con la verità e cioè credere che la “tosse” sia solo una malattia da curare, in questo sta la sensazione di una rivoluzione mancata, perché la “tosse” è anche una invenzione , un certo stile è espressione soggettiva di un inedito della verità incarnata dal soggetto. E’ questa la parte che Lei con veemenza e ricchezza verbale credo voglia sottolineare ovvero che la C.Terapeutica permette che si affacci nel mondo qualcosa di più della Cura , perché si comprende che si sta elaborando , costruendo , inventando, nostro malgrado, uno stile di relazione umana che è davvero originale nella storia della Umanità

  3. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Gentile dott Borreani sento il dovere di contraddirmi per ritornare ancora brevemente sul tema. Seppure il timore di ripetermi mi angoscia. Tuttavia, la sua garbata risposta mi impone una breve replica (non fosse altro che per il disturbo che si è preso per degnarmi di una risposta, quantomeno) Lei che evidentemente ha il dono della sintesi (ma ci sto lavorando anch’io) è riuscito a centrare forse il concetto principale che costituisce gran parte delle motivazioni alla base di certe mie (prolisse e fumose) argomentazioni. Mi appello all’ultimo paragrafo della sua pregevole risposta di cui mi fregio e con tutto il dovuto rispetto: “la C.Terapeutica permette che si affacci nel mondo qualcosa di più della Cura, perché si comprende che si sta elaborando, costruendo, inventando, nostro malgrado, uno stile di relazione umana che è davvero originale nella storia della Umanità”. Comunque sia. Sì! È proprio così. Ho sempre avuto l’impressione che noi “curanti-educatori” alla resa dei conti finiamo per proporre (o almeno tentiamo) alle persone-pazienti uno “stile di vita” che va al di là dei precetti “terapeutici” delle personali scuole di riferimento che ispirano il nostro impegno professionale e scientifico quotidiano. Uno “stile di vita” che tante volte stride fortemente con quello “praticato o subìto” dai pazienti nel “mondo di fuori”. A volte ho l’amara sensazione di ridurmi a fare il “predicatore nel deserto”. Mi sembra tante volte di essere lì a tentare di instillare concetti a chi non ha, per tante buone e meno buone ragioni, voglia di ascoltare e che spesso non ci pensa proprio a cambiare certo “stile di vita”, quello stesso che eventualmente li ha portati-costretti a seguire un percorso in “Comunità”. Ma quello che mi fa orrore non è tanto che gli altri a volte non ascoltano (che può dipendere dalla mia incapacità di comunicare efficacemente o più semplicemente dal fatto che pronuncio idee e parole poco interessanti). È proprio la sgradevole sensazione di dovermi proporre come “predicatore” più che come “curante” a turbarmi moderatamente. Si potrebbe obiettare che ciò dipende dal fatto che “fondamentalmente non sai far bene il tuo lavoro di “curante” o stai male interpretando la tua professione e il tuo ruolo di curante”, a voler essere proprio generosi. Certo, ci può stare, ma si fa quel che si può, ovviamente (e forse potresti anche cambiare mestiere già che ci sei. Ma siamo cocciuti come i ciucci). Oppure forse c’ è qualcosa nella modalità di “selezione del paziente” che tante volte ci costringe a ridurci a “educatori pedanti” o a meri tutori dell’ordine pubblico? Di sicuro, coinvolgere l’altro/a in una relazione che sia anche “curativa” nel senso che ardisca a tirare fuori l’altro/a dalle secche in cui la “sofferenza” e/o le vicissitudini della vita tendono a farlo/a stazionare, è un lavoro immane. La relazione è qualcosa che si costruisce nella reciprocità. Insomma, il coinvolgimento reciproco presuppone di per sé che ci sia – lo sforzo congiunto di essere “stimolanti” gli uni per gli altri -. Una volta si diceva che la relazione è fatta di feedback e controfeedback. Con questo non voglio dire che noi “educatori” siamo necessariamente migliori del “mondo là fuori” (o forse è davvero “necessario” che lo siamo, se non vogliamo fare professione di “perbenismo” e visto il “mandato” che ci siamo prefissati? Mah!) Curanti e pazienti finiamo volenti o nolenti per essere pur sempre espressione nella buona e nella cattiva sorte anche del mondo che ci circonda. Per questo dico che operatori e pazienti non siamo né eroi, né santi, né vittime inconsapevoli semplicemente di un sistema “spietato”. Siamo persone “complesse”. Tutti a nostro modo stiamo tentando di “condividere” qualcosa. Ma per “condividere” intanto bisogna trovare una materia comune da condividere e poi quando ci proponiamo come “educatori” prima ancora che come meri “depositari di conoscenze” dobbiamo essere credibili (coerenti?) agli occhi di noi stessi e di quelli che a noi si affidano (e non necessariamente in quest’ordine) E non sto dicendo (come alcuni colleghi scherzosamente ripetono prendendomi bonariamente in giro) che per essere coerenti con lo stile di vita che proponiamo “dobbiamo presentarci al lavoro con l’utilitaria scassata stile “Trabant” nemmeno nuova, per carità, ma rigorosamente “usata”, si capisce, o bardati come se fossimo reduci dal merendino di pasquetta”. Non sono tra quelli che pensano che – i pazienti (certi pazienti) sono come i “proletari”: tutti aspirano fondamentalmente a diventare borghesi sfrenati consumatori di nulla -. Invece meno cinicamente penso che tutti sani e malati aspiriamo a condizioni di vita migliori. E penso che la sciatteria non giova, mai, sebbene una maggiore sobrietà non guasti, mai. L’ostentazione è sempre sgarbata e volgare in tutti i contesti, secondo me, e soprattutto in quegli ambienti in cui l’attitudine al “confronto” può diventare molto accesa. E non credo nemmeno, come da più parti si predica, che noi curanti dovremmo smetterla una volta per tutte con questa fissa di voler fare gli “educatori” a tutti i costi e dovremmo invece limitarci ad “insegnare”: insegnare regole di Comunità e i sacri principi dei manuali di Zapparoli (che qualcuno di noi ha pure avuto la ventura di studiare, eventualmente) e a reiterare prescrizioni mediche e/o psicoterapiche (queste ultime “quando va proprio bene, bene”) ovviamente “ripetibili”, eventualmente. Insomma dovremmo limitarci ad una sorta di “pedagogia clinica” o della clinica. Fermo restando sempre che “pedagogia” e tutto ciò che ruota attorno alla materia “psi” devono rimanere, secondo la vulgata comune, rigorosamente separati (compresa la “Psicologia di Comunità”. Ma quale “Comunità”?) Ma come si possono scindere le due posizionI? Ma anche la “relazione psicoterapica” non è una relazione di apprendimento? E che cosa s’impara esattamente? Da questo assunto ne discende inevitabilmente, secondo me, che non possiamo che impegnarci “là fuori”, cioè anche quello degli operatori non può non essere uno “Spingersi verso il fuori, verso il mondo”. Credo sia inevitabile a conti fatti. E discutiamo pure delle modalità con cui questo impegno esterno si debba, si possa estrinsecare. Ma buona notizia è che non è poi così necessario spingersi troppo lontano.
    Non senza un certo paradosso, “impegnarsi là fuori” significa molto pragmaticamente anche, intanto, o innanzitutto, forse, cominciare ad avere le idee più chiare in casa nostra. Forse

  4. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    E fatte salve tutte le buone cose che facciamo quotidianamente con la volontà e la professionalità che ci contraddistinguono.

  5. Francesco ha detto:

    La psichiatria ha fatto danni atroci in passato, e da quando ha iniziato a usare i neurolettici ha finito per distruggere la vita dei malati… I manicomi sono dei carceri abominevoli… Puzzolenti come gli infermieri e medici… Che pensano solo a drogare gli ammalati… Il documentario la vena d’oro gratis su YouTube… Spiega la truffa della psichiatria…
    Poi il documentario… Il marketing della pazzia… Gratis su YouTube… Distrugge la psichiatria…

    Se volete perdere tempo con parole altisonanti… E discorsi lunghi… Senza mai dire quello che ha fatto in passato… E cosa sta facendo in modo disonesto in questo tempo… Allora per favore state zitti La vergogna la psichiatria non la conosce… Rovinate con le vostre droghe la vita di chi capita nella vostra ragnatela assassina.
    Le case farmaceutiche sono i vostri datori di lavoro

    Se volete rispondere… Per favore dite la verità…

  6. Massimo ha detto:

    Salve illustri Dottori della mente…
    Voi siete filosofi… Ma nella pratica di dottori psichiatrici… Vi siete soffermati sul giudizio… E sulla pratica infame… Etichettare il povero ammalato… Come rotto… Incapace…
    I dottori quelli di chilurgi… I dottori di famiglia… Sono sempre attenti… Incoraggiare… Calmare… Interessato veramente al benessere del paziente…
    Dottori psichiatri… Voi vi rendete conto che non avete fatto tesoro dei vostri fallimenti…! Il 98% di medici psichiatri nel mondo hanno perso… Spacciatori di sostanze tossiche… Scrivete… Delegate l’infermiera di somministrare medicina… Ma hai me non è un medicamento . Li scimunite con quelle sostanze velenoso… Distruggendo il loro corpo… Peggiorando in modo irreversibile anche la salute fisica… Basta leggere il bugiardino della non medicina…
    Guando parlate per la prima volta con un paziente… Perché non fate domande fondamentali… Ti trattano male in famiglia? Il lavoro sei tranquillo? La tua infanzia…. Raccontami così ti posso aiutare…
    Voi… Dovete fare i dottori… Avete giurato di difendere la vita… I vostri pazienti sono esseri adorabili… Li dovete difendere… Sono i nostri cuccioli adulti… Ci avete pensato un attimo… Solo per un momento… Che la mancanza d’amore per un essere umano è distruttiva per la sua mente…
    Provateci a cambiare il metodo… Al mattino quando vi recate in reparto… Non andate nello studio… Dovete stare in mezzo a loro… Fateli parlare… Si dice al mio paese ( pazzo si ma scemo no)
    Quando si renderanno conto che si possono fidare… Siate amorevoli… Siate la loro difesa più intima… Come amate i vostri figli… Amate i vostri pazienti… Voi dovete essere la garanzia indissolubile che nessuno gli farà del male…
    L’arroganza in un medico non deve coesistere…
    Ma voi non dovete emancipare il paziente?
    Vi rendete conto che i vostri reparti spdc… Sono posti orrendi… Il paziente è trattato da scemo… La pillola… Mi raccomando se fai casino ti lego… Poi il paziente fuma… Si rimbabisce con la tv che non gli insegna niente… I grandi sfaticati infermieri… Sempre chiusi in infermeria a guardare la tv… E con telefoni in mano… Alle 12 di notte… Se ne vanno a dormire fino alle 6:30 del mattino… Lasciando soli i pazienti… Vi rendete conto che schifo di servizio ospedaliero… Ma i nostri cari in che mani sporche vanno… Spdc. In quel reparto dovete cambiare tutto… L’accoglienza dovrebbe essere non traumatica… Il medico è gli infermieri devono confortare… Senza il pregiudizio… Non tutti gli ammalati sono violenti… Poi li potete sedare in pronto soccorso i violenti… Così quando entrano in reparto… Essendo calmo… Potrà capire che il medico è gli infermieri sono a sua difesa.
    Dai… Voi vi dovete svegliare… La psichiatria inglese è una cosa seria… La famiglia reale inglese… É attiva a difendere il benessere dei pazienti di psichiatria. Poche medicine…
    Non siate i carnefici dei nostri cari… Tutti sanno cosa hanno fatto i medici nei manicomi… E cosa stanno facendo di orrendo oggi… Noi siamo a conoscenza del vostro operato odierno… Se cambiate… E la finite di fare i giudici supremi… Forse farete brutta figura a metà… Ma è possibile che siete così folli… Per alzata di mano decidete una nuova malattia mentale… Senza una base biologica scientifica… Il dsm la vostra bibbia della follia… Voi fate capire che non state bene con la testa… La persona malvagia è pazzia reale… Il mafioso è persona pazza… Va rinchiuso e sedato per bene… E poi lavare tutti i giorni il carcere Il medico che fa del male al paziente… É la pazzia più orribile del mondo. Il medico psichiatra… Va arrestato subito… Legato sedato per sempre…
    Non siate malvagi… L’ego è indice della pazzia…
    Mi raccomando.. Se rispondete un giorno… Siate brevi.. Il succo…
    Mi raccomando… Vi osserviamo…
    Noi difenderemo i nostri cari… Non hanno malizia… Puri…
    Dovete rendere conto a milioni di persone… Forse dovreste avere un po’ di vergogna leggendo questo post… Sempre che l’ego non sia la vostra malattia mentale… Pazzia pura…

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