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Riflessioni su “L’ultima immagine”di James Hillman e Silvia Ronchey

16 Marzo 2022
3 commenti
Riflessioni su “L’ultima immagine”di James Hillman e Silvia Ronchey

La pratica del silenzio mi è parsa in queste ultime settimane una via di salvezza… tuttavia è una pausa e mi par già ora di riprendere il filo con il tema del “buon uso” aperto con le riflessioni sul libro di Fédida  Il buon uso della depressione.

Vorrei infatti condividere qualche commento a “L’ultima immagine” di J. Hillmann e S. Rochey una lettura un po’ estrema forse apprezzabile appieno  attraverso l’ammirazione del coraggio del rimanere pensante, comunque, finché si può .

Intanto mi e parso assai coinvolgente il modo in cui è messo a fuoco il rapporto con la tradizione alla quale siamo quasi sempre molto più collegati di quanto sappiamo e crediamo.

Poi come il libro  rappresenta un pensiero nascente infatti, quasi in forma di dialogo socratico, mette in evidenza che la capacità di Hillmann di creare pensiero non può prescindere da occasioni di scambio : con la conversazione ed anche nella forma dialogante del rapporto con le immagini e la natura.

Mi ha sollecitato spunti e analogie con l’attualità  della fine di un’epoca e  il cambiamento di sistemi di comunicazione, ma anche stimolato l’orgoglio di rimanere pensante rispetto al lasciarsi travolgere dal rischio di smarrirsi nell’ atmosfera apocalittica o anche dal rischio di cadere nell’indifferenza .

La “ricerca interiore” che viene raccontata nel libro è operata tramite la scelta di un  luogo : Ravenna quale simbolo del CROLLO, della CADUTA come fu quella dell’Impero romano.

Molto interessante è l’emergere del modo di scrivere di Hillmann finalizzato al parlare con qualcuno: i suoi libri nascono dall’impatto con interlocutori viventi. Lo scopo di quest’ultimo testo pubblicato dopo la sua morte e per il tramite della sua interlocutrice e compagna di viaggio Silvia Ronchey (Ordinaria di Civiltà bizantina a Roma) si estrinseca nel fare emergere dai mosaici ravennati “l’ultima immagine” focalizzandone il senso e la pregnanza.

Il libro propone l’estremo compimento di un’avventura della mente ma anche esistenziale.

Il coinvolgimento intenso e l’impegno del lettore riguarda, attraverso i mosaici di Ravenna, uno spazio dell’immaginario personale e collettivo femminile (Teodora, il globo azzurro, il Cristo…immagini immerse nella prevalenza eccezionale del colore verde), costitutivo dell’intero perenne ciclo di morte rinascita.

Per tornare al vitale collegamento con la tradizione traspare progressivamente nel dialogo e nello sguardo proposto la prospettiva di Hillman ,alla cui genesi si intreccia il debito di gratitudine a Jung , quella cioè della diffusione dell’anima nel mondo. Il sapiente cosmopolita  camminando per l’Italia cerca il luogo dell’immagine, l’ultima, e lo riprende , quasi filmandolo , dai mosaici bizantini che risalgono a poco prima del crollo dell’Impero romano producendo una analisi del proprio morire e rimanere pensante fino alla frontiera tra l’essere e il non essere, mettendo a fuoco il nocciolo di tutto il suo attento lavoro esperienziale: il suo cammino di tutta una vita…

Mi è parso centrale il processo del distinguere tra immagini vere e false …(pag107) “S.Tommaso d’Aquino dice che la bellezza interrompe il movimento. Joyce ha ripreso questa concezione. Per lui ogni immagine che promuova…l’azione è pornografica. Potremmo anche definirla propagandistica nel momento in cui ci spinge a far questa o quella cosa. Mentre l’immagine vera … arresta il movimento . E’ sospensione… ci guarda… “

Ma prima (pag.96) Hillman aveva detto “Credo che la vera immagine sia quella della forma interiore… che tenendo insieme le varie visibilità dà profondità al visibile” evidenziandoci la  confusione attuale tra  immagine e  visibile.

Arriviamo poco a poco, ancora attraverso il dialogo, al cuore dell’ultimo libro di Hilman:  la SUA VISIONE che gli si è presentata in uno stato di coscienza che definisce: sogno esperienziale, forse per la lucidità  al presentarsi della visione…”Ecco la mia visione ,mi son detto. Era la VOLTA AZZURRA , la visione del CAELUM che Jung definisce “anima mundi”. Ne parlai con Henry Corbin (filosofo, orientalista, storico dell’Islam, scopritore dei tesori della mistica sufi) che disse: Coincide perfettamente con il “mundus imaginalis” del sufismo. E’ il momento in cui il mondo immaginale si spalanca…

Nelle puntuali note emerge a questo proposito il pensiero di Corbin studioso dell’immaginale con cui definì quell’intermondo tra le percezioni  sensibili e le intuizioni o categorie dell’intelletto la cui scomparsa riteneva avesse portato con sé la catastrofe dell’occidente . I riferimenti in cui si sviluppano queste idee divengono sicuramente molto complessi tuttavia nellambito del nostro testo attinenti alla cura del modo di guardare l’immagine più profonda.

L’idea con cui ho iniziato questo articolo è una sorta di domanda sulle possibilità e gli spazi in momenti critici per mettersi in relazione , nella speranza di far buon uso del corpo , della mente che siamo per valorizzare un interno che specificamente si può rivelare, far emergere attraverso la narrativa ,le immagini, la musica , l’arte nelle sue varie espressioni  questo pensiero mi riporta dentro il libro , nel dialogo di Hillman  e Ronchey sulla poesia di Michelangelo :

“Amor la tua beltà non è mortale: / nessun volto tra noi è che pareggi / l’immagine del cor, che ’nfiammi e reggi / con altro foco e muovi con altr’ale”.


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3 risposte.

  1. AF Spata ha detto:

    Ci sono alcuni punti dell’intervento della prof.Ssa Vecchiato su cui mi piacerebbe soffermarmi e che offrono agganci (almeno per me, si capisce) interessanti sulla drammatica quotidianità che viviamo da due anni almeno a questa parte. Mi riferisco ovviamente alla pandemia e adesso alla guerra in corso tra Russia e Ucraina
    Ad esempio l’autrice cita tra gli altri: “il processo del distinguere tra immagini vere e false”; “la bellezza interrompe il movimento… ogni immagine che promuova…l’azione è pornografica…Mentre l’immagine vera … arresta il movimento . E’ sospensione… ci guarda… “. Sono spunti tutti che meriterebbero una trattazione a parte. Ma soprattutto quello che mi premeva sottolineare e che in qualche modo si ricollega alle citazioni precedenti, secondo me, è la questione della necessità-possibilità di “rimanere pensante e di mettersi in relazione anche quando l’ «atmosfera apocalittica» in cui siamo immersi “rischia di farci cadere nell’indifferenza” e aggiungerei nell’apatia, nell’accettazione passiva della realtà in quanto “naturale” (quindi, “necessaria” in qualche modo) o di farci chiudere in noi stessi (spero di aver interpretato bene il pensiero di Vecchiato)
    Provo allora a dialogare se non altro con l’autrice dell’articolo ben cosciente della tragicità e insieme dello squallore di questo momento storico.
    Allora, mi chiedo se sia ancora possibile di questi tempi “Fare anima”, come scriveva Hillman riprendendo un’ espressione del poeta John Keats, nell’accezione di “pensare e dialogare con se stessi e con gli altri”
    Parole come “anima” utilizzate da Hillman o da Jung come possono aiutarci a spiegare i tempi e le ragioni correnti? Oggi temo che le immagini non abbiano più “anima” nel senso che non hanno più il potere di “risvegliare” l’interesse nell’uditore/osservatore di parole e immagini. “Anima” non è più “soffio vitale” che richiama alla partecipazione attiva, che favorisce l’integrazione e la partecipazione delle persone alla vita collettiva. Oggi “anima” richiama al massimo “l’animatore” quello che “(ri)anima”, che intrattiene allegramente un gruppo di bambini ad una festa di compleanno, ad esempio. Le immagini diventano sì “Pornografiche” ma nel senso che sono “statiche, davvero immobili”, cioè non (s)muovono più un pensiero, una riflessione, un punto di vista; non (com)muovono, non scuotono, ma rischiano al contrario di diventare soltanto “immagini-proiezioni” della nostra irrimediabile rassegnazione all’andazzo. “Anima” è avere poca memoria o averne troppa.
    Le immagini dei morti non suscitano più emozione al punto che i corpi straziati diventano quasi invisibili agli occhi. “Immagini fantasma” irrompono alla coscienza, provocando un profondo stato di turbamento, ma al contempo ne esorcizzano l’orrore.
    Quelle immagini di corpi dilaniati sul campo di battaglia o il “cadavere della donna disteso sulla strada con il viso avvolto da un fazzoletto”, sembrano dagherrotipi: figure di donne, uomini, bambini e bambine stingono in un bianco e nero ossidato dal tempo e le cui identità rimarranno per noi sempre sconosciute, per sempre misteriose.
    La Prof.Ssa Vecchiato scrive della “necessità di conservare una capacità di dialogo anche in questi tempi oscuri”.
    Non sarà che nel frattempo in questa civiltà delle immagini (e delle parole) abbiamo perso la capacità di dialogare innanzi tutto proprio con le immagini? Non è colpa dell’immagine di per sé ovviamente. Perché l’immagine per sua natura non può essere statica: l’«immagine è permanente metamorfosi» almeno secondo Ortega y Gasset (1986-2000). Nel senso che le immagini hanno pur sempre bisogno, per essere “visibili”, di un corpo che le custodisca: – il corpo dell’osservatore è il luogo in cui prendono forma e si accumulano le immagini, dove prendono vita, dove si rendono presenti – (Belting, 2013). Quindi, anche dinnanzi all’«immediatezza del rappresentato» cioè al cospetto di un immagine che in apparenza sembrerebbe sollecitare poco o nessun impegno da parte dell’osservatore in quanto propone la visione di qualcosa che risulta “immediato” (come l’immagine statica di un corpo ucciso da una bomba appunto) c’è comunque bisogno di uno spettatore che permetta all’immagine di “prendere vita” (Gadamer, 1983) anche quando si tratta dell’«immediata rappresentazione» di un cadavere. Non si tratta di “dare anima” ad un morto ovviamente, ma, voglio dire, che fondamentale rimane il ruolo “attivo” che ricopre lo spettatore nel suo usufruire l’immagine, nel suo conferirle un significato, un senso, una giustificazione che “vada oltre” la sua “immediatezza” scarna. Dunque, quella che è sempre necessaria è la “partecipazione dell’osservatore”. Il suo corpo è il luogo in cui – la coscienza percettiva e quella immaginativa insieme “rendono vivo” (significativo) l’oggetto presentato – (Sartre, 1948). Senza la coscienza immaginativa in linea di principio i nostri occhi, la nostra coscienza percettiva fungono da semplici telecamere che registrano un mero scampolo di realtà e ne attestano la semplice “presenza immediata”. Lampi di realtà si susseguono davanti ai nostri “occhi-obiettivi” cui segue il fulmineo distoglimento dello sguardo per non rimanerne accecati. Cadaveri che osservano altri cadaveri. A questo si riduce la nostra osservazione delle immagini oscure del mondo?
    Dunque, abbiamo perso innanzi tutto la capacità di “dialogare” con il “mondo rappresentato”, forse: Le immagini che vediamo sui media che rappresentano il mondo che soffre, il mondo che muore di virus o sotto i colpi di artiglieria fanno di quegli eventi tragici un qualcosa sempre distante da noi o che riguarda sempre gli Altri alla fin fine. Ecco perché le immagini rischiano di essere un – inganno, una bugia, una “farsa” che altera la realtà -. Davanti ai nostri occhi si dissimula una realtà che non incide minimamente le nostre coscienze addormentate. In questo mondo bombardato dalle immagini qui urgerebbe una volontaria questa volta “sospensione della credulità” che esprime come lo spettatore-osservatore delle cose del mondo debba rifiutare l’inganno e alzare il suo grado di vigilanza se vuole dialogare effettivamente con il “mondo rappresentato” e farsi di nuovo emozionare da questo. Dobbiamo abituarci all’idea che il mondo in cui viviamo è sempre più un “mondo rappresentato” non fosse altro che per il motivo che lo vediamo sempre più spesso filtrato da un monitor. La civiltà delle immagini (e delle parole che le accompagnano) oggi non conosce opera di prevenzione, pare, ma solo la pratica dell’intervento postumo.

  2. Massimo Prelati ha detto:

    Ho letto con piacere il contributo di Caterina Vecchiato su un libro che ho anche io apprezzato molto e che stimola articolate riflessioni, per cui mi sento, innanzitutto, di consigliarne la lettura.
    La tensione che percorre il testo, tra la vitalità delle immagini e la fine della vita dell’autore, nel valore universale di entrambi questi due elementi, mi sembra rispecchiarsi bene nelle riflessioni di questo articolo.
    Quello che sembra essere il tempo della fragilità, che è tornato a rendersi evidente per gli eventi degli ultimi anni e dell’attualità, rievoca la fragilità individuale troppo spesso dissimulata o rimossa e che Hillman ci rende allo stesso tempo universale e presente nell’individualità della sua esperienza. Il potere delle immagini può essere ancora un potere universale non suggestivo, ma più profondo, attraverso il legame con quella tradizione che troppo spesso consideriamo un dato culturale nozionistico, senza le sue ricadute antropologiche, scritte nel nostro essere umani e nel condividere.
    In particolare mi sembra di poter ben rispecchiare le riflessioni di questa pagina in un passo del volume, quello in cui Hillman riflette sulla “Misura del dolore” (pag 157) facendo riferimento alla “scala del dolore”, che ben conosco perché è obbligatoria la sua compilazione per tutti i pazienti che vengano ricoverati nell’Ospedale in cui lavoro.
    Hillman si interroga sulla reazione che un numero suscita attorno a lui e su come forse sarebbe meglio paragonare la sofferenza non ad un numero, ma alla vasta gamma di termini che i greci usavano per definire la sofferenza nelle sue diverse declinazioni e poter così dire di soffrire “come” un personaggio della mitologia greca.
    In questo trovo una splendida sintesi della distanza tra le immagini contemporanee e la loro radice tradizionale a cui non possiamo sfuggire, perché scritta nella nostra anima, come nell’anima del mondo. La capacità eidetica che nella fanciullezza ci fa sintetizzare le esperienze in immagini e che nel filosofo supporta l’intuizione concettuale dell’essenza, di ciò che non è individuale ma generale, potrebbe essere la radice di una condivisione che stiamo perdendo, schiacciati, “trasformati” proprio dai numeri (che hanno caratterizzato la semantica della pandemia e che sono ora la misura della guerra, che sono sempre stati pervasivamente presenti nel nostro mondo anche prima di questi anni).
    Raccolgo e rilancio lo spunto di Caterina sul valore dell’arte nel riportarci alla radice di quello che perdiamo troppo facilmente nelle nostre vite, un arte che parla a ogni uomo, come accadeva nei mosaici di Ravenna, senza essere riservata a chi ne possegga la chiave interpretativa culturale, un’arte che mette in relazione ogni uomo.
    Se la relazione è la cifra dell’umano e il suo terreno di condivisione sono le immagini, nell’accezione che ci rivelano la Ronchey e Hillman, davvero forse possiamo muovere altre ali, come ci dice Michelangelo citato da Caterina e muoverle tanto più nei momenti di crisi, per sollevarci verso l’altro, per sollevarci dal mondo del misurabile, anche per portare noi stessi oltre l’esperienza ultima e non chiuderci nel dolore, come Hillman ci insegna.
    Ringrazio Caterina Vecchiato per le sue riflessioni e gli spunti che ha colto in questo testo.

    1. Vecchiato Caterina ha detto:

      Molte grazie dei commenti .Entrambi introducono importanti aperture con argomenti cui non mancherò di dar seguito.

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