Io penso che tutti i tentativi di chiarire aspetti controversi, come quello dell’ “Inconscio”, preso in esame da Danilo di Diodoro, nell’articolo comparso sul Corriere della Sera, siano prova di buona volontà.
Ho deciso di intervenire in merito, nel tentativo di allargare la riflessione su opinioni non convergenti.
Per es., non penso che si possa parlare di inconscio psicoanalitico e di inconscio cognitivo, facendo riferimento a due tipi differenti di inconscio. Forse potremmo pensare che quello che cambia siano gli strumenti di cui ci dotiamo per cercare di farci un’idea di come “funziona” l’Inconscio.
L’inconscio psicoanalitico di Freud
Da come viene presentata, per quello che io capisco, l’inconscio psicoanalitico è quello formulato da Freud alla fine dell’800 e all’inizio del 900, che fa capo a due capisaldi: i traumi e i lutti non elaborati si sono verificati in fantasia e non nella realtà e il meccanismo difensivo coinvolto è quello della rimozione.
In realtà questo non è l’unico modo in cui la presenza dell’Inconscio è stata teorizzata da parte della Psicoanalisi e, ai miei occhi, non mi sembra corretto far passare l’idea che la Psicoanalisi da un secolo e più a questa parte, si muove sempre sugli stessi presupposti.
In realtà, Freud, prima di questa impostazione teorica, ne aveva un’altra, simile a quella di Janet, secondo cui i traumi e i lutti non elaborati si erano verificati nella realtà e il meccanismo difensivo usato era la scissione.
Tale primitiva impostazione riemerge poco prima della morte di Freud, con i suoi ultimi problematici scritti e diviene, progressivamente, sempre di maggiore interesse per il mondo psicoanalitico da dopo la seconda guerra mondiale, con autori come Winnicott, Bion, Searles, Bollas, Racamier, Badaracco, etc. etc.
Gli psicoanalisti, sempre partendo dal loro punto di osservazione clinica, si rendono man a mano conto che la prima ipotesi esplicativa, poi abbandonata in favore della seconda, ha portato la psicoanalisi ad occuparsi solo dei pazienti meno gravi, i nevrotici, mentre per occuparsi di una parte di quelli più gravi, gli stati limite o addirittura dei più gravi, gli psicotici, era necessario tornare al “primo Freud”, quello dei traumi reali e del meccanismo difensivo della scissione.
Il valore della memoria implicita
È un autore americano, Philip Bromberg che partendo dall’enactment, cioè da un incontro improvviso e apparentemente casuale tra l’inconscio dell’uno e quello dell’altro, del paziente e dell’analista e viceversa, senza che entrambi se ne rendano conto, se non successivamente e possano tornarci a riflettere, che ci permette di renderci conto del valore della memoria implicita. Cioè del fatto di cui ci parlano le Neuroscienze: che i primi tre anni di vita non si ricordano, ma possono riemergere attraverso comportamenti inconsapevoli dell’uno o dell’altro.
Saranno contemporaneamente gli autori francesi che si occupano di terapia della famiglia psicoanalitica a dirci, sempre clinicamente, che i traumi e i lutti non elaborati possono provenire non soltanto dalle vite dei genitori, ma anche da quelle delle generazioni precedenti, che l’inconscio non appartiene solo alla singola persona ma che può passare da una persona ad un’altra, da una generazione ad un’altra, senza che le persone se ne rendano conto.
Negli ultimi trenta anni poi, con l’avvento delle Neuroscienze, cui accennavo poc’anzi, gli psicoanalisti, come tutti, hanno dovuto prendere atto che non ci sono ricordi dei primi tre anni di vita, ma hanno potuto prendere atto che uno degli aspetti su cui si basa il loro intervento, come di tutti gli altri psicoterapeuti, è costituito dalla possibilità di costruire una relazione significativa con il paziente. E che questa relazione deve fare i conti con le relazioni fondanti del paziente, quelle con i suoi caregiver, generalmente i genitori. E che le relazioni fondanti, che sono risultate fondamentali, si basano sull’incontro tra l’emisfero destro del bambino e quello della madre o del padre, così come tra l’emisfero destro del paziente e quello del terapeuta.
La capacità di vivere le proprie emozioni
Insomma, la nostra è una vita che si basa sui rapporti e il modo in cui costruiamo i primi rapporti, fondamentali per tutti quelli che costruiamo in seguito, nella vita, dipendono dalla capacità di vivere le proprie emozioni. A volte le emozioni sono negative, avvengono traumi oppure dei lutti non sono elaborati che vengono posti nell’Inconscio e vengono dimenticati. Questi traumi o lutti non elaborati possono non essere dei pazienti, ma dei genitori oppure di un parente che lo ha preceduto. L’Inconscio è una struttura molto più complessa di quello che si è pensato prevalentemente per molto tempo.
Oggi, nel pensiero analitico hanno fatto irruzione l’intersoggettività e le emozioni, da cui l’Inconscio spesso è attraversato seppure attraverso modalità non facilmente raggiungibili.
Questo non significa che le Scienze Cognitivo-Comportamentali non siano altrettanto importanti e non rappresentino un universo con cui confrontarsi.
A patto di fornire un quadro da cui emergano i progressi avvenuti da una parte e dall’altra e che, pian piano si possa giungere ad una vera e propria situazione di dialogo tra diversi: la psicoanalisi e l’indirizzo cognitivo-comportamentale.



